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08 Settembre 2020 - 11:58
NDRANGHETA. Dal feroce Minotauro, mostro metà uomo e metà toro rinchiuso nel Labirinto di Cnosso, a Cerbero, famelico e gigantesco cane a tre teste a guardia dell’ingresso degli inferi.
Dopo nove anni dalla prima grande operazione contro la ‘Ndrangheta radicata in provincia di Torino, la criminalità organizzata calabrese torna alla sbarra con un altro maxi-processo che prende forma dall’operazione scattata all’alba del 5 novembre dello scorso anno. Un’operazione coordinata dalla Direzione Antimafia di Torino con 71 provvedimenti cautelari eseguiti dai carabinieri e dalla guardia di finanza: 57 arresti, 4 persone ai domiciliari, 8 sottoposte all’obbligo di firma e 2 sottoposte all’interdizione dell’esercizio della professione. Gli indagati sono in totale 85, accusati a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico internazionale di stupefacenti, riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori. Dalle carte si evince come la ‘Ndrangheta tenesse saldamente le redini del narcotraffico in Piemonte, con boss capaci di dialogare con i narcos sudamericani per importare cocaina e stringere affari con i grandi fornitori spagnoli per ottenere hashish e marijuana.
L’indagine dell’Arma dei Carabinieri, partita nel 2016 dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Torino congiuntamente alla Compagnia di Chivasso, ha consentito di ricostruire l’organigramma delle locali di ‘ndrangheta, facenti capo rispettivamente alle famiglie Agresta di Volpiano e Assisi di San Giusto, con interessi in tutto il territorio nazionale e all’estero (Spagna e Brasile).
Ha permesso, inoltre, di tracciare i canali di approvvigionamento degli stupefacenti (hashish importato tramite la tradizionale rotta spagnola e cocaina attraverso i porti del nord Europa). Sono poi stati individuati i componenti di due distinte organizzazioni dedite al traffico e allo smercio delle sostanze illegali, operanti entrambe sotto l’egida della ‘ndrangheta, una a Volpiano e l’altra nella zona nord della città di Torino, con quartier generale in Barriera Milano.
Nel corso delle investigazioni erano stati arrestati tre latitanti (padre e due figli): Pasquale Michael, Assisi catturato a Torino il 3 maggio 2017 in un appartamento con attico nel centro cittadino, e Nicola e Patrick Assisi, inseriti nell’elenco dei latitanti “pericolosi” (ex lista 100), individuati in appartamenti di lusso a San Paolo, in Brasile, l’8 luglio 2019. Per loro è in fase di svolgimento l’iter per l’estradizione.
Le investigazioni svolte dai militari della Guardia di Finanza di Torino si sono invece concentrate sull’individuazione di condotte dissimulatorie della reale disponibilità di beni compiute da alcuni degli indagati e avevano portato all’individuazione di ulteriori sei soggetti, dei quali due riconducibili alla locale di Volpiano, tre “prestanome” e un commercialista di Settimo Torinese.
Le indagini hanno permesso di riscontrare come i sodali avessero utilizzato parte dei proventi delle attività illecite reimpiegandoli in attività economiche a Settimo Torinese e Volpiano, dal noleggio delle slot machine alla commercializzazione del caffè, fino alla raccolta delle scommesse. Le aziende venivano fittiziamente intestate a prestanome compiacenti per aggirare l’applicazione di eventuali misure di prevenzione che avrebbero potuto portare al sequestro delle imprese.
Fondamentale nell’inchiesta il ruolo del collaboratore di giustizia Domenico Agresta, detto “Micu McDonald”, 32 anni, giovane “padrino” pentitosi nel 2016. Le sue dichiarazioni hanno permesso ai magistrati di fare luce sull’intricato mondo delle cosche. Partendo dai racconti dell’ex padrino, gli inquirenti indicano lo zio Antonio Agresta come figura ai vertici della ‘ndrangheta piemontese con l’elevata dote di “Corona”.
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