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05 Agosto 2023 - 00:02
IN FOTO Un giovanissimo pastore al pascolo nelle Valli di Lanzo in una cartolina del primo Novecento
Chi percorre i sentieri delle nostre montagne, incontra sovente, nelle zone pascolive, massi recanti iniziali, nomi, date, brevi pensieri incisi dai giovani pastori che lassù trascorrevano lunghi periodi custodendo le mandrie. Erano spesso ragazzini privati dell’infanzia per sopperire alla miseria delle famiglie di provenienza, costretti al lavoro ed alla solitudine, a divenire troppo presto adulti, responsabili di se stessi. Ricordo un masso sul percorso di salita al Colle delle Lance, a monte di Usseglio, su cui, accanto a due iniziali, si vede inciso «A 13» ed, accanto, un profilo femminile, i capelli raccolti in un fazzoletto legato sulla nuca. Forse un autoritratto che la tredicenne consegnò alla pietra per sentirsi meno sola e per allietare con il disegno i suoi pochi anni già costretti a giorni troppo difficili da sopportare.

IN FOTO Domenico (primo a sinistra) all’età di cinque anni nella cascina Breida di Sommariva Bosco con la nonna Anna, le sorelle ed i cugini.
Ho avuto la fortuna di poter raccogliere i ricordi di Domenico, il quale a 11 anni fu garson, anzi vachè in una cascina della pianura ciriacese e, in epoche successive, in alpeggi della zona sovrastante Corio, lungo le pendici del Monte Angiolino. Garçon in francese significa semplicemente ragazzo, ma nel dialetto piemontese, così come nella lingua italiana, il sostantivo ha assunto la connotazione diversa di giovane costretto ai lavori più umili, sottopagati, privo dei più elementari diritti: termine che atteneva ai figli delle famiglie più disagiate, perché gli altri, ij sgnori, riservavano altro destino ai propri rampolli.
Quando l'autrice lo ha intervistato Domenico aveva ottantasei anni e, con una invidiabile memoria, le ha raccontato la sua storia con dovizia di particolari.
* * *
«La mia famiglia era originaria di Sommariva Bosco, nel cuneese, dove possedevamo un cascina con del bestiame. In seguito alla grande crisi del 1929 ed al fallimento della Banca Bagnolo, perdemmo tutti i nostri averi; nel 1933 e ’34, inoltre, due annate di tempo avverso, che distrusse tutti i raccolti, ci costrinsero ad emigrare a Ciriè dove già vivevano alcuni nostri parenti. Mio padre lavorava alla costruzione delle strade, ma incontrò difficoltà ad ottenere un’occupazione perché non voleva prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista. Siccome durante la Grande Guerra era stato un sottoposto del sergente Benito Mussolini, scrisse direttamente al Duce il quale gli concesse il diritto di lavorare ugualmente. In famiglia eravamo dieci figli, più papà, mamma e la nonna: io ero il primogenito.

IN FOTO Domenico (primo a sinistra) all’età di quattordici anni nella casa di Ciriè con i genitori Giovanni e Margherita, i fratelli e le sorelle.
Non appena terminai le lezioni della quinta elementare, un’ora dopo venni direttamente accompagnato alla cascina Balma di San Carlo Canavese da una vicina di casa che mi aveva procurato il lavoro di vachè, lavoro che già sapevo svolgere dall’età di sei anni appartenendo ad una famiglia contadina. I proprietari erano due persone già anziane, terribilmente avare, anche se assai ricche. Io lavoravo come un adulto: accudivo alle mucche, le portavo al pascolo, le mungevo, falciavo i prati, mietevo il grano, insomma tutti i lavori della campagna. In cascina avevano anche la stazione taurina di monta con due tori, uno nostrano e l’altro valdostano: quest’ultimo era un animale abbastanza tranquillo, ma l’altro era assai nervoso ed io avevo paura a strigliarlo perché era pericoloso, anche se tirando l’anello che aveva al naso riuscivo a tenerlo a bada. Il padrone era una vera bestia: si può dire che fosse privo di sentimenti ed inoltre era dotato di una forza incredibile: ricordo che una volta un giovane cavallo gli diede un calcio ed egli, da solo, lo legò tutto come un salame.
Un giorno dovevo portare il letame da spandere nei prati con un tombarel trainato dallo stesso cavallo: quando tolsi i perni, cercai inutilmente con il mio peso di bambino di rovesciare il carro all’indietro; il cavallo si innervosì, partì ed io rimasi completamente sepolto sotto il letame.
Il padrone, specialmente quando era ubriaco, diventava terribile e, purtroppo, beveva spesso: possedeva anche la vigna, era mio compito raccogliere tutte le bottiglie vuote che egli disseminava mentre lavorava lungo i filari. Una sera tornò tardi da Ciriè dove, come al solito, aveva bevuto troppo: aveva dimenticato le chiavi: né io, né la moglie sentimmo le sue grida di richiamo ed egli abbatté a pugni il grande portone d’ingresso al cortile.
Patii veramente molto in quegli anni, non tanto per la fatica, quanto per la solitudine e la mancanza d’affetto. Rimasi in cascina per due anni senza mai tornare a casa, senza mai andare a messa la domenica, senza mai un giorno di riposo, nemmeno a Natale e a Pasqua. Alcune volte venne mio padre a trovarmi, ma io non uscii mai da San Carlo. Indossai sempre gli stessi pochi indumenti che mi ero portato da casa, non mi comprarono mai una maglia o un paio di pantaloni: qualche volta la padrona mi lavava la biancheria, ma accadeva raramente e non mi cambiavo spesso.
Una volta mi mandarono a pascolare le mucche che già era caduta la neve e ricordo ancora il freddo che patii con un abbigliamento inadeguato ed i piedi quasi scalzi. Mi davano sì da mangiare, però il latte era quello scremato a macchina, praticamente acqua blu che nemmeno i vitelli volevano bere. Dormivo in una stanzetta su un sacco imbottito con foglie di granturco e ricordo ancora il magone che mi prendeva la sera prima di addormentarmi: stringevo il cuscino fra le braccia e piangevo: ero terribilmente solo, senza nessuno che mi volesse bene. Per tutto questo periodo non ricevetti alcun compenso: i padroni mi mantenevano ed in casa mia c’era una bocca in meno da sfamare.
Ritornai a fare il vachè nel 1942, in piena guerra, per una stagione, all’alpeggio Fontanile: ero con i due fratelli proprietari della mandria di una trentina di mucche; Malin, il più giovane, aveva un anno più di me ed eravamo amici. Ricordo che partimmo la sera da Ciriè, giungemmo sino a Corio, dove fermammo le vacche sulla piazza per farle riposare un poco: quando si inalpa, le bestie sono stalissi, sono state chiuse nelle stalle per tutta la cattiva stagione ed hanno le zampe deboli; infine salimmo sino all’alpeggio. Lassù mi trovai bene: avevamo i cani che ci aiutavano nel pascolo, producevamo tome e burro e c’era tanta legna per accendere il fuoco. Facevamo anche fieno per nutrire le bestie in caso di maltempo; per alcuni giorni dovemmo anche nutrire gli animali con il loro stesso latte perché la grandine aveva distrutto tutto. Il lunedì scendevamo al mercato di Corio per vendere i nostri prodotti che portavamo a spalle nella gabassa e tornavamo all’alpeggio con le poche vettovaglie che acquistavamo. Mangiavamo sempre polenta, toma e burro, ci serviva veramente poco. Sempre durante quell’estate andammo anche alla festa della Madonna a Forno Alpi Graie e a quella di Sant’Ignazio, naturalmente a piedi, camminando sempre in altura attraverso le montagne.
Nel 1944, quando ormai avevo 18 anni, tornai ancora un anno a fare il vachè, ma questa volta per sfuggire alla guerra: avevo infatti ricevuto la cartolina di chiamata alle armi. Mi nascosi in montagna, all’alpeggio di Pian Frigerola, sempre lungo le pendici dell’Angiolino, ad una quota di quasi 1800 metri.
IN FOTO L’Alpe Frigerola (m 1791) sulle pendici del Monte Angiolino. In questo alpeggio lavorò Domenico, negli anni della guerra.
Quando passai da Case Picat, i partigiani volevano che mi unissi a loro, ma io rifiutai, ho sempre detestato le armi e mi fanno paura. Lassù mancavano gli alberi, perciò dovevamo scendere il versante della valle di Locana per procurarci la legna.
Era un tragitto molto lungo, però era meno scosceso del versante di Corio. Avevamo un mulo assai intelligente: quando il padrone scendeva a Corio per il mercato e si ubriacava, il mulo lo riportava in alpeggio aggrappato alla sua coda: se inciampava e cadeva, lo aspettava pazientemente e non l’ha mai abbandonato. Quando camminavamo in cresta, l’animale sapeva muoversi benissimo, con attenzione e prudenza, anche nei punti più esposti benché fosse carico del basto.
Allorché in autunno i tedeschi arrivarono a Corio dove, in seguito, perpetrarono la strage del Cudine, io e Malin scappammo attraversando tutte le Valli di Lanzo: andammo al Ciavanis, a Chialamberto, poi in Val d’Ala e in Valle di Viù: giungemmo sino a Lemie, dove ci avvertirono che vi erano tedeschi anche lì, allora ritornammo a Viù e poi, attraverso il Mombasso scendemmo a Nole dove mio padre ci venne incontro per ricondurci a Cirié.
Naturalmente anche in queste due occasioni non ricevetti mai un soldo di compenso: la prima lavorai per amicizia, la seconda per salvarmi la vita e mi pare che queste motivazioni siano più che sufficienti».
Domenico non conserva rimpianti per la sua infanzia negata: la vita era quella e da essa non ci si poteva aspettare altro. Uomo intelligente, attivo ed estremamente curioso di nuove conoscenze, recupera ora gli anni perduti: da tempo è divenuto un grandissimo lettore, un autodidatta ricco di cultura; prima di accomiatarci, mi recita un lungo passo dell’Inferno dantesco, quell’inferno che il sommo poeta ha immaginato con la sua fantasia e che Domenico ha esperimentato sin da bambino nel reale e crudele mondo degli uomini.
Articolo tratto dal periodico Canavèis per gentile concessione dell’Editore Baima e Ronchetti
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