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SETTIMO TORINESE. Una lettera dal fronte

SETTIMO TORINESE. Una lettera dal fronte

Ad Antonio Lanzavecchia, fin dalla nascita nella povera provincia di Cuneo, la vita mostrò il suo aspetto più arcigno. All’età di sette anni, in cambio del solo vitto e di un giaciglio per la notte, i genitori lo collocarono in una cascina delle Langhe come garzone di stalla. Però Antonio sapeva leggere e scrivere, avendo frequentato la prima classe della scuola elementare. Nel 1915, quando l’Italia sottoscrisse il Patto di Londra ed entrò in guerra a fianco dell’Intesa, lavorava presso il mulino di Quinto al Mare, non lontano da Genova. Era sposato con Anna, che tutti chiamavano affettuosamente Anin, e aveva due figli, Alessandro e Rina. Come forse prevedeva, non tardò a giungergli la cartolina precetto. Abituato a obbedire, vestì il grigioverde e partì per il fronte.

Non sappiamo a quali orrende carneficine assistette, nelle trincee, il soldato Antonio Lanzavecchia. Ma è certo che ebbe timore di non riabbracciare più i propri famigliari. Pensò dunque di scrivere alla moglie e ai due figlioletti, affidando la lettera al cappellano militare, con preghiera di recapitarla ai destinatari soltanto nell’infausta eventualità che egli fosse caduto.

Ritrovato dal nipote Giuseppe Ferro, il figlio di Rina, nella soffitta della vecchia casa di famiglia, a Settimo Torinese, lo scritto di Antonio Lanzavecchia suscita commozione ma anche apprezzamento per la nobiltà dei pensieri espressi con tanta delicatezza, in un italiano un po’ traballante, però di grande efficacia.

Esordisce Antonio: «Mia adorata moglie e bimbi, se riceverete questa lettera in mia presenza beveremo una bottiglia alla salute e, se la riceverete in salute, […] pregheremo assieme e di cuore il buon Dio che ci a fatto questa grazia». Diversamente – prosegue, rivolgendosi ad Anin – «ti raccomando di non addolorarti più, dico questo perché sono sicuro che avrai già sofferto tanti dolori sentendo le prime notizie».

Antonio è ben consapevole che la propria scomparsa susciterà pena e afflizione: il suo «maggior dolore» è di privare la moglie dell’affetto che merita, abbandonando due figli «in tenera età, incapaci di guadagnarsi il pane». Lo conforta la convinzione che la sua morte non sarà inutile: «il mio sangue bagnerà le terre redente, conquistate col sacrificio della mia vita e di tanti miei compagni». Antonio si rende pure conto che le persone, dopo gli sconvolgimenti della guerra, saranno presto travolte dagli affanni della quotidianità ritrovata. Di conseguenza non esclude che la moglie possa contrarre un nuovo matrimonio. Pur col cuore straziato, si mostra ragionevole: «Non ti voglio impedire, […] però ti devi ricordare dei nostri cari bimbi che è l’unico frutto del nostro sangue che Dio ci a dato in questo mondo, perciò vorrei raccomandarti che questa tua nuova compania portasse il massimo rispetto ai miei figli». Anin dovrà incoraggiarli «a vivere onestamente e all’onor del mondo, come a vissuto suo padre fino all’ultimo giorno di vita.

Agli «adorati Sandro e Rina», Antonio riserva un tenero pensiero e un ammonimento. «Vi raccomando – scrive – di essere sempre buoni e ubbidienti e rispettosi alla vostra mamma, come avete fatto mentre era in vita il vostro padre, e vi raccomando di pregare per me, di non andare coi cattivi compagni e di ascoltare i buoni consigli della vostra cara mamma. […] Imparate a vivere da onesti».

Il soldato Antonio Lanzavecchia riuscì a salvarsi dall’ecatombe della guerra. Tuttavia, presumibilmente, non stappò alcuna bottiglia di buon vino piemontese. Tornato a casa, seppe da Anin che il piccolo Alessandro era rimasto vittima della «spagnola», la micidiale pandemia influenzale che provocò più morti della guerra. Di lì a poco ebbe un lavoro presso il Mulino nuovo di Settimo Torinese, poi fece il sacrestano per don Luigi Paviolo nella chiesa di San Pietro in Vincoli.

Giuseppe Ferro è orgoglioso del nonno Tòni, a cui lo legano i ricordi dell’infanzia. «Con me e mio fratello – racconta – non fece mai parola del proprio atroce passato. Dalla sua bocca non ho mai udito né un lamento né un’imprecazione». «La vertu fait la noblesse», sosteneva il teologo e filosofo francese Antoine Arnauld (1612-1694).

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