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22 Gennaio 2022 - 12:00
“Sono nato a Chivasso nel 1975, da mamma di origine francese e papà siciliano e ho parlato prima il francese dell’italiano. Fino alle superiori ho frequentato qui la scuola, arrivando ai primi anni del liceo, ma poi mi sono spostato al ‘Camillo Olivetti’ di Ivrea. Per 20 anni ho sempre abitato in via Siccardi, prima di trasferirmi a Torino, e tutti i ricordi della mia infanzia sono legati a Chivasso… una cittadina sicuramente diversa da quella di oggi… mi tornano in mente personaggi come ‘La Teresina’ e ‘Il Muto’, piuttosto che il presepe in Duomo… i miei occhi di bambino erano affascinati da queste cose” così David Di Marco comincia a raccontarsi...
Ci dice di essere stato un bambino “strano”, che faceva fatica a legare con i coetanei, si isolava e non parlava, e che non veniva apprezzato e compreso dagli insegnanti, eccetto che dalle maestre delle elementari. Ci ha anche detto di essere stato parecchio precoce, infatti aveva già letto testi come l’“Inferno” di Dante piuttosto che “I Miserabili” o “Guerra e Pace” in seconda media. “I miei insegnanti questo neanche lo sapevano… a me non piaceva studiare le ‘cose di scuola’, mi annoiavo, preferivo dedicarmi a ciò che interessava a me” spiega. Da grande gli sarebbe piaciuto fare lo scrittore o l’egittologo e sull’Egitto già da piccolo leggeva saggi universitari presi in prestito in biblioteca.
Una volta cominciato il percorso di studi a Ivrea, David si è un po’ staccato da Chivasso. Quel mondo lo trovava più “rock” e aveva, finalmente, iniziato a stringere amicizie. “Ero un tipo ‘dark’, attratto da ciò che è cupo e buio: dai vicoli, da determinate location ecc. Mi piacevano il metal e il rock e nel nuovo ambiente mi sono trovato a mio agio - racconta -. A Ivrea frequentavo un istituto tecnico - informatico, perché gli insegnanti delle medie mi avevano detto che non sarei mai stato in grado di studiare davvero qualcosa, inoltre sono stato un po’ spinto da mio padre, che lavorava per un’azienda informatica. Quel mondo, in realtà, non mi apparteneva anche se ero piuttosto bravo in quelle materie”.
All’università David Di Marco è poi letteralmente rinato, ha trovato il suo mondo iscrivendosi a Lettere e laureandosi in Letteratura. Qui era apprezzato, ha incontrato validissimi professori e si è appassionato anche alla poesia. Dopo la laurea ha lavorato per qualche mese presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ed è stata un’esperienza formativa importante per lui. “Ci occupavamo di guide alle mostre, ma fatte in modo libero ed innovativo. Io seguivo gli adulti e il Dipartimento Educazione si occupava dei ragazzi creando dei percorsi d’arte sulle mostre… questa parentesi della mia vita mi è servita molto per il futuro da insegnante… sia l’ambiente che l’approccio erano stimolanti, si spiegavano le cose in modo creativo e non didascalico” spiega.
Successivamente, volendo insegnare, è entrato in “SSIS” e si è abilitato per poter fare quello che oggi è il suo lavoro, che ama follemente: è insegnante di italiano, storia e geografia alle scuole medie e ha fatto anche laboratori teatrali e cinematografici con gli alunni. Si è poi anche occupato di ragazzi con disagio e difficoltà, seguendo dei progetti specifici e attualmente ne segue uno molto importante della Fondazione San Paolo, intitolato “Provaci ancora, Sam!”. “Mi piacciono gli ‘incompresi’, ed è bello lavorare con chi ha dei problemi… che siano linguistici o di altro genere… sono ragazzi che meritano attenzione. Mi piacciono anche i casinisti. E ciò che trovo di più bello nei giovani è che hanno ancora speranza nel futuro, mentre da adulti iniziamo tutti ad avere una visione della vita disincantata” racconta.
Ma David Di Marco non è solo insegnante… è anche scrittore… Scrive fin da piccolo, ma allora lo faceva in modo inconcludente; oggi in maniera concreta. Nel 2017 ha pubblicato un saggio divulgativo dal titolo “La scuola spiegata alle famiglie”, nel 2020 è uscito il suo romanzo “Non si chiede il nome alle fate” e recentemente è uscito il suo racconto “Sogno d’acqua” all’interno di “Oltre il velo del reale”, una raccolta di racconti distopici. Ultimamente, inoltre, si sta dedicando molto alla poesia.
“Se mi chiedete se oggi sono soddisfatto della mia vita rispondo… sì e no. Da una parte sicuramente lo sono perché faccio il lavoro che mi piace e perché ho una splendida famiglia composta dalla mia compagna Elena e da nostra figlia Margherita, che ha 9 anni. La stabilità famigliare è una cosa bellissima, il quotidiano è molto importante, ed oggi è questo che metto al primo posto - afferma David -. Dall’altra parte, di mio, ho un carattere da insoddisfatto e questo mi spinge sempre a fare qualcosa per migliorarmi e a studiare me stesso e ciò che mi circonda. Devo confessare che il mondo e gli esseri umani ‘non mi piacciono’… sono un tipo un po’ pessimista e credo che l’uomo abbia una grande bellezza ma sia al contempo un ‘mostro’. Ho nostalgia per la giovinezza e per quel pensiero pieno di speranza dei giovani, di cui parlavo prima. Ora non vedo il futuro, nel senso che non ci penso, vivo giorno per giorno perché credo che ‘desiderare troppo’ possa essere un limite, per certi versi. Conta il presente e le cose si costruiscono un passo alla volta. Qualche desiderio ovviamente ce l’ho anche io, ad esempio spero che la mia bimba non debba soffrire molto nella vita e che trovi la sua strada”.
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