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Torino
15 Gennaio 2026 - 23:50
È ancora possibile scrivere — gesto che presuppone un lettore e un futuro — se il mondo attorno a noi, e noi stessi, siamo già morti? È questa la domanda radicale, forse esagerata ma ineludibile, che attraversa Gli angeli dello sterminio, breve romanzo scritto nel 1992 da Giovanni Testori durante un ricovero ospedaliero, mentre era gravemente malato (morirà l’anno successivo).
Attorno c’è Milano, immersa nel collasso economico e morale di Tangentopoli. Dentro, l’angoscia personale di Testori, che non trova pacificazione nemmeno nella fede e nell’adesione a Comunione e Liberazione. Nell’ultima intervista dirà: "Penso ai miei errori, alla mia omosessualità, ai miei libri, che sono più che errori: sono sciagure, perché mi hanno impedito di darmi agli altri totalmente".
Il romanzo nasce da una biologia e da una storia vissute come terminali. Antonio Latella lo ha adattato per la scena — con la consueta collaborazione del dramaturg Federico Bellini — nel nuovo spettacolo prodotto da TPE – Teatro Piemonte Europa, in scena al Teatro Astra di Torino fino al 18 gennaio. È un ritorno a Testori per Latella, che lo aveva incontrato con Trionfi nel 2003 e poi nuovamente nel 2023, in occasione del centenario testoriano, con l’importante progetto (Premio Ubu) della BAT – Bottega Amletica Testoriana.
Ma in Gli angeli dello sterminio sembra esserci qualcosa di ulteriore: il desiderio di porsi oggi le stesse domande di urgenza, di estremo, di limite. Anche partendo da un testo imperfetto, e approdando a uno spettacolo che avverte provocatoriamente lo spettatore fin dall’inizio: “Siete venuti per divertirvi”, dice uno dei tre protagonisti nel prologo, dalla platea a luci accese, “e invece questa sera non vi divertirete affatto”.
È una dichiarazione di poetica: adesione alla radicalità e all’urgenza dei nostri tempi, che appaiono davvero post-storici più di quanto lo fossero gli anni Novanta. Oggi alle angosce globali si sommano crisi climatiche, guerre, genocidi, il crollo delle democrazie e dei valori, primo fra tutti il ruolo della testimonianza culturale.
E dunque: si può ancora scrivere dopo la morte? Ci servono le storie se sono solo conferma e conforto, ninnananna e intrattenimento infinito? O non sarebbe più necessario praticare il frammento, l’irrisolto, una scrittura “sporca”, espressionista fino al rischio del grottesco, come quella di Testori?
Latella raccoglie questa sfida attraverso una recitazione dai toni forti, sospesa tra grido disperato e densità lirica, nel ritorno all’italiano impastato, ibrido, popolare e dialettale dell’autore dei Tre lai.
Gli angeli dello sterminio ha il gesto pittorico di Bacon sulla tela. La drammaturgia segue la tripartizione del breve romanzo-situazione, privilegiandone la prima parte. Lo spettatore è accolto in un grande spazio vuoto: fino a un mese fa era il castello del Dracula di Andrea De Rosa, ora l’edificio del Teatro Astra appare sventrato.
È uno spazio che è insieme piazza e cattedrale. Sullo sfondo, il muro del Duomo: perché la città è Milano, «denominazione immonda e furiosa», città-Sodoma diventata «il suo non-essere». La facciata è un cretto alla Burri, verticale, chiusa, attraversata da crepe — parola chiave del testo.
I tralicci delle luci, inizialmente abbassati, si sollevano come in una “città che sale”. In scena compaiono microfoni, una batteria, i cordami laterali. Intorno, i muri scavati dell’Astra, con travi mozze e tondini a vista, come dopo un incendio o un bombardamento: un teatro naturale per questo tempo ultimo.
I due personaggi guida sono, da un lato, il Cronista, alter ego di Testori, Francesco Manetti, che nel look — costumi di Graziella Pepe — richiama gli anni Novanta con trench e completo. Sta scrivendo un libro e interroga, mentre la città va a fuoco come la Roma di Nerone, una donna borghese e colta, ma anche cartomante e veggente: dichiarato alter ego di Camilla Cederna, restituita da una intensa, magnetica Matilde Vigna, regina del dolore.
Il Cronista vuole sapere: i fatti, ma anche i fantasmi. La Signora percepisce, indovina, sa. Il loro dialogo è roboante e musicale. Chi sono i motociclisti? Forse angeli? Hanno sul giubbotto il motto franchista Viva la muerte. Giustizieri o distruttori?

Genova-Manetti-Vigna in una scena dello spettacolo
Sono evocati dal rombo dei motori — partitura sonora di Franco Visioli — e da una marmitta collocata al centro della scena (creata da Giuseppe Stellato): idolo, turibolo, Madonnina o fallo, che sprigiona fumo e nebbia. Con le luci arancio-oro a LED di Simone De Angelis, si crea un’atmosfera immersiva, livida, post-atomica.
Attorno al Cronista e alla Signora si muovono presenze, voci, spettri. I morti parlano “quando decidono loro”: una campanella, tenuta in mano dalla donna, segna il ritmo metrico dell’italiano ritrovato. I morti a Milano cadono come foglie: nelle trombe delle scale, dalle finestre della questura, da una moto in corsa. Al Motociclista e ad altri defunti dà corpo e voce Alfonso Genova.
Sotto il chiodo di pelle, il biker porta impressa una “F”: Fine? Fica? Fuoco? Fede? Le tre ossessioni dell’ultima allegoria testoriana. Perché tanta morte? È l’HIV? È il morbo della corruzione? È il peccato? Bellini dà ordine dialogico al caos del romanzo, sovraccarico di domande e vaticini.
È in crisi — nel 1992 e ancor più oggi — la possibilità stessa di raccontare una devastazione che non è solo materiale, ma storica e simbolica. «Se potessi raccontarlo», ripete la Signora. Eppure, nei terremoti della lingua testoriana, Latella e gli attori inseguono la catastrofe.
La recitazione è viscerale, ma contenuta in una scena semplice, dai movimenti radi: una mise en place essenziale. La parola, esausta, si fa carne nell’attore. È il riflesso dell’ossessione di Testori, che contesta la Chiesa, che non capisce Cristo — «lo disincarna», dirà — diviso tra adorazione e bestemmia. Fa urlare «Cristo troia» al ragazzo drogato che in carcere appicca il fuoco destinato a incendiare Milano: se Dio si fa carne, perché la condanna all’abiezione?
Verso la fine, il motociclista-cadavere parla dal suo rasoterra di verme. Descrive una città che — qui emerge il Testori misogino e fondamentalista — è processione di aborti, di feti. Al centro sta il corpo della madre, ritorno originario e insieme condanna: «Progenitrice di infanti futuri fetenti».
Latella pone questa figura al centro della scena, nel vestito rosso fuoco di Matilde Vigna, che esegue un potente cante jondo flamenco. La Chiesa ufficiale compare come modellino del Duomo: un ragno nero mobile. Eppure è a quella chiesa, a quel muro crepato — vagina e ferita, come la spaccatura sul cranio del motociclista offerta al Cronista («Lo tocchi, questo cranio! Questa crepa!») — che i personaggi si rivolgono.
A un “tu” innominabile, a un divino evocato come «Altissima Impotenza», nella preghiera della Signora. Forse solo uno sprazzo biologico, un chiarore lattiginoso finale che Testori lascia intravedere.
Calendario delle repliche
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Sab 17 Gennaio ore 19:00
Dom 18 Gennaio ore 17:00
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