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Pagine di storia
15 Luglio 2023 - 10:00
Un saluto alle montagne e un Grazie al Signore per tutto il suo creato, oltre che per quanto fosse stato generoso con lei nel corso della sua vita: era così che cominciava le sue giornate Mariuccia Guglielmino, nata a San Giorgio Canavese nel 1920. Fece così anche una mattina di novembre 2005, non sapeva che sarebbe stata la sua ultima, ma forse ne ebbe un presagio, perché quel giorno si soffermò a lungo a rimirare intensamente la catena alpina che scorgeva dal 4° piano della sua residenza torinese ormai dalla seconda metà degli anni Sessanta. Appagata dalla sua esistenza intensa rimase affacciata a lungo, uno sguardo verso i monti e uno verso il cuore, dove dentro teneva racchiuse tutte le persone e i luoghi a lei cari.

IN FOTO La borgata di Balmella oggi. Poco distante scorre il rio Vallungo, che nasce alle pendici dell’Angiolino (m 2168) e del monte Croass (m 2155)
Il suo amore per la montagna ebbe inizio intorno al 1939, quando, acquisì la licenza di maestra elementare.
«Se vuoi fare scuola tutto l’anno, vai dalla direttrice didattica di Cuorgnè e vedrai che ti propone qualcosa», le ribadì una maestra, sua compaesana, che insegnava appunto in quel Circolo. Il giorno seguente, incurante della caratteristica nebbia d’autunno inoltrato, infervorata dalle aspettative riposte durante la notte insonne, si mise in sella alla bicicletta e pedalò fiduciosa per conferire con la direttrice. Le avrebbe detto che aveva proprio bisogno di lavorare perché nel momento in cui si era diplomata suo padre le aveva ribattuto: «Adesso basta spendere soldi! Tutti i sacrifici che potevamo fare li abbiamo fatti, da ora ti devi amministrare da sola». Furono 15 chilometri di pensieri ridondanti, di timori e di speranze, poi finalmente arrivò al cospetto della donna che avrebbe cambiato la sua vita.
«Mi deve fare una promessa: garantirmi che resterà. Se lei accetta io le assegno una scuola per tutto l’anno».
«Accetto!», rispose Mariuccia con voce tremante, e intanto il cuore aveva raddoppiato i battiti.
Il mattino successivo partì con una valigetta contenente una manciata di effetti personali e un sacco di patate, l’ultimo regalo di suo padre. Portava inoltre un bagaglio ben più pesante che era quello delle sue emozioni: la paura di non riuscire a mantenere la promessa fatta il giorno prima, e l’assillo e la consapevolezza di doversi mantenere da sola. Salutati a casa genitori e fratello, era sola nel freddo pungente a prendere la corriera fino ad Ozegna, da lì prese il treno fino a Castellamonte, poi di nuovo in corriera fino a Locana, per compagno di viaggio ebbe quel vespaio di pensieri contrastanti che non le diede pace fino all’arrivo.
Ignorando dove fosse Balmella, giunta a Locana si recò dal podestà presentandosi come la nuova maestra, questi le affiancò la guardia comunale la quale, dopo averle fatto attraversare il ponte sull’Orco la iniziò sul percorso di una strada che via via diventava una mulattiera, le sue uniche parole furono: «Balmélla a l’é lassù… Cerea Magistra».
Non aveva mai visto una mulattiera prima di allora, tutto le era nuovo, la giovane maestrina cominciò a salire, con le sue belle scarpette col tacco e la borsa che diventava sempre più greve. Raggiunse un primo paese e chiese ad un pastore se fosse lì Balmella, rispose:
IN FOTO La maestra Mariuccia Guglielmino nei mesi del suo insegnamento nella scuola di Balmella, anno scolastico 1939-40. Pochi anni dopo, nel luglio del ’43, convolerà a nozze con Guido Amoretti.
«E no… Balmélla a l’é lassù…».
Proseguì, intanto si accorse che con l’aumentare del respiro il vespaio in testa si era acquietato, ora aveva pensieri di carattere molto più pratico. Salì tutta la prima montagna, non trovò più anima alcuna, ridiscese il monte fino al torrente, camminò ancora a lungo con il passo che rallentava sempre più. Finalmente trovò un paesino con una chiesetta, scorse una signora piccolina e dal viso rosso, le pareva anziana, ma l’animo dei giovani fatica a valutare un’età maggiore di qualche anno rispetto alla loro. Rifece la domanda se fosse quella Balmella e fu felice di sentirsi rispondere di sì. «Sono la nuova maestra». In dialetto stretto la piccola donna le manifestò la sua contentezza, era ormai novembre e i bambini erano ancora a casa da scuola, scoprì così che tre maestre prima di lei se ne erano andate.
«Mi potrebbe accompagnare alla mia scuola?»
Ma inaspettatamente la risposta fu ancora «Oh… a l’é ’nsima, lassù».
A quel punto lo sconforto ebbe il sopravvento, spalle ricadenti e testa dondolante in segno di diniego, disse con un filo di voce: «Non vado più, sono troppo stanca».
La donna comprese che quella giovane era sul punto di rinunciare, vedeva quindi sfumare l’opportunità di affidare i bambini dell’intera comunità ad una persona di fiducia, mentre gli adulti erano indaffarati nel lavoro duro della montagna.
«Non si preoccupi, la porto io la valigia», quindi l’accompagnò finché raggiunsero una casetta sperduta in mezzo alla montagna.

IN FOTO Come si presenta ai nostri giorni l’edificio che ospitava la scuola. Chiuse i battenti verso il 1960. Gli alunni confluirono nella scuola di Chironio
L’impatto fu rude, era una costruzione a due piani appoggiata al versante dell’altura, il balcone partiva da terra e poi si alzava lungo la pendenza. La parte sottostante probabilmente era stata adibita a stalla mentre nella parte alta vi trovò dapprima l’aula: porta spalancata, piena di fieno e sterco di pecora, cartacce, pochi banchi, una lavagna e una stufetta che per sfogo non aveva camino, il tubo usciva direttamente fuori attraverso un buco nel muro, imparò a sue spese che nei giorni di vento contrario la stanza si riempiva completamente di fumo. Adiacente all’aula c’era ancora un piccolo locale che, dedusse, sarebbe stata la sua camera. Era composta di un lettino, un armadio, una sedia, e una stufa con analogo sistema di scarico dei fumi: buco nel muro.
La benevolenza della signora fu grande, aiutò ancora Mariuccia a fare un pagliericcio di foglie, le diede alcune coperte, poi si congedò lasciandola nel silenzio della sera ormai giunta, nel buio di una montagna fredda e cupa, ma soprattutto sola con se stessa. Il temperamento di Mariuccia era tale che quella prima notte non pianse, era troppo stanca e cadde subito in un sonno profondo e ristoratore.
Il mattino seguente rovistò nell’armadio per vedere cosa fosse dato in dotazione alla maestra: due piatti e poco altro. Si accorse solo in quel momento di provar fame, quindi si mise alla ricerca di un po’ di latte vagando tra i casolari sparsi.
«Mì i’l l’ho nin… va da col là….». Fece il giro di tutte le case dei pastori ma non trovò disponibilità. La maestrina comprendeva di essere ritenuta una «forestiera» e dunque vista con sospetto. Fortunatamente, per i primi tempi la signora del giorno precedente le venne in aiuto anche per le provvigioni di cibo. Intanto lo spettro della guerra era sempre più vicino, molti ragazzi erano partiti per fare i militari e le loro famiglie, analfabete, si rivolgevano a lei per apprendere cosa i figli scrivessero a casa, e poi la pregavano affinché componesse risposte da parte loro. Per sdebitarsi, le mamme portavano con sé dei prodotti semplici come un po’ di farina, dei funghi, della toma; da allora Mariuccia non ebbe più di che preoccuparsi per mangiare, ma quello che più contava per la maestra era che piano piano aveva conquistato la fiducia della collettività, fino diventare amica di quella popolazione. Non le venne a mancare più niente, nemmeno il calore umano.
Gli scolari, in tutto 27, appartenevano alle varie frazioni, in prevalenza salivano da Le Piane e Chironio oltre che da Balmella, altri scendevano da Piandemma. Al mattino c’era il turno delle classi 3°, 4°, 5°, al pomeriggio c’era la lezione dei piccoli di 1° e 2°. Tutti indistintamente arrivavano a scuola con un pezzo di legno sotto il braccio, tutti contribuivano al riscaldamento, e insieme accendevano la stufa.
A primavera i ragazzi si spostavano negli alpeggi, a più di un’ora dalla scuola, Mariuccia fece loro visita più volte rimanendo incantata dallo spettacolo della natura, in quei frangenti si sentiva in paradiso, tanto era affascinata dalla maestosità del panorama. Amava conversare con le donne della baita davanti al grande focolare attorno al quale si dipanava la vita, allora ne immaginava uno tutto suo, insieme al suo futuro sposo e ai figli che sarebbero venuti.
Dopo circa un mese dall’arrivo a Balmella, Mariuccia ricevette l’ispezione della direttrice, voleva verificare come si fosse sistemata e come procedesse nel lavoro. Piombò nella scuola senza preavviso dicendo: «Io stanotte dormo qui, lei si vada a cercare una camera»; la buona sorte le fece trovare qualcuno disposto ad ospitarla per quella notte.
La direttrice restò solo un giorno, tornò a Locana con animo contrastato e preoccupato, e sfogando le sue perplessità con la sorella disse sottovoce: «Ho lasciato in montagna una bambina, non so come se la caverà».
La maestra «bambina» conviveva con la solitudine e con la paura. La solitudine seppe farla sua alleata: una volta via i suoi scolari lei si sedeva sul balcone a rimirare la stupenda cresta di montagna stagliata davanti a lei. Negli anni a seguire amava spesso raccontare di quanto imparò da quella montagna che le parlava con un linguaggio tutto suo, interiore.
A chi ha avuto il privilegio di ascoltarla, diceva che la montagna ti matura lentamente, «come maturano le mele» soleva dire, perché «ti dà il tempo di riflettere con te stessa, di chiederti chi sei e che cosa ci fai in questo mondo, e che cos’è il mondo. Ti dà modo di apprezzare la bellezza e la potenza del creato, ti fa diventare umile quando comprendi quanto l’uomo sia una cosa minima. Ti insegna a non porre mai sfide. Ti insegna ad essere riconoscente».
La paura arrivava con la sera, non c’erano serrature nella scuola di Balmella. Mariuccia improvvisava catenacci fatti di corde, ben sapendo che erano solo inganni per la sua mente. Dietro alle porte che davano sul balcone poneva una sedia per garantirsi un po’ di sicurezza in più. Allora si sedeva al tavolino e cominciava a scrivere lettere alla sua famiglia e a Guido, il suo fidanzato a quel tempo ufficiale militare. Sentiva un nodo stringersi nel petto, la malinconia talvolta aveva il sopravvento, qualche lacrima scendeva espandendo l’inchiostro, ma non se ne curava perché al momento di andare a dormire distruggeva sempre tutto quello che aveva scritto. Del resto, viveva a più di un’ora di passo esperto dalla villa, altrimenti detta Locana, quando mai avrebbe potuto spedirle?
Nel silenzio della serata sentiva tra le assi sconnesse del soffitto un continuo squittio, una famiglia di topolini non la lasciava dormire facendo scricchiolare la pasta che teneva nell’armadio. Mariuccia, maestra bambina ma saggia, trovò allora un compromesso preparando loro una scodella con un po’ di castagne, grissini e pasta, una specie di razione facilmente accessibile, in questo modo vide che le sue provviste erano più al sicuro.
Una sera d’inverno, mentre era intenta a scrivere sentì dei passi sul balcone. Era un passo strano, pareva un passo pesante da uomo ma con le scarpe da donna. Questo rumore rimbombava nella notte immersa in un silenzio totale, fondo. I passi si fermarono vicino alla porta dell’aula, poi proseguirono fino a quella della camera, Mariuccia si alzò tenendosi aggrappata al tavolino, il cuore batteva in gola, il fiato era già affannato. Provò a guardare fuori dalla finestrella gridando «Chi c’è?», ma nessuno rispose. Quanto rimase in quella posizione non se ne rese conto, con le mani tremanti aprì il finestrino che aveva vicino al tavolo, nel buio della notte fonda ma col riverbero della luce fioca che c’era in casa, vide che stavano cadendo dei fiocchi di neve grandi, bianchi, silenziosi, bellissimi! Quel silenzio ovattato sarebbe stato magico, se non fosse stato per la situazione che invece lo faceva percepire come terrificante. In quel momento comprese che avrebbe potuto gridare fino a perder la voce ma nessuno le sarebbe venuto in aiuto, perché nessuno poteva sentirla, doveva quindi contare solo sulle sue forze. Richiuse il finestrino, continuava a guardare con terrore quella soglia che avrebbe potuto aprirsi da un momento all’altro, intanto nessuno parlava, afferrò un bastone e si avvicinò all’uscio, si muoveva non più secondo un ragionamento razionale ma bensì guidata dalla paura, tolse velocemente le sedie, aprì la porta di scatto e sferrò una bastonata con tutta la violenza che poteva imprimerle.
Al di là non c’era che una povera pecora impaurita, ora anche percossa! Era scappata dall’ovile nella parte bassa della costruzione, i pastori l’avevano cercata invano, essa nella notte seguendo l’odore della stalla aveva cercato di entrarci ma a causa della neve, che aveva ricoperto tutto, aveva sbagliato piano.
Quella notte fece sogni paurosi, ebbe incubi, stette raggomitolata con la testa sotto le coperte fino all’alba, aveva proprio avuto tanta paura. I suoi timori non erano frutto di fantasie, erano concreti a causa della guerra ormai imminente, su per le vie di montagna c’era un grande movimento di persone. Ad aumentare le sue insicurezze contribuì un balmellese, era emigrato in America e ritornato ricco, le confidò che dormiva con l’accetta al capezzale per paura dei ladri.
Anche la ricchezza porta dei problemi, pensò dentro di sé la maestrina.
Lui le chiese: «A l’é chila la magistra?»
«Sì».
«A stà sì da sola?»
«Sì».
«Ah, mi nò mi! Da sì a passo làder, cioch! Chila a l’é bela, giovna. No! Mi nò, mi! Cerea magistra».
La paura di quel passante la lasciò quasi indifferente fino a quella fatidica notte. Durante tutto quell’anno non le capitò mai niente di spiacevole. La popolazione aveva imparato a stimarla, ad amarla, non la lasciò mai senza provviste e senza una parola di conforto. C’erano poi due ragazze che abitavano a Balmella, sovente venivano a farle compagnia di sera, camminavano per una buona mezz’ora per raggiungere la scuola, si portavano la calzetta da lavorare ai ferri. Forse ci andavano mandate dalla loro famiglia, o forse desideravano avvicinare una ragazza più «cittadina» di loro per erudirsi sull’uso e i costumi delle loro coetanee. Sarà stato il caso o davvero la presenza di Mariuccia cambiò il corso dei loro destini, sta di fatto che delle due sorelle Giacolello, una si sposò e si trasferì a San Giorgio Canavese, dove in seguito Mariuccia fece scuola anche ai suoi ragazzi, e l’altra andò via da Balmella stabilendosi a Ciconio.
L’anno scolastico stava per volgere al termine, le sere non più fredde permettevano a Mariuccia di ritornare nuovamente ad ammirare la maestosità del cielo.
Il profumo dei primi fieni le ricordò il suo paese, i suoi genitori, e la visita del maestro Carluccio alla fine della 5° elementare.
A quei tempi, quando un maestro, alla fine del ciclo di studi elementari, andava in visita alla famiglia, quest’ultima sapeva già cosa egli volesse dir loro:
«Ma signori, è un peccato che non facciate studiare questa ragazza perché ne ha tutte le capacità». A quei tempi un genitore non facoltoso non gradiva questo tipo di visita, significava perdere due braccia nei campi in cambio di ulteriori sacrifici, e nemmeno tutti potevano permettersi il lusso di scegliere. Anche i genitori di Mariuccia non immaginavano di far continuare gli studi alla loro figlia.
Il papà di Mariuccia disse: «Pija la bicicltta, andoma fin-a a Rivareul». Obbediente, prese la biciclëtta della mamma e andarono a Rivarolo pedalando in silenzio, ognuno immerso nei suoi pensieri. Giunti davanti all’istituto delle Orsoline si fermarono e il padre le disse:
«Senti, soldi da spendere inutilmente non ne abbiamo, se entri lì dentro devi studiare. La strada che hai fatto oggi la dovrai fare avanti e indietro tutti i giorni col bel tempo, la pioggia e la neve. E poi ricordati che le maestre di San Giorgio o non sono sposate o sono mal sposate. A te non importa di non sposarti?»
«Non me importa proprio niente!», fu la risposta secca di Mariuccia.
«Allora entriamo».
Il ricordo dell’emozione provata nel varcare la soglia dell’istituto era ancora molto vivo, la solitudine della montagna contribuiva a dare intensità ai sentimenti, come quello che provava per Guido. Benché un giorno avesse palesato al padre il disinteresse per il matrimonio, l’amore aveva bussato alla sua porta, e di lì a qualche anno si sarebbe sposata.
Insegnò alle scuole elementari di San Giorgio fino alla prima metà degli anni Sessanta, poi si trasferì a Torino, ma tra i suoi alunni sangiorgesi è ancora molto vivo il ricordo e l’affetto per questa grande maestra, una donna che nella sua umiltà seppe trasmettere i valori fondamentali della vita, oltre che l’amore per la vita stessa.
Grafia in piemontese a cura di Dario Pasero.
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