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208 settimana in piazza a chiedere "pace"

A quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, la comunità si ritrova in piazza: musica, lumini e le parole dei ragazzi di Piverone. Non una celebrazione, ma una fedeltà che continua

Duecento e otto settimane. Se le conti una ad una fanno quattro anni. Quattro inverni, quattro estati, quattro primavere.

Quattro anni da quel 24 febbraio 2022 in cui l’invasione russa dell’Ucraina ha riportato i carri armati nel cuore dell’Europa. Quattro anni da quel primo presidio, sabato 26 febbraio, quando a Ivrea qualcuno decise che non sarebbe rimasto in silenzio.

Mentre il mondo tornava a pronunciare senza imbarazzo la parola “guerra” accanto alla parola “Europa”, a Ivrea qualcuno ha scelto di non abituarsi.

Martedì sera, in Piazza Ferruccio Nazionale, non c’è una folla. C’è qualcosa di più raro: una comunità che si riconosce.
Circa duecento persone, strette in un pomeriggio che sapeva già di primavera, con la luce che scivolava piano lungo i muri e le ombre che si allungavano sul selciato.

Volti che si sono incontrati 208 volte. Mani che hanno retto cartelli sotto la pioggia, nel freddo che entra nelle ossa. Uomini e donne che qualche volta hanno anche pensato di mollare — non per stanchezza (quella no...) — per i sogghigni. Per quelle frasi ripetute come un ritornello, di sottofondo e sui social: “prima gli italiani”, “prima il lavoro”, “prima la famiglia”, “prima la sicurezza”…

Eppure loro sono rimasti. Anche quando l’attenzione mediatica si è spostata altrove. Anche quando la guerra è diventata una notizia tra le altre. “Stop wars”. “Basta armi”.

Parole semplici, scritte a mano. Tenute da persone che non hanno più l’età delle illusioni facili, ma nemmeno quella del cinismo. Persone che hanno capito che la guerra non è mai lontana davvero. E che ogni conflitto, prima o poi, entra nelle case. Anche solo come paura.

Ad aprire il presidio straordinario è la musica.
La giovanissima cantautrice eporediese Sofia Tarantino canta “Even in The Silence”, ispirata alla storia di Anna Frank. In quel titolo la domanda che non passa: cosa resta quando tutto attorno crolla? Resta una voce. Anche nel silenzio.

Poi le parole di Pierangelo Monti riportano tutti alla data che ha cambiato il corso degli eventi. “Quattro anni sono passati dal giorno dell’invasione russa dell’Ucraina; invasione con carri armati decisa da Vladimir Putin e dai suoi generali”. Ricorda che il conflitto nelle regioni orientali era iniziato ben prima, "almeno dieci anni fa". Che sulle cause si può discutere. Ma sulla guerra no: “È un crimine da ripudiare”Snocciola numeri che pesano come macigni: "secondo il Center for Strategic International Studies sarebbero 1,8 milionii soldati russi e ucraini morti, feriti o dispersi; l’ONU parla di oltre 14 mila vittime civili". E mentre i governi parlano di vittoria e deterrenza, le spese militari crescono, l’industria bellica prospera, le quasi sessanta guerre nel mondo continuano a bruciare vite e risorse.

“Si fermi la criminale follia di tutte le guerre, la corsa al riarmo, le grandi ingiustizie che opprimono i poveri, la distruzione del Pianeta”, ripete. E ricorda le richieste avanzate quattro anni fa al Governo italiano: più diplomazia, ruolo centrale dell’ONU, stop alle forniture di armi, nessuna partecipazione ad avventure militari. Richieste rimaste inascoltate.

Accanto agli organizzatori, le istituzioni: il sindaco Matteo Chiantore, la vicesindaca Patrizia Dal Santo, l’assessora Gabriella Colosso, il vescovo Daniele Salera. Presenze sobrie. Nessuna oratoria muscolare. Solo il riconoscimento di una ferita che, dopo quattro anni, non si è chiusa.

“Il mio saluto non è formale – dice il sindaco – la pace è una responsabilità collettiva. Si raggiunge con la diplomazia e con il diritto internazionale. La guerra arriva quando vengono delegittimate la democrazia, la magistratura, la stampa. Quando si spande l’odio. E sappiamo dove conduce quella strada”.

 

Il vescovo invita ad andare più a fondo. Racconta di cittadini russi residenti a Ivrea convinti che l’Ucraina sia Russia. Parla di visioni che diventano convinzioni collettive, della perdita di memoria, del rischio di abituarsi alla logica del più forte. “Come si può portare la pace occupando territori?” chiede. E richiama alla vigilanza, all’informazione, al rispetto del diritto internazionale.

Poi la musica torna a farsi spazio con Sofia.
Con “Voice in the Storm”, dedicata a Yuliya, soldatessa ucraina di 24 anni, la guerra diventa una ragazza. Un volto. Un’età che potrebbe essere quella di una figlia. Infine “I bambini della guerra”.
E lì non c’è discussione che tenga. Perché un bambino che perde la casa, il padre, la scuola, non appartiene a una parte. Appartiene al futuro. E se perdiamo lui, perdiamo tutto.

Sul selciato, intanto, vengono accesi dei lumini, uno ad uno. Con la cura che si riserva alle cose fragili.
Qualcuno si china per ripararli dal vento. Qualcun altro aspetta che la fiamma prenda bene. Piccoli gesti. Attenzioni minime. Le luci disegnano il simbolo della pace sull’asfalto freddo. Sembrano dire che la pace non è una parola grande. È una fiamma che va protetta.

Tre ragazze del Parlamentino di Piverone leggono parole che arrivano dritte. Si chiedono: "Chi sono i pacifisti?"

"Una persona che ascolta e rispetta le idee degli altri - scrivono - Mohamed e Isaac che giocano insieme, si divertono e si sorridono. Francesca che quando i suoi fratelli più grandi litigano, si mette in mezzo per farli smettere di litigare. Una persona semplice che trasmette tranquillità e serenità. Un palestinese e un israeliano che si abbracciano e si promettono reciproco aiuto. Un russo e un ucraino che smettono di considerarsi nemici e che aprono le porte delle proprie case a chi non ne ha più una. I tanti giovani che hanno manifestato e manifesteranno ancora per favorire la pace. Chi non giudica gli altri, e se qualcuno ha un problema, lo aiuta. Mario, che quando sbaglia chiede scusa. Chi sa dialogare e non impone la propria idea. Tutte le persone che nel mondo lottano per il rispetto dei diritti umani..."

E poi il finale, letto con voce ancora acerba ma già consapevole: “Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo…”

Cadigia Perini dà voce a Bertolt Brecht“La guerra che verrà non è la prima…”. Parole che attraversano il tempo e restano lì, sospese, a ricordare che tra vincitori e vinti a pagare è sempre la povera gente.

Letizia Carluccio ricorda che la pace non è solo geopolitica. È gesto quotidiano, responsabilità personale. E legge Gianni Rodari: “Ci sono cose da non fare mai… per esempio, la guerra”. Bruno Boggio consegna alla piazza versi duri, immagini di un mondo “immenso tritacarne”, di un deserto senza cartelli, di un’Europa che rischia di smarrirsi. E in mezzo, un sogno ostinato da cullare.

Fabrizio Zanotti canta “Streets of Minneapolis” di Bruce Springsteen e poi “Com’è profondo il mare” di Lucio Dalla. Ricorda che è partita la terza edizione di Peace Generation – Laboratorio di Songwriting, promosso dall’associazione Fabrika con Emergency gruppo Canavese, Centro Gandhi e Croce Rossa Italiana, con il patrocinio dell’assessorato alle Politiche sociali.
Ogni lunedì sera, al SAG di via Dora Baltea, ragazzi dai 12 anni in su trasformano emozioni e domande in canzoni condivise. È stata lanciata una campagna di crowdfunding per sostenere il progetto. Perché la pace, qui, passa anche dalle note.

Intanto Rosanna Barzan raccoglie firme per chiedere al ministro degli Esteri Antonio Tajani di attivarsi presso il governo israeliano per conoscere le condizioni del pediatra palestinese Hussam Abu Safiya, detenuto senza notizie. Un altro fronte, un’altra ferita. La stessa domanda di giustizia.

Duecento­ e otto settimane non cambiano da sole la storia. Ma cambiano chi decide di esserci.

Sabato 28 febbraio sarà il 209° presidio. Ritrovo alle 11 in Piazza Balla, camminata verso il Municipio.

È un atto di fedeltà. Alla pace. E alla propria coscienza.

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