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Il reportage

Nel paese dove nacque il salame di turgia (VIDEO)

Un pomeriggio a Chialamberto alla scoperta di volti, storia e costumi

Sulla destra le ex miniere, sulla sinistra le distese di campi con qualche animale al pascolo. È il paesaggio che si trova davanti il turista o l'avventore prima di entrare nell'abitato di Chialamberto, 350 anime a metà della Val Grande di Lanzo. Un paesaggio ampio, dove ti viene voglia di fermarti e di scendere dall'auto per respirare un po' d'aria buona.

Poi la strada si fa più stretta e si inoltra dentro al nugolo di case. Scalando la Provinciale che porta su fino a Forno Alpi Graie si arriva lentamente verso lo spiazzo principale del paese. Piazza Fratelli Chiariglione ospita in cima a una scalinata la chiesa parrocchiale dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo. Ci torneremo verso la fine di questo reportage.

Freschi di elezione

Ma i primi che incontriamo sono gli amministratori del paese che ci aspettano in piazza. Con un colpo di fortuna troviamo tutto l'esecutivo, fresco di elezione. "Prima ero vicesindaco, ma per me questa è un'esperienza tutta nuova" ci dice il sindaco Gabriele Castellini.

Il sindaco Gabriele Castellini

Nato e cresciuto a Chialamberto, la vita di Castellini è legata a doppio filo a quella del territorio. Ad oggi, accanto all'attività amministrativa, continua a portare avanti qui la sua attività lavorativa. "Viviamo di quello che ci offre il territorio" sintetizza.

Il punto di forza del territorio? La natura

Qui "purtroppo negli anni sono mancate tante persone, ma grazie al loro lavoro ad oggi abbiamo un paese con una natura incontaminata, che dà la possibilità di vivere la montagna in maniera autentica".

"La natura è il nostro punto di forza - interviene a tal proposito il vicesindaco, Alessandra Aimo Boot -. È un genere di natura semplice ma che al turista porta grande benessere. Altri nostri punti di forza? Le infrastrutture sportive: un atterraggio parapendio, un'area per mountain bike, un campo polisportivo e la sentieristica per il trekking".

Il vicesindaco Alessandra Aimo Boot

Insomma, che il paese sia piccolo poco importa: le cose da fare non mancano. "Ho vissuto otto anni a Milano e anche a Torino, e so quanto è difficile sentirsi isolato in quei grandi contesti - ci dice invece l'assessore Liliana Chiariglione -. Qui, invece, c'è un senso di comunità che non trovi ovunque, e questo credo che sia davvero qualcosa che le persone cercano sempre di più. Più andiamo avanti, più questo aspetto diventa importante”.

Anche i bambini, qui, giocano come una volta: “Vivono un’infanzia serena, non sono così vittime della tecnologia e riescono anche a mettere alla prova la loro capacità di integrarsi nell’ambiente. Guardandoli rivivo la mia infanzia”.

Anche perché qui le infrastrutture sportive non mancano: “C’è una pista ciclabile - ad esempio - che percorre tutta la vallata, partendo da Ceres e arrivando fino a Forno Alpi Graie”. Permettendo anche ai visitatori di viaggiare in maniera green, magari anche visitando anfiteatri, pascoli, edifici storici.

Cosa resta da fare

Insomma, qui pare che non manchi davvero nulla. Eppure c’è ancora tanto da fare per contrastare il calo demografico tipico dei territori montani. “La pandemia ci ha insegnato che si può lavorare da casa: qui sta arrivando la fibra ottica, e questo permetterà a chi lavora da casa di stare sul territorio”.

L'assessore Liliana Chiariglione

Dopodiché c’è tutto ciò che ruota “attorno alla natura, all’agricoltura e allo sport: ci piacerebbe ci fosse qualcuno che possa venire qui per lavorare sul territorio”. Non che qui le attività commerciali manchino: c’è il bazar del paese, diversi bar, due macellerie, l’impianto sportivo, il parapendio e via dicendo. Un vero e proprio unicum per un paese così piccolo e di alta quota.

Il rumore dell’acqua

Mentre parliamo, il nostro sottofondo è occupato dal rumore dell’acqua che sgorga dalla fontanella della piazza. “La gente che viene qui in vacanza - sorride l’assessore Chiariglione - inizialmente si lamenta, e dice che non riesce a dormire perché sente il rumore dell’acqua. Poi magari tornano in Città e dopo venti giorni ti chiamano e ti dicono: ‘Ci manca quel rumore dell’acqua…’”. 

E le fontanelle sono davvero tante, disseminate per il concentrico e per le frazioni. Dalle loro bocche sgorga acqua limpida e fresca. Altro che l’inquinamento acustico che imperversa tra le strade torinesi…

La memoria storica del paese

Ma facciamo un passo indietro. Prima di raccontare la Chialamberto del presente, infatti, occorre capire com’era la Chialamberto del passato. Facciamo a meno dei polverosi libri di storia locale e ce ne andiamo da chi quella storia l’ha vissuta in prima persona.

Lei si chiama Luisella, ha 81 anni ed è la barista del paese. Qui ha servito migliaia di caffè dal 1956. “Qualcosina ancora mi ricordo” ci dice con modestia. “Sono stata qui fino ai 6 anni, poi sono andata a Torino a scuola e infine, nel ’56, sono tornata a vedere com’era la situazione e non sono più andata via”.

Il suo locale esiste dal 1850, da quando il Regno d’Italia era ancora solo il Regno di Sardegna. Cento anni dopo è arrivata Luisella: “Negli anni ’60 ho visto accadere una rivoluzione: sono arrivati tantissimi turisti, e le cose da quell’anno sono andate sempre meglio”.

La barista Luisella

Tanta gente, all’epoca, non equivaleva però a tante macchine. Tutt’altro: “In tanti venivano su in corriera o con la macchinina del parente. C’era anche l’auto di piazza, che era come un taxi che serviva i cittadini”.

Con quel taxi Luisella e le sue coetanee andavano anche a ballare fino a Balme: “Lì c’era il Camussot con la sala da ballo, faceva un freddo della malora!” ride. Ma ci si scaldava ballando: “Tango, valzer, mazurca e tanto altro”.

Poi la crisi economica ha fatto calare tutto, e le cose si sono cristallizzate così per come appaiono oggi. “Luisella è il perno di Chialamberto, continua a tenere aperto il bar e ci dà la possibilità di fare comunità” aggiunge il sindaco Castellini.

“Con l’età talvolta diventa un peso, ma finché si può noi ci siamo” ci racconta invece la commerciante. Il suo bar ha il fascino delle cose inossidabili, che durano a lungo e non scoloriscono mai. Un fascino che qui è più che diffuso.

L’arte del legno

È lo stesso che ti assale alla falegnameria del paese. La gestiscono i fratelli Gagliardi. Uno dei due ci accoglie nell’ampio stanzone pieno di assi, manufatti e strumenti del mestiere. “È dal ’64 che io sono qua, anche se la mia famiglia gestisce l’attività da cinque generazioni”. 

Ma non è finita qui: sopra alla falegnameria, un museo raccoglie vecchi utensili, foto d’epoca e strumenti di ogni tipo. Pialle, timbri, sagome, martelli d’epoca. Alcuni pezzi arrivano addirittura dagli Stati Uniti.

La falegnameria del paese

Ma la vera chicca sta vicino all’ingresso: una vecchia porta d’alpeggio con incise le date in cui gli avventori l’hanno visitato. La prima incisione riporta al diciannovesimo secolo: 1841.

“Berrettini o Sinner? Non sono paragonabili”

Lasciamo la falegnameria e scendiamo a margine della provinciale. Sulla destra ci sono i campetti, nuovissimi, che formano il polisportivo del paese. Quelli dedicati al tennis, a partire dal mese di luglio, li gestisce Massimo La Rivera di San Maurizio Canavese. 

“Mi sono sempre occupato di tennis - ci dice - e quando ho saputo della possibilità di gestire questo impianto comunale ho partecipato al bando. Conosco questi posti, ma non mi ero mai soffermato a osservare il campetto”.

Massimo La Rivera

Dopo la chiacchierata, a Massimo facciamo un’ultima domanda, che con Chialamberto c’entra poco e per giunta è persino un po’ “cattivella”, lo ammettiamo: meglio Sinner o Berrettini? 

Lui risponde senza scomporsi: “Conosco personalmente Berrettini, ma devo dire che sono due soggetti completamente diversi dal punto di vista fisico e strutturale: non sono paragonabili”.

Dalla modernità del campo da tennis appena affidato in concessione torniamo al passato, verso il concentrico. L’obiettivo è saperne di più in merito a una diceria che corre per le strade del paese da decine di anni.

Il paese del salame di turgia

“Qui è nato il salame di Turgia!”. A Chialamberto, questa frase la sentirete spesso. E noi la dobbiamo verificare. Per farlo, ce ne andiamo alla macelleria Perotti. Incontriamo Mario e Silvio Perotti, che col papà Giuseppe gestiscono l’attività.

La macelleria è nata proprio con papà Giuseppe, che l’ha rilevata a sua volta da un altro gestore. Ed è nata nel 1978. Noi ci mettiamo a parlare con Mario, che di anni ne ha 39 e quindi non era ancora nato quando la macelleria è nata.

Mario Perotti, della macelleria Perotti

“Ho iniziato a lavorare qui attorno ai vent’anni: venivo d’estate in macelleria” ci dice. Il mestiere è impegnativo, “e per fare il macellaio bene non basta saper tagliare la carne: qui la clientela vuole vedere arrosti, bolliti, tagli interi. Noi compriamo le bestie da tre o quattro stalle di fiducia e lavoriamo con quelle”.

Per far venire la gente a comprare la carne bisogna curare tutta la filiera, e offrire una vasta gamma di prodotti: “Mio papà è nato salumiere, e quindi facciamo anche molta salumeria” ci spiega Mario. Ed ecco il punto.

“Questa viene chiamata anche la valle dei salumieri, e tanti salumieri che operavano in bassa valle, ad esempio a Ciriè e a San Maurizio, venivano da qui: è una tradizione che si sta perdendo, ma noi cerchiamo di portarla avanti”.

Giuseppe Perotti insacca il salame di turgia

A due passi da Mario, il papà Giuseppe insacca l’impasto per il salame di Turgia. “Si fa con la carne bovina della mucca a cui viene aggiunto il grasso di maiale: poi viene tritato e insaccato”. 

Noi glielo chiediamo, e Giuseppe ne è convinto: “Si può dire che il salame di turgia sia nato qui…”. Dopo averlo insaccato, il salame si fa asciugare, e poi può essere consumato sia crudo sia cotto. Una vera leggenda gastronomica del territorio, conosciuta ormai in tutta Italia.

“La gente si rende conto che è meglio spendere qualche soldo in più ma mangiare alimenti che provengono da una filiera controllata” ci dice Mario mentre ci guida tra i locali della macelleria.

E se la carne sintetica mettesse in crisi tutto ciò? “Non ci si può opporre al futuro - dice Mario con sportività - bisognerebbe provarla! Penso che però la bistecca di vitella di fassona piemontese difficilmente l’andremo a sostituire!”.

Il bazar delle donne

 Di fronte alla macelleria c’è il bazar del paese, che il prossimo anno compirà cento anni. La particolarità? A gestirlo sono state sempre le spose dei proprietari. “È nata come una ferramenta - ci spiega Cristina Berra, che gestisce il locale - dove si teneva un po’ di tutto, e poi nel corso dell’ultima gestione lo abbiamo convertito in alimentari”.

Qui ci sono i formaggi delle Valli e i prodotti tipici locali: “Speriamo di tenerlo aperto per altri cento anni!” auspica la proprietaria. Che poi ci racconta, senza dubbio, che “il valore aggiunto qui lo dà la tipicità, anche se come per tutte le attività commerciali bisogna essere molto flessibili”.

Cristina Berra, del bazar Vallino

Qui, prosegue la proprietaria, “è come vivere nel mondo delle favole: la zona è bellissima, ci sono alpeggi che fanno formaggi buonissimi. Se uno avesse la capacità di accettare e capire il territorio forse si potrebbe tornare ad avere un buon turismo”.

Ci lasciamo alle spalle il bazar e scendiamo verso l’impianto per il parapendio. “C’è una sorpresa” ci dicono gli amministratori, diventati “guide per un giorno”.

Qui la conquista del cielo…

Per capire di che si tratta incontriamo Guido Teppa, istruttore della scuola di parapendio Peter Pan, che assieme alla squadra di sportivi Baratonga Flyers anima la vita agonistica del paese. “La nostra scuola è attiva da trentotto anni, ed è stata una delle prime scuole italiane di parapendio”.

Uno sport come questo non è di certo facile, ma per Guido, una volta partiti, le sensazioni sono molto diverse rispetto a quelle che potremmo immaginare noi che abbiamo i piedi per terra: “Le persone si aspettano un salto nel vuoto, ma non è così: il parapendio è accogliente, e uno si sente coccolato dal sedile quando vola”.

Guido Teppa

E poi c’è un aspetto tremendamente affascinante in questa attività: “La conquista della terza dimensione ti consente di entrare in una situazione differente, ti consente di vedere il mondo in maniera differente. Questo ti permette di dare un valore diverso a te e alla tua vita”.

… è a portata di tutti

Ma ecco, invece, qual era la sorpresa promessa dagli amministratori: “Qui, grazie al Comune, si è lavorato per creare la prima scuola per persone con disabilità del territorio”.

Le persone con disabilità fisica agli arti inferiori, che non possono correre per prendere il volo col parapendio, potrebbero farlo se avessero un carrozzino. Ed ecco che quindi il progetto consiste da una parte nel fornire loro questo mezzo tecnico e i luoghi giusti per decollare, ma anche nell’insegnamento delle tecniche giuste per farlo.

Qui si fa parapendio a portata di tutti

Un progetto a grandissima vocazione inclusiva, che partirà a breve e che dovrà raccogliere le adesioni necessarie. Ciononostante i lavori sono terminati: “La struttura base per partire c’è” ci dice Guido. Che a dire il vero ha già alle spalle una certa esperienza sul tema.

Dal 2007, infatti, viene organizzata proprio a Chialamberto la manifestazione “Paravolando”, prima in Italia a far volare le persone con disabilità fisiche e psichiche. “Fu una grande novità a livello italiano, che fece cambiare i regolamenti didattici che fino a quel momento non consentivano di far volare persone con disabilità”.

“Il parroco? È colui che si mette al servizio delle persone e dei territori”

Tornando verso il centro, sappiamo bene che ci rimane una sola cosa da fare: incontrare Don Claudio Pavesio, il parroco che cura le anime di questo paese ma non solo: nelle sue mani ci sono le parrocchie di buona parte delle Valli di Lanzo.

E infatti Don Claudio non si ferma mai. “Scavalca” la Val Grande per imboccare la Val d’Ala quando deve salire su fino a Balme, poi si ferma a Ceres e infine rientra in Val Grande. Qui, a Chialamberto, ci sono le stanze dove vive.

Don Claudio Pavesio

La sua vocazione comincia da piccolo, in terza elementare a Chieri, dove Don Claudio è nato e cresciuto. A quell’età Don Claudio cominciò a servire messa: “Lì cominciai a conoscere la bellezza del servire in parrocchia”.

Crescendo iniziò anche a gestire il cinema parrocchiale, e nel corso degli anni si fece sempre più convinto del desiderio di intraprendere la strada del sacerdozio. Da quel momento continua a praticare la sua vocazione anche in queste terre, le Valli di Lanzo, che l’hanno adottato.

A destra e a manca

Attraversando i locali dove vive, si esce in un balconcino che dà sulla piazza centrale, e sulla sinistra si erge la chiesa parrocchiale. “In questi locali fondamentalmente ci dormo soltanto” ci dice Don Claudio. Il resto della giornata, come abbiamo detto, è sempre fuori a fare qualcosa. 

“Eh beh! Quando dieci anni fa sono diventato parroco di questa vallata ero parroco di due parrocchie. Poi sono diventate tre, poi cinque, poi sei. Ad oggi curo la parte amministrativa di altre sei parrocchie” ci dice Don Claudio.

Questo dà l’idea della mole di lavoro che un parroco di montagna deve svolgere quotidianamente: “Chi vive in queste zone sa che è così. E poi, più che spostare quindici macchine ogni volta in una parrocchia è meglio spostare quella del parroco, anche per ragioni ecologiche!” sorride il Don.

La “vocazione turistica” della chiesa di montagna

Qui, a frequentare la chiesa non sono solo i residenti, ma anche i turisti. Don Claudio le chiama “parrocchie a vocazione turistica”. “Il turismo qui è di famiglia, stanziale, più riflessivo, spesso attento alla parte spirituale” ci dice il sacerdote.

E infatti, mentre le chiese sono frequentate di inverno dai pochi residenti, d’estate si popolano di turisti: “E servono dunque anche dei sacerdoti in più. Qui vengono soprattutto quelli più amanti della montagna. Per me è un aiuto e per loro è una gioia andare a celebrare in posti così belli”.

Crisi delle vocazioni?

Ai giornali locali capita spesso di raccontare questa situazione in cui un parroco gestisce un territorio ampio: capita persino che la parrocchia rimanga senza parroco e tre o quattro comuni restano scoperti per molto tempo.

Spesso si tende a etichettare frettolosamente la questione come “crisi delle vocazioni”. Ma è davvero così? “Intanto va detto che la figura del parroco è particolare - precisa Don Claudio -: il parroco si mette al servizio del territorio e delle persone”.

E la parrocchia ha non solo esigenze spirituali, “ma ha le sue scadenze dal punto di vista delle richieste civili e giuridiche”. Insomma, la burocrazia non manca neanche qui, e il parroco deve starci dietro. 

“Come quando chiude una scuola o un ufficio postare, quando chiudono le chiese il tessuto sociale diventa più povero” riflette il sacerdote.

“Abbiamo una responsabilità nei confronti della storia”

Eppure qui le parrocchie sono dei presidii da mantenere e da manutenere. Non solo per una mera questione estetica: “Noi abbiamo una responsabilità nei confronti della storia - ci dice Don Claudio -. L’ultima chiesta che dovremo ristrutturare è ai Rivotti di Groscavallo: una chiesa costruita portando su tutti i materiali a mano, con una fatica immensa”.

Una fatica fatta per un obiettivo: portare una testimonianza di fede in alta quota. Ed è proprio questo il compito che un parroco si dà quando si preoccupa di quelle strutture: salvaguardare non solo l’immanenza della struttura architettonica, ma anche la trascendenza che la anima: “Il muro e la pietra non sono tutto ma richiamano a qualcosa di grande”.

Don Claudio lo chiama “lo sguardo oltre”, “quello che arriva fino a Dio”. Ogni chiesa, insomma, è una testimonianza di fede da salvaguardare e da curare, perché dietro quelle mura non ci sono solo nozioni storiografiche o architettoniche, ma qualcosa di più.

Fedeltà alle terre alte

E quello di curare il patrimonio architettonico è solo uno dei modi per “stare vicino alla popolazione del luogo, cercando di garantire quel minimo di presenza per dire ‘sì, siamo vicini’”. 

Don Claudio ricorda di quando il vescovo Cesare Nosiglia disse ai parroci di cercare di essere fedeli alle terre alte. Quella missione il parroco se l’è caricata sulle spalle e la porta avanti da anni. Don Claudio usa spesso una parola: testimonianza. 

Ed è una parola che fa il sunto della sua attività di parroco: testimoniare la vita nelle terre alte, presidiarle, capire di cosa hanno bisogno: “Io sono un parroco pratico, di montagna” ci dice sorridendo. E gli crediamo sulla parola.

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