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Aspettando San Savino
28 Maggio 2024 - 19:06
Era il 1969 quando un gruppo di giovani decise di rivoluzionare il Carnevale: basta trattori, basta carri allegorici, basta coriandoli e stelle filanti.
Grazie a quel gruppo di ragazzi coraggiosi il Carnevale torno alla tradizione, ai carri tirati dai cavalli, alla rivolta del popolo contro il potere, alla Mugnaia simbolo della città e della forza delle donne.
Venne chiamato il “golpe” e tra quei giovani coraggiosi che fecero nascere il Carnevale di Ivrea così come lo conosciamo oggi, c’era Pier Luigi Marta.
Oggi dire Pier Luigi Marta, significa dire Carnevale e significa dire San Savino.
Perché se ad Ivrea c’è una memoria storica, quella è la sua e a custodire i ricordi di circa sessant’anni di questa storia è quello scrigno della memoria rappresentato dalla sede degli “Amis ad Piassa dla Granaja in via Bertinatti 31.
E’ qui, in questo luogo fantastico tappezzato di fotografie, vecchie e nuove, di manifesti, di documenti, che incontriamo Pier Luigi Marta.
“Vede - mi dice mostrandomi un vecchio foglio ingiallito, custodito in una cornice appesa al un muro - questo è il documento firmato da me quando ho distribuito Le Piazze assegnandole agli Arancieri”.
Quindi è stato anche un po’ l’arbitro del carnevale?
“Era semplicemente mio mestiere quando mi hanno nominato segretario generale il segretario generale era come il presidente di adesso. Ero stato nominato io perché quella sera non ero andato alla riunione. A quei tempi non c’era nessuno che voleva farlo. Adesso invece fanno al cursa per diventarlo”.
Il Golpe in che cos’è consistito?
“Siamo andati dal Presidente dell’Azienda Autonoma che all’epoca finanziava e gli abbiamo detto il carnevale com’era non ci piaceva e che volevamo togliere i trattori e fare delle cose nuove. E così abbiamo realizzato il il palio degli Arcieri abbiamo fatto I Rioni. Insomma, abbiamo preso noi in mano il carnevale”.
Poi spiega: “Il carnevale è rievocazione storica il nostro carnevale è storia. Le caramelle di Chivasso non lo so...” dice tirando un affondo alla città dei nocciolini.
“La nostra prima verbalizzazione di un carnevale con i documenti è del 1808 però il carnevale esisteva già da prima perché in tutti i rioni di Ivrea veniva fatto carnevale e gli Abbà erano quelli che organizzavano i i Carnevali in tutte le parrocchie. Poi Con l’avvento di Napoleone si pensò di regolare tutto questo. All’epoca ci si tirava i fagioli...”.
E i suoi primi ricordi del Carnevale, quali sono?
“In piazza a tirare con mio padre. Ci si rovesciava la giacca e si andava a tirare dai balconi, in borghese, con due berretti rossi, uno in testa ed uno pieno di arance”.
L’avvento della prima squadra, l’Asso di Picche, Marta lo ricorda ancora bene. Nel 1948 aveva 12 anni.
“Tiravano con la casacca da operai della Olivetti. Poco a poco tutti si sono inseriti nelle squadre”. Tutti, o quasi. Eccetto lui e qualche d’un altro. “Mai tirato in una squadra. Sul carro, per due anni, tra l’84 e l’85, con Gili Meina, che era un grande conduttore di quadriglie”.
Dal 1969, Marta resta tra gli organizzatori fino al 1984.
“Decisi di uscire perché l’incarico venne dato ad un altro. Serafino Actis, poi, per cercare di ottenere più fondi cambiò pure il nome in Carosello d’Ivrea. A quel punto io ed altri organizzammo il funerale del Carnevale”.
Nella sede di via Bertinatti 31 è conservato il manifesto.
“Morte dello storico carnevale di Ivrea di anni 177. Ucciso da Serafina Barbarie. Costernati ne danno il triste annuncio gli eporediesi quelli veri, gli aranceri che tanto lo amavano I generali quelli veri l’ordine della mia quella vera lo Stato Maggiore i pifferi i tamburi gli Abbà, la goliardia partecipano al dolore l’università della terza età l’ente autonomo teatro Giacosa, Amerigo Vigliermo il suo etnologic Center Bay il Rotary, il Lions (...). Tutti gli eporediesi quelli veri sono invitati a partecipare alla veglia funebre alla veglia funebre nel rispetto delle Antiche Tradizioni”.
Insomma, un funerale in piena regola con il quale Marta portò in piazza migliaia di persone.
“E fu così per molti anni ancora. Nacque così la tradizione del giovedì grasso. Una bellissima festa che per ragioni di sicurezza oggi non si fa più”.
Nello stesso anno, il 1984, fonda gli Amis ad Piassa d’la Granaja, antico nome di Piazza Ottinetti, dove prima dell’avvento dell’industria dell’informatica si impilava il grano. “Allora ero segretario del comitato del Carnevale quando l’Azienda Autonoma (che oggi chiameremmo Atl), che finanziava il Carnevale, ci mise spalle al muro. Mi inventai il gruppo: eravamo assieme al 1969, non volevo buttare via la nostra storia”. Da allora, e ininterrottamente, è stato Presidente. Oltre trent’anni filati. Senza mai stancarsi. In sede ogni lunedì sera e per tutto l’anno perché, oltre al Carnevale, c’è da organizzare San Savino e qualche piccolo appuntamento durante il calendario. “Perché continuo? Per la solita passione e per il fatto che abbiamo messo insieme un’organizzazione che si rende utile alla città. Ogni anno provo a dare le dimissioni... ma non le accettano. E così resto io”.
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