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SETTIMO. C’erano una volta i lavatoi

Al tempo dei lavatoi… Ovvero non molti decenni or sono. Le massaie ignoravano l’uso delle lavatrici domestiche. E Candy, Rex, Indesit, San Giorgio, Ignis, Zoppas e Whirlpool erano nomi assolutamente sconosciuti.

Correva l’anno 1937 allorché Aldo Barberis, il podestà di Settimo Torinese, pensò di costruire un pubblico lavatoio sulla sponda sinistra del rio Freidano, in corrispondenza dell’incrocio fra le vie Ludovico Ariosto e Torquato Tasso. Così – ragionò – le donne non avrebbero più tribolato in casa, specie durante la stagione fredda, a lavare i panni. E neppure sarebbero state costrette a rovinarsi le ginocchia sulle rive delle «bealere». Per il rifornimento idrico, il podestà pensava a una conduttura di 245 metri che avrebbe prelevato l’acqua a monte del salto sfruttato dal Mulino Vecchio.

Al progetto non seguì la pronta realizzazione dell’opera. Di lì a qualche anno scoppiò il secondo conflitto mondiale e tutto fu rinviato a tempi migliori. Dopo la guerra, la giunta municipale presieduta da Luigi Raspini accantonò definitivamente l’idea. Un solo lavatoio pubblico – sostenne il sindaco – si sarebbe subito rivelato insufficiente per le necessità quotidiane di un paese con più di diecimila abitanti, distribuiti su un vasto territorio. Inoltre l’acqua del Freidano non appariva propriamente limpida.

Si legge in una cronaca del tempo, a progetto ormai approvato: «La soluzione adottata dall’amministrazione […] è molto più pratica e geniale. I lavatoi (al plurale e non al singolare) vengono costruiti in diverse località del paese in modo che chi deve servirsene li abbia il più possibile vicini. L’acqua viene captata dal sottosuolo mediante piccole elettropompe: essa si presenta limpidissima e, nell’inverno, a piacevole temperatura. Le vasche, in numero di otto per ciascun lavatoio, sono della capacità di litri 250 caduna, e l’orario di funzionamento è regolato in relazione alle esigenze del pubblico».

Un primo lavatoio fu costruito in via Cavour, lungo il canale Barbacana, per servire il centro del paese. Un secondo all’estremità occidentale dell’abitato, sempre in via Cavour, ma all’angolo con via Consolata; un terzo dalla parte opposta, in via Galileo Galilei, a lato della cappella dedicata alla Madonna delle Grazie.

Si pensò anche a un quarto lavatoio per le casalinghe del Borgo Nuovo, ma il reperimento dell’area apparve subito difficile, non volendo il Comune sottostare alle esose richieste dei proprietari di terreni. Acquistato infine un piccolo appezzamento in via Trieste, l’amministrazione Raspini poté dare corso all’opera. Nel 1950 toccò alla località «Sotto la Torre». Il luogo più adatto fu individuato in via Ariosto, nei pressi del Mulino Vecchio, dopo un acceso dibattito in consiglio comunale. La realizzazione dell’opera venne affidata all’impresa Ced (Cooperativa Ex Deportati).

Un sesto e ultimo lavatoio sorse accanto all’antica chiesetta di San Rocco. «È entrato in funzione – si legge in un periodico del 1955 – l’attesissimo lavatoio pubblico, a lato della cappella di San Rocco, sulla via San Mauro. Esso è stato subito preso d’assalto dalle numerose massaie della zona che cominciavano già a preoccuparsi per la incombente minaccia della mancanza di acqua per queste loro domestiche faccende».

Commentò compiaciuta la giunta Raspini: «L’utilità di questi impianti, per le comodità che offrono e per i vantaggi igienici che ne derivano, è stata apprezzata da tutti, specialmente dalle classi popolari».

Sembra preistoria, invece è cronaca di sessant’anni fa o poco più.

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