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Lo Stiletto di Clio
12 Novembre 2023 - 15:26
Nel 1848 il Re Carlo Alberto concesse il diritto di voto amministrativo
Il Comune di Torino ha voluto ricordare l’anniversario in pompa magna, con una cerimonia a cui hanno partecipato diverse personalità della cultura. Perché, centosettantacinque anni or sono, nel 1848, i cittadini del Regno di Sardegna (Piemonte, Liguria, Savoia, Nizza e Sardegna) furono chiamati alle urne per eleggere i consigli dei rispettivi comuni. Un’esigua minoranza della popolazione, tutti maschi e facoltosi, ebbe la possibilità di esprimersi, però quel voto – consentito da un editto del re Carlo Alberto di Savoia Carignano (27 novembre 1847), poi modificato da una legge del 1848 – riveste ancora oggi un grande valore simbolico.
Altrove, la ricorrenza non è stata celebrata. E, forse, è bene così.
Valga per tutti il caso di Settimo Torinese. Le elezioni amministrative del 19 novembre 1848 furono le più turbolente della storia locale. Poco mancò che sindaco, scrutatori e cittadini venissero alle mani nella chiesa di Santa Croce, dove era allestito il seggio.
A onor del vero, i buoni settimesi potevano addurre più di un’attenuante. Nessuno, infatti, aveva esperienza di vita democratica. Conservatori e liberali erano ferocemente divisi. Ma ciò non mitiga il carattere poco decoroso di quelle prime consultazioni comunali.
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La chiesa di Santa Croce di Settimo Torinese dove il 19 novembre 1848 si tennero le prime elezioni comunali (disegno di Clemente Rovere, 1832)
Tutto cominciò di buon mattino, la domenica 19 novembre 1848, quando gli elettori si radunarono in Santa Croce, non essendoci altri locali spaziosi nell’abitato.
Poiché la legge attribuiva il diritto di voto secondo un limitante criterio di censo e qualità personali, i settimesi chiamati alle urne erano poco più di duecento, su una popolazione di oltre 3.350 residenti. La stessa legge stabiliva una procedura di voto assai complessa. In primo luogo era previsto che si costituisse un seggio provvisorio, presieduto dal sindaco, con lo scopo di sovrintendere alle operazioni per designare i membri del seggio definitivo. Tutto sembrò procedere bene sino alla fase di spoglio, quando emersero parecchie irregolarità. All’interno di una scheda, ad esempio, se ne rinvennero altre quattro, che non furono comprese nei computi finali. Ciò nonostante, centodue risultarono le schede valide, mentre i votanti non erano che novantasei.
A quel punto la tensione in Santa Croce salì alle stelle. Il viceparroco Camillo Ghiotti segnalò che un certo Gioachino Cernusco figurava come votante, benché non si fosse recato al seggio. Nove elettori si schierarono col sacerdote, chiedendo l’annullamento dell’elezione. Clemente Sgherlino denunciò che «una infinità» di schede erano state votate dai componenti del seggio provvisorio. Diversi elettori, fra cui il parroco Giuseppe Antonino, manifestarono il proposito di andarsene, non riconoscendo la legittimità del seggio definitivo. A infiammare ulteriormente gli animi intervenne un tal Francesco Cernusco che accusò don Ghiotti di averlo interrogato in merito al partito per il quale egli desiderava esprimersi.
Pur prendendo atto delle proteste, il sindaco Francesco Sosso si rifiutò d’interrompere le operazioni elettorali. Tuttavia decise di non bruciare immediatamente le schede votate, come disposto dalla legge, ma di raccoglierle in un plico per l’intendente della Provincia. Sull’involto, diffidando di tutti, il ricco proprietario terriero Carlo Vianson Ponte volle apporre un sigillo con l’arma della propria famiglia.
Le successive operazioni, quelle per designare effettivamente i consiglieri della comunità, si svolsero senza intoppi. Quindi si aprì l’urna: come vivamente auspicato, il numero delle schede (ottanta) risultò pari a quello dei votanti. A quel punto si proclamarono i consiglieri.
La prima assemblea elettiva nella storia di Settimo Torinese fu dunque scelta dal 2,4 per cento dell’intera popolazione. «Interpellata l’adunanza se vi fossero dei richiami a farsi sull’operato» del seggio, «nessuno ne ebbe a presentare», verbalizzò il presidente. Infine si bruciarono le schede scrutinate.
Ma al momento di sciogliere la seduta comparve un tal Michele Vittonetto il quale asserì che il viceparroco Ghiotti lo aveva apostrofato con l’epiteto di “borich” (somaro), mentre attendeva di deporre la scheda nell’urna. Fu l’ultimo strascico polemico di una giornata da dimenticare.
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