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Pagine di Storia
12 Novembre 2023 - 15:14
Quest’anno ho compiuto novantuno anni e pensando al lungo periodo vissuto desidero ricordare i periodi più significativi che hanno segnato la mia vita.
I miei primi anni a Ciriè.
Sono nato a Ciriè nel 1922 in una casa a due passi dal duomo di San Giovanni. Mio padre Antonio era un maestro calzolaio e per un certo periodo tentò di portare avanti il suo lavoro in città, dove aveva aperto un negozio-laboratorio in cui confezionava e riparava scarpe, ma dovette interrompere più volte questa attività perché chiamato prima al servizio militare, in parte svolto in Eritrea, poi richiamato per la Grande Guerra, nella zona di Asiago, tra il 1915-1918.
Mia madre, Anna Gindro, si era trasferita da Rivarossa a Ciriè, in quanto il padre lavorava in qualità di giardiniere presso la famiglia Valle, imprenditori come i più famosi Remmert, mentre lei e le sorelle erano occupate presso l’azienda tessile.
Dopo la Grande Guerra mio padre lavorò come dipendente della ditta Borla come responsabile nella produzione di tomaie, ma a seguito del fallimento della ditta, nel 1927, decise di trasferirsi nel paese di mia madre, Rivarossa, dove con i risparmi e la liquidazione acquistò una porzione di casa situata sulla via della Parrocchia, che dal Piano porta al Borgallo, proprio nel centro del paese, dietro l’attuale municipio.

I miei genitori.
Negli anni successivi, grazie al negozio che aveva nuovamente aperto, acquistò anche il resto della casa e una piccola stalla con fienile, adiacente l’abitazione-negozio, e così iniziò nuovamente l’attività di artigiano calzolaio, coadiuvato da mia madre, alla quale aveva insegnato il lavoro di bordatrice delle pelli. Queste pelli, una volta adeguatamente rifinite, venivano adattate sulle forme in legno dove prendevano l’aspetto di scarpe.
A Rivarossa mio nonno materno possedeva alcuni piccoli appezzamenti, comprensivi anche di qualche filare di vite e di boschi per il taglio del ceduo. Mio padre integrò l’attività di artigiano con il lavoro di agricoltore. Nella piccola stalla tenevamo due mucche che utilizzavamo per il lavoro nei campi e dalle quali ottenevamo il latte, utile anche per produrre qualche formaggio. Per la carne allevavamo galline e conigli. I miei genitori erano molto operosi e con tutte queste attività stavamo economicamente bene. Io ho frequentato l’ultimo anno di asilo e le elementari vicino alla chiesa di San Rocco, ora cortile delle Scuole vecchie.
Di quegli anni mi ricordo il sapore della minestra di riso che la magna Angelina, anziana zia di mia madre, cucinava nel paiolo sul fuoco del camino, i giochi con gli altri bambini, le scivolate con slitta fatte a tutta velocità sulla via che dal Borgallo scendeva a casa mia, la camera dove dormivo con i miei genitori, sempre fredda, ma con il letto riscaldato dallo scaldaletto in rame, pieno di brace della stufa, le mucche che ubbidivano docilmente a tutti i miei comandi, la lettura del giornale e della «Domenica del Corriere» che facevo seduto vicino a mio padre affinché lui fosse informato senza interrompere il suo lavoro, e soprattutto il buon umore di mia madre. Ma nel 1936 lei morì all’età di 46 anni, quando io ne avevo appena compiuti quattordici.

L’anno successivo, il 1937, mancò anche mio nonno, e purtroppo nel 1939 mi ritrovai completamente solo, perché anche mio padre morì di una malattia incurabile. La Seconda guerra mondiale era appena iniziata.
Io avevo solo 17 anni, ma la mia esperienza lavorativa durava già da qualche anno, in quanto dopo le elementari avevo iniziato ad affiancare mio padre nei lavori agricoli. Inoltre, mio padre prima di morire mi scrisse una lettera, trasmettendomi un messaggio di speranza, che consisteva nello spingermi a credere in me e nella forza delle mie braccia, l’unico bene che possedevo veramente. Mi aveva anche preparato, basandosi sulla sua esperienza di soldato, con informazioni che mi aiutarono molto quando a mia volta dovetti affrontare il servizio militare.
A quell’epoca ebbi come tutrice la sorella maggiore di mio padre, ma mi diedi subito da fare lavorando sui miei terreni, e per fortuna il titolare di una azienda agricola che mi conosceva, mi era venuto ad offrire un po’ di lavoro sapendo che ero in difficoltà, e così fui inserito nella squadra che seguiva la trebbiatrice, ricevendo in cambio degli ottimi pasti e un compenso che mi aiutò a sopravvivere.
La chiamata alle armi.
L’Italia entrò in guerra il 10 giugno 1940. Poco prima di compiere vent’anni, nel gennaio del 1942, mi arrivò la cartolina di chiamata alle armi. Dal distretto di Chivasso fui destinato al 25° Reggimento di artiglieria divisionale che era costituito da un armamento di cannoni trainati da cavalli. Dovetti lasciare ciò che stavo coltivando, vendere le mucche e affittare buona parte della casa per non lasciarla vuota e abbandonata.
Non mi ero mai allontanato così tanto da casa. Presi con me una chitarra che sapevo appena strimpellare, all’interno infilai alcuni salami, e io che non avevo mai visto il mare, nel giorno di Pasqua 1943 mi ritrovai ad attraversare lo Stretto di Messina.
Proprio in Sicilia ebbi un’esperienza che ricordo ancora oggi. Avevo fatto un corso di operaio di artiglieria (seguendo il consiglio di mio padre) e quindi avevo il compito di riparare le armi che avevamo in dotazione. Il mio reparto era stato destinato in Sicilia per difendere la costa ed impedire l’eventuale sbarco delle truppe nemiche sul nostro territorio. Dopo qualche spostamento nelle zone interne ci posizionarono in riva al mare a Scoglitti, frazione del Comune di Vittoria, in provincia di Ragusa, sulla costa del golfo di Gela.

Probabilmente i nostri comandanti prevedevano che eventuali sbarchi avvenissero nella zona del porto e quindi le nostre armi puntarono in quella direzione. Era faticoso arrivare alle nostre postazioni, tiravamo con le corde i sette cavalli che avevamo in dotazione e i cannoni sprofondavano nella sabbia. C’erano anche i camion però la zona non aveva strade praticabili ma solo piste di sabbia.
Per un po’ di mesi siamo stati in attesa. Nel cielo volavano continuamente aerei diretti a bombardare i maggiori centri della Sicilia. Ogni tanto ci sparavano qualche mitragliata ma di rado, perché la nostra posizione non rappresentava un centro importante. Io controllavo quel poco materiale che avevamo in magazzino, compresi i viveri, che avevamo sistemato nel sotterraneo di una casa diroccata vicino alla scogliera.
Lo sbarco degli americani.
La notte precedente lo sbarco ci fu un inferno di spari verso la città di Gela. Alle prime luci dell’alba del 10 luglio 1943 all’improvviso si videro delle navi, grandi e piccole, avvicinarsi alla costa. L’orizzonte del mare non c’era più, sostituito da una grande città galleggiante. Di fronte a me c’era la Settima Armata Americana del generale Patton. Quando le imbarcazioni furono alla portata dei nostri cannoni, gli ufficiali ci ordinarono di sparare. Intorno a noi cominciarono a scoppiare proiettili e dal mare si erano avvicinati i mezzi di sbarco dei nostri nemici.
Quando capirono che potevamo colpirli però indietreggiarono, allontanandosi dalla portata del nostro fuoco. Per nascondersi alla nostra vista stesero una cortina di nebbia, così da essere invisibili. Invece noi eravamo sorvegliati dai loro aerei che comunicavano le nostre posizioni alle navi, che in tal modo riuscivano a spararci con i cannoni da lunga distanza, mentre i nostri mezzi arrivavano appena a tre chilometri.
Non avevamo aerei a proteggerci e non capivamo più quanti erano ancora gli illesi. Io avevo la mansione di distribuire le cariche e i proiettili, contenuti in cassette, che venivano portate dalla polveriera ai nostri cannoni, puntati sui mezzi da sbarco che si avvicinavano. Un proiettile scoppiò talmente vicino a me che mi ritrovai completamente coperto di sabbia. Quando riaprii gli occhi avevo di fianco a me una buca enorme che prima non c’era. Io e i mie compagni abbiamo poi capito che ci eravamo salvati grazie alle trincee, precedentemente scavate ad altezza d’uomo. Intanto mi ero accorto di essere lievemente ferito e mi trascinai per allontanarmi dal punto più battuto dai proiettili.
Avevo visto che eravamo circondati dai soldati sbarcati e dai paracadutisti che si erano lanciati dietro di noi nella notte, dagli aerei che ci sorvolavano. Comunicavano tra di loro grazie a radioline mentre noi avevamo ancora i telefonisti e i telegrafisti che usavano telefoni a filo e che quindi erano costretti a trascinarsi dietro gli apparecchi con rotoli di filo lunghi qualche centinaia di metri, non molto adatti alla situazione in cui ci trovavamo. Io ero riuscito a rifugiarmi in una piccola casamatta di cemento armato che serviva anche a ripararci dalle schegge dei bombardamenti aerei.
Dalle feritoie avremmo dovuto sparare a quelli che ci circondavano, ma era anche una trappola. In quel rifugio c’erano già una decina di nostri soldati di fanteria, che vestivano una divisa diversa da quella che avevo io. Loro erano in grigio e verde, colori della divisa regolare dell’esercito italiano e con delle fasce arrotolate intorno alle gambe al posto delle calze, io invece vestivo una divisa coloniale: giacca e pantaloni colore marrone chiaro e gambali di cuoio, in quanto appartenevo al reggimento di artiglieria divisionale e non alla fanteria.
Dalle feritoie vedevamo che ci stavano circondando da tutte le parti e ci lanciavano anche bombe a mano, che fortunatamente però non riuscivano a raggiungere la parte posteriore dove si trovava l’entrata, altrimenti saremmo rimasti uccisi. Sapevamo che se avessimo risposto al fuoco avremmo ucciso qualche soldato americano, ma non avremmo avuto scampo. Così decidemmo di arrenderci agitando un fazzoletto bianco da una feritoia e alzando le mani in alto.
Puntando i fucili verso di noi ci fecero uscire, e io fui subito messo da parte con un mitragliatore puntato; vari soldati pure mi puntavano le armi. Parlavano in una lingua a me sconosciuta, l’inglese e mi picchiavano con il calcio del fucile. Vi era un soldato più scalmanato che i suoi compagni chiamavano Paul Aster. Non me lo dimenticherò mai, aveva tutte le intenzioni di uccidermi. Fui nuovamente ferito al volto e alle mani.
Sono stato salvato da un soldato americano che conosceva l’italiano e che capì le mie parole. Questo mi chiese di dove ero, io gli dissi che ero di Torino. Lui mi disse che i suoi genitori erano di Milano, poi si voltò verso i suoi compagni e disse loro di non sparami. Mi spiegò poi che a causa della divisa che indossavo avevano pensato che io fossi un soldato tedesco, e loro i tedeschi li volevano uccidere, perché nella zona di lancio di un aeroporto vicino, Comiso, avevano trovato dei loro commilitoni uccisi all’arma bianca durante la notte, mentre avevano appena toccato terra.
Intanto mi presero in mezzo a loro proseguendo la fase di avanzata e quando si trovarono a fronteggiare nuclei di resistenza tedeschi o italiani, che ancora non capivano come era la situazione, mi trovavo in mezzo a una gragnuola di colpi da rimanere stupito per il fatto di essere ancora illeso. Per di più, mentre loro si accovacciavano, a me facevano segno con i fucili di rimanere in piedi, così da essere il bersaglio a cui sparare al posto loro. Nel frattempo si fece notte e io venni portato in un ospedale da campo sulla riva del mare. C’erano sdraiati a terra tanti feriti e io non avevo la forza di guardare quelli più vicini, sicuramente molto più gravi. Io, nonostante tutte le ferite, ero in grado di camminare.
La prigionia.
Una volta guarito fui incaricato dagli americani di scaricare a terra munizioni e merci che arrivavano dalle navi tramite mezzi da sbarco anfibi. Poi fummo imbarcati sulle navi che ci avrebbero portati in prigionia, ma senza sapere dove. L’avventura continuò. Venni portato in Algeria e sbarcato con gli altri prigionieri nel porto di Orano, ai confini con il Marocco. Fummo coperti di insulti, circondati da una folla che a gesti ci minacciava del taglio della gola e scortati da soldati della Legione Straniera francese.
Trascorsi mesi in un campo di concentramento nel deserto, inizialmente senza tenda e coperte, poi ci consegnarono un telo. Il cibo era scarsissimo. Grazie ad un compagno di tenda che conosceva il francese e ad una grammatica francese-inglese che avevo trovato nella spazzatura, iniziammo ad apprendere un po’ d’inglese e quindi anche le informazioni pur non recentissime iniziarono a circolare, perché alcuni di noi, me compreso, cominciarono a capire e a leggere i giornali americani.
Dopo l’8 settembre passammo da prigionieri a collaboratori degli americani. Alla fine del 1944, dopo la conclusione degli sbarchi americani in Francia, fui condotto prima a Marsiglia − dove essendo il porto ingombro di navi affondate dai tedeschi per propria difesa venni trasbordato con una lancia, e successivamente in Normandia, nella zona di Cherbourg.
Feci parte della forza lavoro americana, vestendo la stessa divisa e riparando i danni causati dalla guerra. Fui retribuito con 80 centesimi al giorno, che recuperai, in parte dopo il mio ritorno a casa.
Il ritorno a casa.
Nei mesi di maggio e giugno 1945 iniziai il viaggio di ritorno in Italia su tradotte militari, e ricordo che alla periferia di Parigi il mio treno fu affiancato a vagoni merci sui quali erano assiepati reduci dei lager tedeschi, che ho visto in condizioni fisiche terribili, talmente debilitati da essere incapaci di reggersi in piedi.
Il treno mi portò fino a Novara, dopo di che raggiunsi Rivarossa, dopo quattro anni di assenza. Tutti mi davano per disperso; soltanto dopo il 25 aprile 1945 un amico aveva sentito il mio nome fra i lunghi elenchi di soldati sopravvissuti, letti alla radio. Scoprii solo allora che mio cugino e vicino di casa, Ernesto Biava, era stato ucciso nel centro del paese con altri due ragazzi dai repubblichini; ora la strada dietro casa mia porta il suo nome.
Dopo di che la vita ricominciò, pian piano, trovai lavoro in una azienda edile come carpentiere. Per un periodo usai la bicicletta come mezzo di trasporto da Rivarossa a Torino, poi presi la residenza in città. Mi sposai nel 1951 con Lucia Ronco e nel 1956 nacque nostra figlia Anna Maria.
Partecipai alla costruzione di numerosi edifici: in Barriera di Milano, in zona Molinette, e lavorai anche alla costruzione del nuovo stabilimento RIV in via Nizza, che da più di dieci anni ospita una banca.
Sono ormai in pensione da molti anni e nel 2011 ho potuto festeggiare i 60 anni di matrimonio. Ancora oggi cerco di trascorrere qualche ora in campagna, tra i filari della vigna che è stata di mio nonno, dove tutto ha avuto inizio e dove, a differenza di tanti altri, ho avuto la fortuna di ritornare e di ricominciare.
Testimonianza raccolta
dalla figlia Anna Maria per rivista “Canavèis” dell’editore Baima e Ronchetti
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