PERTUSIO. Il mestiere dell’insegnante è da sempre oggetto di una subdola gogna popolare: “Eh – si sente spesso esclamare in giro – gli insegnanti fanno tre mesi di ferie l’anno!”, “Eh, il posto fisso… quanto lo vorrei anche io!”, “Che poi, alla fine, non fanno nulla…”.
Queste affermazioni sono spesso il sintomo dell’aziendalizzazione delle coscienze, cioè quell’idea, abbastanza diffusa, per cui il lavoro è dignitoso solo se cannibalizza chi lo compie e se azzanna prepotentemente tutte le forme di tempo di vita convertendole alla creazione di profitti.
Questo astio continuo contro gli insegnanti, inoltre, non tiene conto che questo mestiere, almeno in Italia, è valorizzato molto meno che nel resto d’Europa: i nostri insegnanti sono tra i meno pagati del continente. A questo si aggiungono le beffe di una scuola poco attrezzata e finanziata, coi muri crepati e la che manca e che quindi la maestra deve talvolta portarsi da casa.
Per fortuna che ad animarla ci sono proprio loro: gli insegnanti. A Pertusio ne abbiamo incontrate alcune. Sono tutte maestre: due insegnano alla Scuola Primaria, una alla Scuola dell’Infanzia. Parlandoci, si ha l’impressione che in questo paesino di 750 abitanti si stia attuando un modello virtuoso di educazione, fondato sulla passione degli insegnanti e sulla collaborazione tra questi e gli amministratori.
Alle dieci e mezza di giorno soleggiato di fine gennaio, la scuola elementare di Pertusio è animata dalle voci dei bambini che giocano nel giardinetto scolastico sotto l’occhio vigile delle maestre. Sono loro che dobbiamo intervistare. Sono gentili nella parlata ma decise nei gesti e nei toni.
“Facciamo presto - dice una di loro – tra poco torneranno i bambini per fare lezione”. È Letizia Vona, referente della scuola di Pertusio dove insegna da ventisette anni. Ci sediamo, troviamo l’inquadratura e partiamo.La pandemia ha sconvolto tutto: scuola compresa. Le scuole elementari, poi, sono state oggetto di un curioso trattamento: sono rimaste aperte più delle altre. Questo perché se i bambini fossero rimasti a casa, i genitori senza nonni e senza la disponibilità economica di affidarsi a una baby-sitter avrebbero dovuto trascurare significativamente la loro attività lavorativa.Poco male: questo ha dato la possibilità a queste scuole di capire la situazione e di reinventare la didattica e i rapporti con i piccoli alunni. Non è stato facile, ci è voluta ricerca, pazienza, dedizione. Qualità che non sembrano mancare alle maestre.“La Dad è stata un’esperienza collettiva rilevante, perché è arrivata come un terremoto, imponendo a famiglie, bambini e insegnanti di reagire subito, perché la didattica doveva continuare. Così, ci siamo dati da fare”, spiega la maestra Letizia. Il primo impatto con la tecnologia non è stato facile sotto diversi aspetti: “L’uso del computer ha sconvolto tutti, perché abbiamo svolto tutti un ruolo strano: i genitori sono diventati maestri, alcuni hanno dovuto smettere di lavorare, è stata in molti casi una tragedia familiare”. Una volta terminata la fase emergenziale i bambini sono ritornati e hanno trovato una scuola completamente cambiata: “Per via delle normative anti-covid non potevano più socializzare. In più, sono mancate le proposte extra-scolatiche: le gite, le uscite, i musei. Per loro questo è stato deleterio”. Ma il problema più rilevante ha riguardato di gran lunga la parte relazionale e affettiva: “L’uso della mascherina ci ha sicuramente protetti, ma ha sacrificato la parte relazionale. Io insegno da tanti altri, sono prossima alla pensione, e mi dispiace tanto di dover concludere la mia esperienza di insegnante senza poter vedere più il sorriso dei bambini…”. A questo punto la maestra si commuove, e l’immagine che questa scena restituisce è quella di una persona innamorata del suo mestiere di educatore e di figura-guida nella vita dei bambini.Di fronte a questa difficoltà, però, bambini e insegnanti si sono attrezzati: “Abbiamo imparato a comunicare con gli occhi, lo abbiamo imparato pian piano: abbiamo capito che esistono molti mezzi di comunicazione oltre alla voce”.E non è stato da meno tutto il personale scolastico, dalle bidelle ai segretari alla preside: “Le normative cambiano di giorno in giorno, e abbiamo dovuto adeguarci. Ma i nostri segretari si sono dimostrati perfetti nell’organizzazione e nella comunicazione dei cambiamenti normativi. Vorrei fare i complimenti anche alla preside, che è arrivata dalla Toscana e, anche se non conosceva il territorio, si è adoperata lavorando per risolvere tutte le problematiche e le criticità che abbiamo riscontrato”.Fortunatamente, non è mancato il sostegno delle istituzioni: “Le istituzioni hanno fatto tanto per la scuola, e abbiamo ottenuto diverse migliorie: un proiettore, una lim eun gazebo in cui fare lezione fuori”. La scuola, dunque, è stata resiliente. Eppure c’è una categoria di alunni che hanno dovuto scalare una montagna ben più ripida con l’arrivo della pandemia: sono i ragazzi con disabilità fisiche e cognitive, o con Bisogni Educativi Speciali (BES).Ne sa qualcosa Carla Vettori, insegnante di sostegno, che ha raccontato cosa ha significato per questi piccoli alunni andare a scuola in piena pandemia: “Sto seguendo da due anni una bambina autistica, e per lei la video-lezione è uno strumento insufficiente, e quindi noi cerchiamo spesso di usare altri video, canzoncine, e strumenti di questo tipo per vivacizzare la didattica. Sicuramente per questi bimbi è stato tutto più difficile”. Anche la maestra Carla conferma che le mascherine hanno rappresentato degli intoppi: “Per i bambini autistici la mimica facciale è fondamentale, e la mascherina non ha sicuramente aiutato nel rapporto con loro: così, ci siamo inventati dei sistemi alternativi per aggirare il problema, provando anche a mantenere, per quanto possibile, il contatto fisico. Importante è stata anche la possibilità che mi è stata data di seguire la bambina in presenza nonostante si fosse in piena pandemia: questo ha facilitato moltissimo la didattica”.E questo per quanto riguarda le elementari. Cosa ha voluto dire, invece, avere a che fare con i piccolissimi alunni della scuola dell’infanzia? Ce lo siamo fatto spiegare da Simona Bertotti, insegnante da più di dieci anni alla scuola materna di Pertusio.“Quando siamo rientrati dal lockdown – spiega la maestra - la mia scuola, che ha solo una monosezione da 25 bambini, è stata divisa in due bolle per garantire il distanziamento sociale. I bambini si sono trovati perciò di fronte a una scuola completamente diversa”. Per fortuna non è mancato il sostegno della tecnologia e di vari dispositivi atti a tutelare i bambini: “Sono stati acquistati diversi strumenti: arredi, transenne, armadi, e anche dispositivi multimediali: due pc, un proiettore, uno schermo touch. E pensare che non avevamo mai avuto neanche un computer! - sorride la maestra-. Tutta questa tecnologia ci ha imposto di formarci, ed è stata dunque anche un’occasione positiva”. Un altro cambiamento rilevante che hanno affrontato i bambini ha riguardato la presenza dei genitori, che “prima della pandemia entravano per salutare i figli prima che cominciasse la lezione, mentre ora devono restare fuori. Questaè stata sicuramente un’occasione, per i bambini, per diventare più indipendenti”.Nel racconto della maestra Simona, poi, spunta fuori di nuovo il tema delle barriere comunicative imposte dai dispositivi di protezione: "Noi la mascherina la indossiamo assieme alla visiera. Ma questa è una doppia schermatura: quello che manca di più è sicuramente l’espressione, e avendo il volto coperto abbiamo riscontrato diverse difficoltà. Cerchiamo così di essere espressivi con gli occhi e col tono di voce”. Un dote dei bambini che continua a stupire l’insegnante dopo tanto tempo, e che si è rivelata fondamentale in pandemia, è sicuramente la loro plasticità e adattabilità: “Ci tengo a sottolineare che i bambini piccoli si sono adattati a tutto: al lockdown completo in primis, e poi allo stravolgimento della vita scolastica. Abbiamo dovuto rifare un lavoro educativo sulle nuove regole, che però non hanno avuto difficoltà a imparare”.Infine, chiediamo alla maestra come siano cambiati i ritmi di lavoro durante l’emergenza sanitaria: “Siamo sempre a disposizione – risponde - e siamo reperibili in qualsiasi momento della giornata: non dividiamo più tempo libero e tempo lavorativo”. Un cambiamento drastico che ha portato gli insegnanti a raddoppiare se non a triplicare la mole di lavoro.La scuola è stata resiliente, ha agito spesso nel silenzio continuando a svolgere la sua funzione sociale principale: riprodurre la conoscenza e socializzare i bambini e le bambine alle regole dello stare insieme.Ciononostante continua a essere poco valorizzata sia economicamente – gli insegnanti italiani sono tra i meno pagati in Europa – che in termini di prestigio – si vedano le dicerie con cui abbiamo aperto l’articolo -. Un trattamento non sufficiente per un mestiere bellissimo, in cui, come è facile capire ascoltando le maestre di Pertusio, la passione e la vocazione sono doti fondamentali.
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