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Orti “protetti”, cinghiali liberi. A Torino 19 mila euro buttati nel fango

A Mirafiori Sud la recinzione anti-fauna resta sulla carta: lavori difformi, opere mancanti e buchi ovunque. Il risultato? Gli animali entrano come prima. Anzi, meglio

I cinghiali ringraziano.
Perché a Mirafiori Sud, dopo 19 mila euro di lavori pubblici, entrano negli orti urbani esattamente come prima. Anzi, forse meglio.

Succede a Strada Castello di Mirafiori, lungo il confine con il Sangone, dove da mesi la fauna selvatica ha smesso di limitarsi ai boschi e ha iniziato a frequentare con disinvoltura cortili, strade, orti e traffico urbano. I cinghiali non sono più un evento raro: arrivano in branco, anche di otto esemplari, di giorno, senza fretta. Un’abitudine ormai nota a residenti e ortolani, che convivono con reti divelte, coltivazioni distrutte e una crescente sensazione di insicurezza.

Non si tratta di episodi isolati o di segnalazioni sporadiche. Gli avvistamenti sono continui, documentati, ripetuti nel tempo. Gli animali si spingono fino alle strade urbane, attraversano carreggiate, si infilano nei cortili, arrivano a pochi metri dalle abitazioni. E quando entrano negli orti urbani il copione è sempre lo stesso: terreno scavato, reti piegate, mesi di lavoro distrutti in una notte.

Il problema era noto. Talmente noto che il 3 novembre 2025 la Seconda Circoscrizione approva la Determinazione Dirigenziale n. DD 6857, affidando lavori di manutenzione ordinaria agli orti urbani per “contrastare i danni causati dalla fauna selvatica e garantire la fruizione in sicurezza”.
Costo dell’operazione: 19.000 euro.

Sulla carta, un intervento serio. Nel capitolato è tutto scritto, nero su bianco, con un livello di dettaglio che non lascia spazio a interpretazioni creative: scavi profondi, reti a maglia fitta, cordoli in calcestruzzo, rifiniture accurate. Un manuale anti-cinghiale che, se applicato, avrebbe quantomeno reso più difficile l’accesso agli animali.

Poi però si passa dalla carta al cantiere. E lì il manuale resta nel cassetto.

Lo scavo, che doveva essere eseguito a mano e arrivare a 70 centimetri di profondità, viene fatto con l’escavatore e si ferma a circa 50 centimetri. Una differenza che può sembrare minima solo a chi non ha mai visto un cinghiale scavare. In pratica, una scorciatoia che vanifica la funzione stessa dello scavo.

La rete metallica, prevista con maglia 10×10 centimetri, viene posata con maglia 20×20. Più larga, meno contenitiva, decisamente meno adatta a fermare animali robusti e abituati a forzare gli ostacoli. Anche qui, non una sfumatura tecnica, ma una modifica sostanziale.

Ma il vero capolavoro arriva con il cordolo di fondazione in calcestruzzo. Nel capitolato c’è. È descritto nei materiali, nelle modalità di esecuzione, nelle sezioni. Serve ad ancorare la rete al terreno e impedire che venga sollevata o aggirata.
Sul posto, però, il cordolo non c’è.
Nessun calcestruzzo confezionato in cantiere. Nessuna gettata. Nessuna fondazione. Il cuore dell’intervento semplicemente manca.

Senza cordolo, la rete non è ancorata. Senza ancoraggio, la recinzione è poco più di una linea disegnata sul terreno. E i cinghiali, com’è facile immaginare, se ne accorgono subito.

Il resto segue la stessa logica. Il riempimento degli scavi risulta parziale e senza una vera costipazione per strati. La sistemazione delle banchine, che avrebbe dovuto prevedere livellamento accurato, rastrellatura e finitura finale, si riduce a terreno ributtato e spianato grossolanamente con l’escavatore. Altro che finitura.

Poi ci sono le voci mai viste: la rete plastificata con paletti, fili di tensione e profilati in ferro non risulta installata. Il trasporto e il conferimento dei materiali di risulta non risultano eseguiti. La rullatura finale del piano, prevista per stabilizzare il terreno, non si è mai vista. Tutto previsto, tutto pagato, tutto assente.

Come se non bastasse, la recinzione presenta interruzioni evidenti. In corrispondenza di due alberi il lavoro si ferma senza alcuna soluzione tecnica: niente aggiramenti, niente rinforzi, niente protezioni alternative. In altri tratti del perimetro i lavori non risultano proprio eseguiti. Buchi veri e propri, che rendono l’intervento disomogeneo e facilmente superabile.

Il risultato finale è sotto gli occhi degli ortolani, che continuano a riparare le reti a proprie spese e a convivere con l’ennesima promessa non mantenuta. I cinghiali continuano a entrare, scavare, mangiare, devastare. La sicurezza promessa resta una formula da determina.

A questo punto la questione non è più la presenza della fauna selvatica, che esiste e va gestita. La questione è come si è deciso di intervenire e con quali risultati. Perché quando un lavoro pubblico viene realizzato in modo difforme dal capitolato, quando parti fondamentali non vengono eseguite e quando l’opera risulta di fatto inutile, qualche domanda diventa inevitabile.

Chi ha controllato l’esecuzione dei lavori?
Chi ha verificato la conformità rispetto a quanto previsto?
E soprattutto: chi ha certificato che l’intervento fosse concluso correttamente?

Per ora una cosa è certa. A Mirafiori Sud l’unico soggetto che può dirsi soddisfatto è la fauna selvatica.
Gli orti restano esposti, i cittadini restano preoccupati.
E i cinghiali, ancora una volta, ringraziano.

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