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03 Agosto 2021 - 12:37
Sul suo territorio sorge il luogo di culto più importante delle Valli di Lanzo. Pessinetto deve tanto a Sant’Ignazio di Loyola, il santo apparso ad una contadina sulla cima del monte Bastia, lì dove oggi sorge l’omonimo Santuario costruito nel 1635.
Lo sperone di roccia serve tuttora come base dell’altare al centro della chiesa, che a sua volta è incorporata nel grande complesso attrezzato per l’accoglienza. «Il Santuario è aperto nel periodo estivo, da fine giugno fino a metà settembre, per le visite ed i ritiri spirituali - racconta Gianluca Togliatti, sindaco dal 2009, presidente dell’Unione Montana Valli di Lanzo Ceronda e Casternone dal 2020 -. Raccoglie un turismo di nicchia di persone che vogliono fare un ritiro spirituale al Santuario».
Ma non c’è solo Sant’Ignazio. Ci sono i bellissimi paesaggi, i panorami, le camminate ed i sentieri, primo fra tutto il Sentiero dei Pellegrini, fruibile tutto l’anno, che parte da Losa per arrivare al Santuario toccando numerose frazioni e posti caratteristici come vecchie fucine e carbonaie. Un sentiero di facile percorrenza.
«Abbiamo la scuola primaria in comune, con la prima e la quarta classe e le altre sezioni a Mezzenile - prosegue Togliatti -. Abbiamo la posta, il supermercato, un fiorista, una tabaccheria, una merceria, diverse attività ristorative, un negozio di abbigliamento, una farmacia, un negozio di artigiani tappezzeria e produzione materassi, molti alimentari e a Pessinetto Fuori abbiamo anche un ristorante con affittacamere connesso. Abbiamo inoltre un’azienda agricola con 100 capi che propone formaggi rinomati in tutta la provincia».
La chiesa parrocchiale è dedicata a San Giovanni Battista. Venne edificata in seguito alla distruzione della primitiva chiesetta che sorgeva a sud del cosiddetto “pilone di Mathi”, sull’altipiano che esisteva tra il paese e la frazione Cima la Villa, e che fu corroso ed asportato dalla straordinaria alluvione del 17 settembre 1665, che distrusse anche parte dell’abitato di Pessinetto. La chiesa, edificata in diverse riprese nel luogo di una preesistente cappelletta dedicata alla Santissima Annunziata, non ha pianta regolare ed ha una facciata in stile neogotico.
Dall’archivio parrocchiale si scopre che nel 1841 fu sostituita la bussola della porta principale e che nel periodo dal 1870 al 1874 vennero effettuati lavori di restauro; dal 1927, sotto la guida pastorale lungimirante di Mons. Ernesto Formica, fu ristrutturato l’intero edificio e la vita parrocchiale, nonostante gli anni di guerra, sviluppò diverse iniziative. Oltre all’altare maggiore ci sono altri due altari, uno dedicato alla Madonna del Carmine e l’altro a San Giuseppe. Dietro la chiesa, per lungo tempo, ha avuto sede il cimitero. Il campanile, separato dalla chiesa dalla vecchia strada carrozzabile, fu costruito nel 1723 interamente a spese dell’arcivescovo Rorengo di Rorà. Adiacente al campanile si trova la casa parrocchiale.
Nel 2006 c’è stato il nuovo restauro, reso possibile dalle offerte della Comunità, dai contributi di Associazioni ed imprese locali, dalla Fondazione CRT e dalla C.E.I. (Vescovi Italiani). Il primo lotto ha rinnovato la facciata della chiesa; il secondo lotto prevede il Coro e le Cappelle laterali.
La costruzione dell’edificio risale, probabilmente, ai secoli XVII – XVIII, come la Cappella della Maddalena all’ingresso del Borgo, stando ai libri delle elemosine raccolte ed ai legati (1713 – 1781), ai conti della Cappella (1756 – 1764) ed alla visita pastorale del 1750.
Ascritte ai secoli XVII e XVIII sono le due grandi tele in essa conservate: “Madonna con Bambino tra San Grato e San Francesco”, anno 1672, autore Carlo Alessandro Macagno; “Madonna con Bambino tra Sant’Ignazio e San Giuseppe”, anno 1778 di Carlo Raineri di Lanzo.
La tipologia architettonica della chiesa è tipica di quell’epoca e rispecchia, pur nella sobrietà delle linee, il desiderio degli abitanti di Pessinetto Fuori di possedere un edificio sacro di un certo rispetto, secondo quanto documentato dalle offerte dei fedeli, finalizzate alla manutenzione ed abbellimento generale, sin dal 1713 e come fanno fede anche le suppliche di concessioni arcivescovili per alcune facoltà pastorali, indipendenti sia da Mezzenile che d Pessinetto.
Dal 1929 al 1934 sono datati i documenti primari relativi alla definizione delle proprietà della Cappella, in previsione dell’erezione a parrocchia. Il decreto arcivescovile che la riconosce Chiesa parrocchiale autonoma è datato 1935. Fino ad allora, in qualità di Cappellania, era parte della parrocchia di San Martino Vescovo di Mezzenile.
Così la Chiesa dello Spirito Santo inizia a possedere i registri di nascite, battesimi, cresime, matrimoni, morti. I documenti ufficiali antecedenti sono conservati nell’archivio parrocchiale di Mezzenile.
Abbiamo intervistato tre commercianti. Tra loro Fabrizio Pettinato che a dicembre 2018 ha aperto Lou Garbin d’li Galup. «Io abitavo a Settimo Torinese, sono un cittadino, perciò conosco pregi e difetti di città e di montagna, non tornerei mai più a Settimo per tutto l’oro del mondo - dice -. Certo qui non ho la comodità di avere tutto sotto casa, come in città, soprattutto per quanto riguarda i mezzi di trasporto pubblico. Ma abbiamo la natura, il nostro punto di forza, senza avere chissà cosa abbiamo passeggiate e sentieri che si possono fare per tutto l’anno. D’inverno andare su vette come Punta Serena dopo una nevicata a volte garantisce la visione di paesaggi incantati. Anche la tranquillità è importante em pur essendo isolati, con mezzi privati si possono raggiungere Ciriè e Lanzo in pochissimo tempo. Perfino la temperatura è ottimale, si sta sempre bene con una finestra aperta».
Anca Munteanu, della macelleria salumeria di Pessinetto, ha rilevato un negozio aperto nel lontano 1965. «Mi piace molto questo lavoro - racconta -. Pessinetto è un piccolo paese dove la gente è molto accogliente, poi io sono cresciuta qui».
È d’accordo Sabrina Giacobino della Merceria edicola Giacobino Sabrina. «Siamo in un piccolo paese di montagna che però è ben servito, abbiamo tutto, dalla farmacia alla banca, dalla posta a diversi negozi - conclude -. Qui il tenore di vita è decisamente alto rispetto al vivere in città, con un santuario bellissimo e tante belle montagne. Non cambierei mai».
Sant’Ignazio nasce in Spagna nel 1491 e fu dichiarato Santo nell’anno 1622. I Gesuiti avevano già un collegio a Torino ed una piccola casa a Lanzo, ma, chi fece conoscer il santo in queste valli fu soprattutto un sacerdote , il parroco di Mezzenile Dn Giovanni Battista Teppati, il quale con l’aiuto del fratello, anch’esso sacerdote, diffuse la devozione a Sant’Ignazio egli innalzò anche un altare nella sua rinnovata chiesa parrocchiale.
Nel 1626, un invasione di lupi portò il terrore nella bassa valle, giacché essi non assalirono solo i greggi di pecore, ma sbranarono alcuni bambini al pascolo che ne tentavano una impari difesa. Si fece allora una novena insistente di processioni e di messe cantate al nuovo santo e i lupi fuggirono nell’alta montagna.
I bimbi e le greggi erano li cose più care di quei montanari, il vederli salvi suscitò una grande devozione a sant’Ignazio come protettore dei loro bambini. Fecero allora voto di imporre il suo nome ai primogeniti e decisero di erigergli una chiesa sul monte Bastia, che poteva così essere vista da lontano da tutta la bassa valle, specialmente da Mezzenile, da dove era partito l’impulso alla devozione e suggerire in tal modo l’invocazione al Santo nel momento del pericolo.
Sant’Ignazio diede una concreta risposta al loro fervore apparendo, non molto tempo dopo, ( 1630) proprio nel luogo scelto per la futura cappella ad una contadina di Tortore e poi a suo marito. E’ facile immaginare l’entusiasmo si diedero allora alla costruzione della chiesa promessa e il tripudio con cui veniva celebrata in seguito dopo la sua erezione la festa di Sant’Ignazio.
A sottolineare maggiormente l’aspetto della protezione sui bimbi, in quell’occasione, quei bravi montanari si prendevano sulle spalle le culle dei figli nati nell’anno e le portavano lassù. Le allineavano davanti alla chiesa e il sacerdote passava a benedire coll’acqua di Sant’Ignazio tutti i piccini. Si accorsero presto, però, che la Chiesa da loro eretta sul modello delle tante cappelle dei loro monti non era proporzionata all’affluenza dei devoti che nel giorno della festa erano parecchie migliaia.
Regalarono pertanto nel 10676 la punta della montagna ai Gesuiti nella speranza che costruissero una chiesa “degna di tanta devozione”. E il santuario sorse in una forma originale: a croce greca, con in mezzo intatta, per un altezza di 5 metri, la punta rocciosa del monte con sopra la statua del santo e addossato alla roccia l’altare.
La chiesa aveva quattro porte, una per ogni lato, e un porticato attorno in modo che si evitavano gli ingorghi di chi entrava e usciva nella folla enorme che accorreva per la festa. I devoti compivano processionalmente nove giri attorno alla chiesa ( la novena grande ) e poi nove giri attorno alla roccia centrale ( la novena piccola) invocando l’aiuto del santo e ottenendo grazie e miracoli, raccolti e descritti in libri diffusi in ogni dove e testimoniati con i soliti ex voto.
Alla soppressione della compagnia di Gesù (1773) sembrava che il gran fuoco della devozione dovesse spegnersi. I beni dei Gesuiti passarono ai singoli governi.
Ma, il demanio piemontese, dopo pochi anni, nel 1789, cedette il santuario all’Arcivescovo di Torino e questa cosa diede origine ad una interessante trasformazione, che portò il santuario ad inserirsi ancor meglio nella spiritualità ignaziania facendolo diventare una grande casa di esercizi spirituali, che, nel giro di pochi anni, divenne una vera fabbrica di santi.
Gli iniziatori furono due pii sacerdoti : l’abate Luigi Guala e il ven.Pio Brunone Lanteri. Essi notarono che il luogo, così isolatofra cielo e terra, permetteva un grande raccoglimento, favorito, inoltre, dalla bellezza del posto e dagli stupendi panorami che mettevano a contatto con la natura e col Creatore. Quella devozione poi,cosi viva al santo inventore degli esercizi spirituali, lo rendevano veramente un luogo ideale per essi.
L’Arcivescovo di Torino mons. Giacinto della Torre approvò l’idea, fece fare dal parroco di Lanzo un primo adattamento e nel 1807 il Guala ed il Lanteri vi predicarono i primi corsi di esercizi. In seguito fu data al Guala l’amministrazione del Santuario.
Egli trovò generose benefattrici a Torino, dove era rettore della chiesa e dell’annesso Convitto di San Francesco d’Assisi per i giovani preti, e, a poco a poco, anche ad opera dei successori, si costruì a semicerchio attorno al santuario una vasta casa capace di 90 letti, ben arredata con mobili in stile neoclassico, e si apri perfino, sempre a spese del santuario, la strada di tre miglia, per potervi accedere da Lanzo, che fu la prima carrozzabile aperta in valle.
Nel 1947, la gestione del santuario, tenuta fino ad allora dai rettori del Convitto Ecclesiastico Torinese, passò ad una associazione diocesana, intitolata a San Massimo. Dopo il Consiglio Vaticano II, il gruppo del Santo e degli angeli, che troneggiava nel mezzo della Chiesa, fu spostato al fondo e,sulla roccia viva del monte, fu posto il nuovo altare volto al popolo, che così è diventato il vero centro del Santuario.
Il Santuario ha ospitato i grandi santi e beati torinesi, tra i quali San Giovanni Bosco, San Giuseppe Cafasso, San Leonardo Murialdo, i beati Giuseppe Allamano, Michele Rua, Federico Albert, Clemente Marchisio, Francesco Faà di Bruno e tanti altri. Dal 2013 il Santuario e l’annessa casa di spiritualità sono gestite dal Direttore (sacerdote diocesano) con la collaborazione di alcuni Diaconi permanenti della diocesi di Torino.
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