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13 Dicembre 2021 - 09:52
SETTIMO TORINESE. Nada Marangoni, 29 anni, componente della fanfara del gruppo bersaglieri “Fausto Balbo” di Settimo. Energica, sorridente al centro dello schieramento, è l’esempio di come la femminilità possa esprimere all’unisono forza, bellezza e caparbietà. Da bambina sognava di suonare la tromba e diventare capofanfara. Suo papà, bersagliere anche lui, la portava con sé quando andava a suonare con la fanfara. “Quando ero nel passeggino e sentivo la fanfara - racconta Nada - mia mamma mi raccontava che cominciavo a saltare e a muovermi, come se volessi partire di corsa anch’io”. Insegnante ed educatrice, è molto impegnato nel volontariato con la Protezione Civile e la Croce Rossa.
Ma perché hai scelto proprio i bersaglieri?
Seguendo mio papà fin da piccola, mi sono appassionata. Sognavo di diventare capofanfara, di puntare alle stelle. Così ho cominciato a chiedere di poter suonare uno strumento. Io sono di Avigliana e mi hanno portato nella banda del paese. Mio papà ai tempi mi chiese più volte, se volevo suonare il flauto, il sax soprano. No. Io voglio suonare la tromba, gli dicevo, e voglio entrare in fanfara. Dopo un po’ i miei genitori si arresero.
Perché proprio la tromba?
Mi piace il suo canto, è uno strumento squillante come me, io sono caotica e rumorosa. E poi nei bersaglieri ci sono solo ottoni: per una ragazza, la tromba è più leggera da portare e da suonare soprattutto in corsa.
Come sei entrata in fanfara?
Non è stato facile. Dicevano che non ce l’avrei fatta fisicamente, che era troppo faticoso per una ragazza. Poi magari, dicevano, ogni tanto non sta bene, poi si fidanza e ci molla. Erano sciocchezze: io sono andata a suonare con la febbre a 39. E così li ho convinti tutti con il tempo.
La fanfara è una grande famiglia. Per me, sono tutti degli zii. Chi suona da tanti anni mi ha persino tenuta in braccio, c’è anche chi mi ha cambiato il pannolino nel vero senso della parola. Si è sempre presenti l’uno per l’altra, spesso e volentieri ci si trova per suonare e far festa. Diciamo che oltre alla musica c’è un legame di amicizia reale.
Quali sono state le altre esperienze musicali e di volontariato?
Ho suonato in diverse formazioni. Sono una persona di carattere molto attiva, con voglia di fare, di costruire. Sono entrata in Protezione Civile, faccio parte del nucleo alpinistico della Val Susa e sono l’unica femmina della squadra. Sono entrata da poco in Croce Rossa. In particolare, nasco educatrice e lavoro come maestra con i bambini. Arrivo a casa alla sera molto stanca ma soddisfatta.
Ci racconti una curiosità della fanfara settimese?
In fanfara, il celebre brano “Il silenzio” tocca a me. Dicono che io lo suono con più delicatezza.
E cosa pensa la gente della bersagliera?
Mi applaudono di più quando passo. I maschietti mi guardano con sorpresa, le signore invece sono ammirate. Mi dicono “Brava, sei forte”. Mi sento un po’ ambasciatrice del genere femminile. E’ giusto che le donne abbiano le stesse opportunità, ma sappiamo che non è sempre così. Quando volevo suonare la tromba, mi dicevano: ma come, quello è uno strumento da maschio? Una frase che non ho mai potuto sopportare. Poi, suonando insieme agli uomini, in un’occasione anche in Sicilia, li ho convinti delle mie capacità.
Che sensazioni provi quando suoni?
Quando il capofanfara dà il comando della corsa è come se avessi una marcia in più. Immagazzino aria nei polmoni e parto con il saltello. E mi dico: devo farcela, devo reggere. Correre e suonare, per me, è come leggere un libro. Normale.
Il tuo pezzo preferito?
Il Flic floc e la corsa, che mi dà la carica. Poi c’è “Il reggimento di papà”, il brano che racconta la storia di un papà che parte per il fronte e perde la vita in guerra. Quando i bersaglieri tornano e vedono il figlio in lacrime, gli dicono di alzare la testa e di non piangere, che il papà ha perso la vita per la patria. Puntualmente, quando arrivo a quel punto, mi sento il nodo in gola. Sempre, anche dopo tanti anni.
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