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06 Gennaio 2026 - 11:30
Nel 1976 Gaber dice che gli americani sono buoni, giusti, generosi. Talmente buoni che quando fanno una guerra non è mai per interesse. È per gli altri. Perché da qualche parte manca la libertà e loro, educatamente, pum, te la portano. È difficile non pensare a Iraq, Afghanistan, Libia, Ucraina, Medio Oriente e oggi al Venezuela, alla Groenlandia, alla Nigeria, al Massimo, alla Columbia... Tutti posti dove la libertà è arrivata puntuale (o sta per arrivare), accompagnata da bombe e spiegazioni rassicuranti.
Gaber parla di “portatori sani di democrazia”. L’espressione è perfetta oggi più di allora: a loro non fa male, però te la attaccano. È esattamente il linguaggio contemporaneo delle guerre occidentali, raccontate come missioni, interventi, operazioni chirurgiche. Mai invasioni. Mai interessi. Mai affari.
Il cuore del monologo — ed è qui che diventa spaventosamente attuale — è la distinzione netta tra cultura e costume. L’America non esporta cultura, dice Gaber. Esporta jeep, jeans, Coca-Cola, chewing-gum. Oggi diremmo Netflix, social, algoritmi, narrazioni semplici. La cultura resta fuori, perché complica. E la guerra, senza cultura, diventa una storia elementare: buoni contro cattivi. Indovina chi sono i buoni.
Quando Gaber dice “non c’è popolo più stupido degli americani” non sta insultando. Sta fotografando una condizione mentale: la certezza assoluta di essere dalla parte giusta, sempre. È la stessa certezza con cui oggi si giustificano bombardamenti, sanzioni, interventi, senza mai porsi il problema delle conseguenze. La stupidità non è ignoranza: è convinzione.
E poi c’è la frase decisiva, quella che oggi andrebbe incisa all’ingresso di ogni talk show: “la cultura non li ha mai intaccati, volutamente”. Perché la cultura introduce dubbi. E il dubbio è incompatibile con la guerra giusta, con la democrazia esportata, con la libertà consegnata a pacchi.
Riascoltato oggi, quel monologo sembra scritto dopo l’11 settembre, dopo l’Iraq, dopo l’Afghanistan, dopo Gaza. Invece è del 1976. Quando ancora si poteva far finta che certe cose fossero incidenti e non un metodo.
Insomma, Gaber prendeva in giro gli americani che fanno guerre per dare libertà. Ma soprattutto prendeva in giro noi, che continuiamo a crederci.
Ed è per questo che quel discorso resta, probabilmente, il più attuale che ci sia: perché racconta un mondo che non ha mai smesso di presentare la violenza come un favore e la guerra come un atto di generosità.
E perché, mezzo secolo dopo, continuiamo ad applaudirlo. Un po’ ridendo. Un po’ senza capire che stava parlando ancora di adesso.
Il testo
A noi ci hanno insegnato tutto gli americani. Se non c’erano gli americani a quest’ora noi, eravamo europei. Vecchi, pesanti, sempre pensierosi, con gli abiti grigi e i taxi ancora neri.
Non c’é popolo che sia pieno di spunti nuovi come gli americani. E generosi, e buoni, e giusti.
Non c’é popolo che sia più giusto degli americani. Anche se sono costretti a fare una guerra, per cause di forza maggiore, s’intende, non la fanno mica perché conviene a loro. No! E’ perché ci sono ancora dei posti dove non c’è né giustizia, né libertà.
E loro, eccola lì, pum! Te la portano. Sono portatori, gli americani. Sono portatori sani di democrazia. Nel senso che a loro non fa male, però te l’attaccano.
L’America é un arsenale di democrazia. E quello che mi ha sempre colpito degli americani è questo gran desiderio questo gran bisogno di divulgare, di esportare il loro modo di vivere, la loro cultura... no, non la cultura... le innovazioni, i fatti di costume ecco, sono portatori sani di cose nuove gli americani. Sempre nel senso che a loro non fanno male però te le attaccano.
Alla fine della seconda guerra mondiale, sono arrivati qui e hanno portato: jeep, scatolette, jeans, cultura... no non la cultura... movimenti dinoccolati, allegria progresso cultura... non la cultura... la Coca-Cola il benessere la tecnologia, lo sviluppo...
E di colpo, l’Europa, la vecchia cara Europa, coi suoi lampioncini fiochi, le sue tradizioni i fiumi, i violini i valzer …
E poi luci e neon, e vita e colori, e poi ponti autostrade, televisioni grattacieli aerei... Chewing-gum! Non c’é popolo più stupido degli americani.
La cultura non li ha mai intaccati. Volutamente. Sì, perché hanno ragione di diffidare della nostra cultura vecchia elaborata, Leonardo Shakespeare Voltaire Hegel Schopenauer. Ma certo, più semplicità, più immediatezza. Loro hanno sempre creato, così, come andare al cesso.
L’America é un paese di giovanotti. Gli americani sono gli unici al mondo, che a Disneyland non si sentono idioti neanche per un attimo. No, io non ce l’ho mica con l’America, no anzi, mi piace. Ce l’ho con gli americanisti di tutto il mondo. L’America, si sa, é stato un errore di navigazione. Mica ci volevamo andare, ci siamo cascati. Ecco cos’è l’America, é uno scivolo, una buca, un’enorme buca col risucchio: SSSCCHHIVVRRUMMM! No un momento, mica ci son cascati tutti subito nooo. All’inizio, c’era anche il vento dell’Est, che tirava come dice la parola, un po’ più in là. Sì, l’Unione Sovietica, con le sue promesse, il suo senso di uguaglianza, di giustizia, l’Internazionale Socialista, la sua cultura... no la cultura anche lì …
E l’Italia, con le sue macerie, ma già con le sue prime luci al neon, oscillava, oscillava: “Meglio di qui... no, meglio di là...”. Chi faceva il tifo per l’uno, chi faceva il tifo per l’altro, insomma, si discuteva, ci si dibatteva tra due culture... ma no, quali culture, tra due bulldozer! Ecco.
Poi a un certo punto, senza preavviso, senza nemmeno che un colonnello dell’aviazione ce lo dicesse, il vento dell’Est smette. E da quel momento, SSSCCHHIVVRRUMMM! Tutti in buca.
Ma come? Non eravamo diversi? Non si oscillava? Non ci si dibatteva? Macché più niente. Tra un imbucato e l’altro non si riconosce più nessuno. Quelli di destra maledizione, mi diventano sempre più democratici. Quelli di sinistra sempre più liberali, e SSSCCHHIVVRRUMMM! Quelli di centro... no, quelli di centro niente da dire: sono sempre stati bucaioli loro. Ma dagli altri, non me lo aspettavo.
E ora tutti a dire: “Che bella la buca... ma che bella la buca... non c’é niente di più democratico della buca... a me piace la buca di Reagan... no, io sono per quella di Clinton, Kennediano, eh già, perché c’é buca e buca eh, viva la buca”.
La buca è l’ineluttabile destino dell’umanità. È lo sviluppo incontrollato e selvaggio, è la spietata legge del più forte intesa come selezione naturale della specie. È l’eroico sacrificio di qualsiasi giustizia sociale. È la vittoria totale del mercato. È il trionfo dell’unica visione del mondo. La buca è l’America!
Ed eccoci qui anche noi, liberi, liberali, liberisti, siamo per la rivoluzione liberale, ma con la solidarietà, siamo liberistici e per il liberalismo, siamo liberaloidi, libertari, libertini. libertinotti. Liberi tutti!
No, a me l'America non mi fa niente bene. Troppa libertà, non c'è niente che appiattisca l'individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti magia così bene dal di dentro.
Come sono geniali gli americani, te la mettono lì, la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà.
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