Manuel Giacometto

La sfumatura di: Manuel Giacometto

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REPORTAGE. A Mezzenile, il paese dei chiodi

Breve premessa. D’ora in poi avrò un occhio di riguardo per i chiodi.
Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla” dicevano. A Mezzenile di storie ce ne sono a bizzeffe, e ci sono anche i personaggi a raccontarle. Il sindaco, il ristoratore, lo storico, i mercatari, la ragazza, il cioccolataio, l’ex ingegnere ambientale. Ci sono perfino i rifugiati. Venerdì li ho incontrati uno ad uno. Sicuramente mi sarebbe piaciuto incontrarne altri, ma mi son fatto bastare i chiodi…

Il primo impatto

Arrivo a Mezzenile in tarda mattinata. Scendo dal treno e percorro la salita fino alla piazza centrale del paese, dove si trovano la chiesa e il municipio. La strada non è così lunga, ma i polmoni sono da fumatore incallito. Salgo fin su perché ho letto che venerdì è giorno di mercato, ma da lontano non vedo banchi. Forse ho letto male o forse l’informazione era sbagliata. Invece arrivo in piazzetta e, pochi metri dopo l’imponente monumento ai caduti, trovo un banco, solo uno.

Vende frutta e verdura in gran quantità, un tripudio di colori. “Ci siamo solo più noi qui – mi spiegano Silvio Nepote e Claudia Tibaldi -. Prima c’era anche il banco dei formaggi, ora è andato in pensione. Però in estate il mercato rinvigorisce!”. Hanno conosciuto il caos della città, apprezzano la calma della montagna. “Ormai a valle tutto si fa di corsa, in modo frenetico – abbassano lo sguardo -. Qui, invece, c’è una certa tranquillità. È il ritmo della vita che è diverso, più tradizionale”. Mentre li ascolto guardo la piazza e vedo due ragazzi di colore. Sono rifugiati, ce ne sono una cinquantina a Mezzenile, sono accolti nella Casa delle suore Immacolatine.

Il verde della natura

La salita è breve, ma la trovo comunque faticosa. Mancano 50 metri dalla Casa delle suore e solo una pausa mi salverebbe. La Provvidenza, non quella divina ma quella dell’uomo, fa comparire a due passi da me una coppia. Marito e moglie stanno mettendo a posto il giardino. “Ci siamo trasferiti da Torino una decina di anni fa – raccontano Marco e Laura -. Mezzenile è perfetto per chi ama la montagna e la natura, e Torino rimane una risorsa a portata di mano”. Marco lavorava come project manager a Milano, adesso si occupa con la moglie del rifugio escursionistico “Le Lunelle” a Mezzenile e del Rifugio Città di Ciriè del Pian della Mussa. Un manuale del perfetto cambio di vita, le scelte coraggiose. Hanno lo sguardo felice.

I bambini fanno ciao

Alla Casa delle Suore incontro Safia Nefraoui, una donna algerina responsabile dell’accoglienza dei rifugiati. Su circa 950 abitanti loro sono in 53, la metà sono bambini e 13 sono nati qui in Italia. Si tratta di una prima accoglienza, quindi a stento parlano italiano, sono arrivati qui pochi mesi fa dopo la traversata sui barconi.

I paesi di provenienza? Nigeria, Ghana, Costa d’Avorio, Camerun, Guinea, Pakistan, Armenia, Eritrea. Di loro si occupa l’associazione Ammi, coadiuvata dalle 4 suore presenti nella Casa. “All’inizio c’è stato qualche problema di adattamento – spiega Safia -. Ma ora, soprattutto chi è qui da più tempo, comincia a capire la lingua e la cultura italiana. La comunità è molto generosa, ci hanno portato tanti vestiti e tante cose utili, ora i rifugiati iniziano a fare compere e a conoscere le persone”. Chiedo una fotografia e mi dicono di sì. I bambini sorridono, anche i genitori. Sorrido anch’io. Poi si fanno seri, e scatto.

I giovani e Mezzenile

Adesso ho fame. Devo trovare un posto per un boccone al volo, quindi faccio che tornare nella piazzetta. Vedo una ragazza, borsa in spalla, che esce dal municipio. “Cercavo proprio te” le faccio. Le devo chiedere due cose: in primis, sicuramente, dove mangiare un boccone. E poi come si trovano i giovani a vivere a Mezzenile. Si chiama Giada Morino, ha 21 anni, si è diplomata all’istituto d’arte di Castellamonte e adesso sta facendo il servizio civile in Comune. Ah, ecco perché è uscita dal municipio. “Questa è casa mia, mi trovo bene, ma non mi piacerebbe rimanerci per sempre – dice -. Per noi giovani sarebbe meglio spostarsi giù, anche solo verso Ciriè. I mezzi pubblici sono scarsi e ci muoviamo con fatica, per uscire la sera ci organizziamo in macchina ma c’è sempre poco da fare. Purtroppo ha chiuso anche il Sacripante, ad Ala di Stura, l’unico locale che frequentavamo”.

A dire il vero un po’ di vita c’è. “La Pro Loco organizza qualche iniziativa – sottolinea Giada -. E poi a livello di turismo ci sono cose belle, l’ecomuseo dei chiodaioli, le fucine, il castello…”. Insomma non tutto è perduto. “Comunque – mi sorride – potresti andare a mangiare al Vecchio Borgo”. E così sia.

Un pranzo particolare

Al Vecchio Borgo mi accoglie Fabrizio Angeli, marito della titolare Claudia Marogna. “Senta, ho bisogno di capire Mezzenile – gli faccio  -. E voglio mangiare un piatto di pasta”. Mi fa accomodare e arrivano le penne alla gorgonzola. Una spolverata di pepe nero e comincio a mangiare, mentre Fabrizio racconta. “Mezzenile ha prodotto per secoli chiodi – mi spiega -. Pensa che durante la Prima Guerra Mondiale molti non partirono perché dovettero fabbricare i chiodi di rinforzo per gli scarponi dei soldati in lotta sulle Alpi”.
E poi c’è il castello costruito dal conte Luigi Francesetti, insediatosi a Mezzenile a cavallo tra 1700 e 1800.
Una parte è dei privati, l’altra negli anni è stata acquisita e messa a nuovo dal Comune. “Questo è un posto pieno di storia – sottolinea il ristoratore -. Uno dei paesi più belli delle Valli, prende il sole da mattina a sera e la natura è rigogliosa, il panorama è eccezionale. La gente, poi, è accogliente e disponibile”. I servizi, quelli fondamentali, ci sono: asili, scuole elementari, la farmacia, la posta. Le scuole medie più vicine sono a Ceres, poco distante, mentre per le superiori bisogna andare almeno fino a Lanzo.
Fabrizio si alza, nel ristorante non sono l’unico cliente. Un uomo entra con l’attrezzatura da camminata e da lui proviene il suono del canto degli uccellini in primavera. Sarà l’arcangelo Gabriele, penso, e invece è la suoneria del cellulare. Entra un altro signore, armato di stampelle, e poi arriva anche il sindaco Roberto Grappolo. Si siedono a pochi metri da me, parlottano e cerco di carpire qualche frase della discussione, ma mi viene difficile. Parlano in piemontese, ma molto stretto. Io già non capisco il piemontese di mio padre, che è di Chivasso, figuriamoci questo. Scoprirò poco dopo che si trattava di dialetto francoprovenzale…
Finito pranzo, al tavolo si siedono il ristoratore, il sindaco e arriva anche Ezio Sesia, presidente della Società Storica delle Valli di Lanzo, che pochi giorni fa ha dato alle stampe “Lettere sulle Valli di Lanzo”, raccolta delle lettere del conte Francesetti.

Sindaco orgoglioso

Grappolo, schietto, mi parla dell’economia locale. “Mezzenile è vissuta 6 secoli grazie ai chiodi, ora i chiodi non si fanno più da decenni – spiega -. L’unica azienda di rilievo della zona si trova a Pessinetto, per il resto molti sono pendolari”.

I vecchi mestieri sono in disuso, artigiani ce ne sono ormai pochi. L’economia è cambiata nel tempo, così com’è cambiato il turismo. “Il boom è stato negli anni ’60-’70 – prosegue il sindaco -. Ci sono tante seconde case ma adesso sono aperte due settimane all’anno, una volta tutta l’estate”. E questo ha avuto effetti disastrosi sul commercio, con continue chiusure. “L’ho provato sulla mia pelle – sottolinea -. I miei avevano un negozio, aspettavamo l’estate ed era una festa. Ora è cambiato tutto”.

Fortunatamente, al mondo, non ci sono solo i soldi. A Mezzenile la vita associativa è notevole, ogni frazione ha un suo circolo e ci sono la Pro Loco e altri sodalizi. Vicino allo Stura la bocciofila, nel centro paese campi da calcio e da basket. “Mezzenile è un Comune a misura d’uomo, è bello vivere qui – prosegue – Certo avremmo bisogno, come tutta la Valle, di un po’ più di attenzione da parte della Regione, che dovrebbe vedere la montagna come una risorsa e non come un peso”.

Le preoccupazioni emergono una ad una, chiacchierando. “Ogni giorno – si fa serio – dobbiamo svegliarci con la speranza che le scuole e le poste aprano ancora. Il malcontento è palpabile e diffuso”.

E poi c’è il trasporto pubblico, ridotto ai minimi termini. “Dopo l’alluvione del 2000 i treni non sono arrivati fino a qui per 12 anni – conclude Grappolo -. Oggi Gtt ha pochi utenti in Valle, ma è normale, per un decennio la gente ha dovuto arrangiarsi e cercare altre soluzioni”.

E così d’estate le corse si dimezzano e i treni lasciano spazio ai pullman.

La situazione, durante l’anno, non è tanto migliore.

“Brënlou” 

Mi volto verso Sesia. Me lo presentano come un profondo conoscitore della storia delle Valli di Lanzo. Facciamo due parole e capisco che me l’hanno presentato nel modo giusto. Intanto bevo un caffè. “Non sappiamo come sia nata Mezzenile – racconta -. Qualcuno pensava che il nome derivasse dal fatto che fosse in mezzo alla Valle, in realtà dovrebbe derivare dal latino mansio-nile, cioè la casa dei contadini con l’appezzamento di terreno”.

Tra tante incertezze una cosa è sicura: le fucine ci sono da tempo immemore. “Se ne parla già – sottolinea Sesianei documenti della seconda metà del 1200, i più antichi che abbiamo”. Negli anni sono state attive fino a 130 fucine. Basti pensare che nel 1867, dei 2600 abitanti, 500 facevano i chiodaioli.

Ma non ci sono solo i chiodi nel cuore dei mezzelinesi. La tradizione del Carnevale, chiamato “Brënlou”, è vivissima. “In francese vuol dire tremare, è uno scossone – spiega Sesia -. Ancora oggi si svolge secondo i canoni tradizionali, anche se siamo passati da 4 momenti diversi ad 1 solo. I cittadini si vestono con maschere caratteristiche, si coprono quasi totalmente e stanno in silenzio, in modo che siano irriconoscibili Le maschere più famose sono “Il Vecchio” e “La Vecchia”, ma anche il “Soldato” e “L’Uomo Selvatico”. È usanza prendere in giro personaggi e mestieri sia di una volta sia attuali, e per questo la tradizione ha superato i secoli. Si chiama, in italiano, satira.

Un dolce cioccolato

Mi tocca salutare sindaco e storico. Una breve tappa al castello, accompagnato da Fabrizio, e poi il viaggio continua. Di fianco al Vecchio Borgo c’è il negozio “Cioccolato Artigianale Poretti”, di Stefano Poretti.

Me ne hanno parlato un po’ tutti, oggi. Qui il cioccolato non è mai stato un prodotto tipico, ma di questo passo lo diventerà presto.

Conoscevo questa zona per le vacanze – racconta il cioccolataio -. Sono venuto a vivere e lavorare qui per la natura, per il verde”. Nel 2000 ha aperto la pasticceria, poi si è focalizzato sul solo cioccolato. Tra i prodotti di punta i “Toporetti”, a forma di topo, ma anche i “Baci del Conte” (Francesetti, s’intende). Ultimamente ha cominciato a fare il “Pipistrello”, animale caratteristico delle Grotte di Pugnetto. L’8 dicembre, nell’adiacente cappella di Sant’Anna, Poretti darà vita alla quarta edizione del presepe di cioccolato, organizzato insieme alla Pro Loco.

La fucina

Esco dal negozio e Fabrizio, il ristoratore, mi corre incontro. Come non fosse stato già abbastanza gentile, decide di mettersi nuovamente a disposizione. L’ultima tappa obbligatoria.

Ti accompagno alla fucina – mi sorride -. Oggi è venerdì, c’è l’associazione che fa i chiodi”. Già, un’associazione. L’ha costituita qualche anno fa un gruppo di amici, un po’ per recuperare l’antica tradizione e un po’ per passare tempo di qualità insieme.

Andiamo” dico io.

Cinque minuti di macchina e siamo fuori dalla “Fusina La Neuva”, l’ultima fucina attiva di Mezzenile. Da fuori si sentono i martelli battere sul ferro caldo. Nell’aria si respira un po’ di storia. Dentro ci sono, intorno alla forgia incandescente, Battista Ala, Gianluigi Dematteis Raveri, Umberto Pocchiola Viter e Secondino Pocchiola Viter. Mi spiegano passo passo come fanno i chiodi. Mettono il ferro a scaldare, poi lo battono per fare gambo e punta. Di nuovo a scaldare, di nuovo giù di martello e fanno la testa. Sembra facile, a vedersi, ma è molto faticoso. Tutto, mi dicono, è raccontato nel libro “Gli artigiani chiodaioli di Mezzenile”, scritto da Mario Caiolo.

In questa fucina, una volta, lavoravano in 13 – racconta uno di loro -. Addirittura c’erano due fuochi perché uno solo non bastava. Adesso invece facciamo chiodi solo per dimostrazione”.

Me ne regalano uno, sarà un bel ricordo.

E così esco dalla fucina. Incontro appena fuori il presidente della Pro Loco Sergio Pocchiola Viter, che mi racconta del carnevale, del presepe di cioccolato, della Festa del Ciclamino e dei festeggiamenti per San Bartolomeo, “che per noi è una sorta di co-patrono della città, insieme al patrono San Martino”.

Arrivederci, Mezzenile

È ora di tornare a casa e mi dirigo verso la fermata del pullman. A piedi scendo per la strada asfaltata e mi imbatto nel monumento del chiodaiolo. Accendo la pipa, gusto il tabacco e mi avvicino all’incisione di fianco alla statua. Sarà l’ultimo momento da ricordare di questa giornata a Mezzenile.

La scritta è usurata, ma se ci si avvicina si riesce ancora a leggere qualcosa.

Dalla fiamma viva della forgia, trasse nei secoli dignità e sostentamento trasformando la dura fatica in arte maestra. Al chiodaiolo, simbolo laborioso di questa terra, perché il tempo sappia custodire la memoria e indicare alle generazioni future il percorso che conduce alle radici della nostra storia”. D’ora in poi avrò un occhio di riguardo per i chiodi.

D’ora in poi avrò un occhio di riguardo per Mezzenile.

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