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28 Marzo 2026 - 22:10
Pietrangelo Buttafuoco riceve il Premio Mario Soldati 2026 da Pier Franco Quaglieni, presidente del Centro Pannunzio.
Ci sono pomeriggi in cui Torino sembra ricordarsi fino in fondo che cosa sia stata e che cosa continui ostinatamente a essere: una città che non si accontenta di ospitare la cultura, ma prova ancora a interrogarla, a metterla alla prova, a consegnarle un luogo, un nome, una responsabilità. È accaduto ieri al Cinema Massimo, nella Sala 3 intitolata a Mario Soldati, dove il Centro Pannunzio ha conferito il Premio Mario Soldati 2026 a Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, nell’ambito di un incontro dedicato a Brigitte Bardot e intitolato, con formula già di per sé evocativa, "BB, le maiuscole dell’eros". A chiudere l’appuntamento, la proiezione di "Piace a troppi" di Roger Vadim, il film del 1956 che contribuì a trasformare Bardot in un’epifania cinematografica e insieme in un terremoto dell’immaginario collettivo. Ma, già prima che si spegnessero le luci della sala, era chiaro che il cuore dell’incontro non sarebbe stato soltanto celebrativo: si sarebbe parlato di miti, certo, ma anche del destino della cultura, della sua capacità di restare popolare senza banalizzarsi, alta senza diventare inaccessibile.
Il senso della serata stava già tutto lì, in quella doppia traiettoria che univa Mario Soldati e Brigitte Bardot, la letteratura e il cinema, due forme diverse e comunicanti di immaginario. È, in fondo, uno dei nuclei più forti emersi dagli interventi istituzionali che hanno preceduto la lectio magistralis di Buttafuoco. Da una parte Soldati, figura irregolare e centrale del Novecento italiano, capace di passare dalla pagina allo schermo senza perdere eleganza e profondità; dall’altra Bardot, icona che ha attraversato il secolo trasformando il corpo, il desiderio e la femminilità in materia di immaginario collettivo.
Enzo Ghigo, presidente del Museo Nazionale del Cinema, ha ricordato come il Massimo sia molto più di una sala di proiezione, parte di un organismo culturale più vasto, di un “hub culturale”, per usare la sua espressione, che tiene insieme museo, festival, rassegne, incubazione di progetti audiovisivi e promozione del cinema come industria e come linguaggio. Nelle sue parole c’era l’idea di una Torino che, invece di custodire il cinema sottovetro, lo fa vivere, lo rilancia, lo rimette in circolo. Un’idea che dialoga perfettamente con il valore simbolico del premio consegnato a Buttafuoco.

Pietrangelo Buttafuoco riceve il Premio Mario Soldati 2026. Con lui, Pier Franco Quaglieni, presidente del Centro Pannunzio, ed Enzo Ghigo, presidente del Museo Nazionale del Cinema.
Pier Franco Quaglieni, presidente del Centro Pannunzio, ha riportato al centro la figura di Mario Soldati nell’anno del centoventesimo anniversario della sua nascita, ricordandolo non soltanto come scrittore o regista, ma come un intellettuale capace di attraversare i linguaggi senza perdere leggibilità, fascino e profondità. Più che un richiamo rituale, era il tentativo di restituire vitalità a una presenza ancora centrale. Anche il luogo dell’incontro, la Sala 3 del Cinema Massimo a lui intitolata, assumeva per il Centro Pannunzio un significato particolare. Quaglieni ha insistito infatti su un punto decisivo: Soldati va ben oltre una memoria ornamentale, da anniversario, e si iscrive invece in una tradizione di libertà critica che oggi appare sempre più fragile.
È proprio in questa prospettiva che Quaglieni ha spiegato il senso del riconoscimento a Pietrangelo Buttafuoco: una scelta tutt’altro che casuale, ma il riconoscimento di un intellettuale in cui il Centro Pannunzio ha ravvisato un autentico idem sentire, tanto nella lettura di Brigitte Bardot quanto nella capacità di sottrarre i grandi nomi della cultura alla mitizzazione imbalsamata per restituirli alla loro umanità, al loro conflitto, alla loro voce viva. In questo quadro ha richiamato anche una prova significativa del percorso intellettuale di Buttafuoco: l’intervista a Norberto Bobbio sulla celebre lettera a Mussolini, letta come una pagina capace di sottrarre il filosofo torinese alla rigidità della vulgata e di restituirlo alla sua verità di uomo, prima ancora che di pensatore.
Era quasi naturale, allora, che nel ricevere il riconoscimento Buttafuoco scegliesse di andare oltre il ringraziamento, trasformando subito l’occasione in una riflessione più ampia sulla scrittura, sulla funzione dell’arte e sul compito pubblico della cultura. Nelle sue parole, Mario Soldati è "ben più che un semplice capitolo": è una specialissima idea della pagina letteraria, una forma di intelligenza capace di cogliere la novità senza perdere profondità, di restare fedele alla lingua italiana e insieme di misurarsi con il futuro. È il ritratto di un autore capace di abitare il proprio tempo senza esserne sopraffatto.
A rafforzare il senso dell’intervento è stato anche il riferimento al valore simbolico dell’omaggio ricevuto: un disegno di Mino Maccari che ritrae il momento creativo, le dita sulla macchina da scrivere, quasi a restituire la scrittura come energia vulcanica, gesto vivo, incendio dell’immaginazione prima ancora che esercizio stilistico.
Il passaggio forse più intenso del discorso di Buttafuoco è arrivato quando ha allargato l’orizzonte dall’omaggio individuale a una vera e propria difesa della cultura come infrastruttura civile. Ha parlato dello spirito critico, della dialettica, della pluralità come beni sempre più rari nello spazio pubblico contemporaneo. E ha ricordato che la produzione artistica non è un lusso decorativo da esibire nelle occasioni solenni, bensì un investimento reale, materiale, persino economico: qualcosa che genera indotto, costruisce comunità, forma lo sguardo delle giovani generazioni e trasforma un patrimonio in energia viva. Una visione, la sua, in cui la cultura smette di essere ornamento e torna a farsi necessità.
Più che una parentesi mondana, è stata una riflessione alta sul ruolo della cultura, fondata sull’idea che le arti - l’architettura, il teatro, la musica, la danza, il cinema - costituiscano una nervatura essenziale della vita pubblica. E in questo quadro la Biennale di Venezia, di cui Buttafuoco è presidente, appariva insieme come istituzione prestigiosa e come laboratorio permanente di visioni, confronto, libertà.

Poi la serata ha preso la piega del mito. Brigitte Bardot, evocata dalla lectio, è emersa lontana sia dalla reliquia glamour di un Novecento perduto sia dal semplice corpo cinematografico consegnato alla nostalgia. Al contrario, ha preso forma come figura di rottura, presenza che ha inciso nella sensibilità di intere generazioni andando oltre gli stereotipi femminili della prima metà del secolo scorso. Più che un’attrice, un simbolo capace di lasciare un segno nell’immaginario collettivo, una donna che seppe rappresentare una diversa idea di femminilità e che, molto prima che diventasse comune farlo, legò il proprio nome alla difesa degli animali e alla tutela dell’ambiente. Era già qualcosa di più di una diva: una figura che travalicava il cinema per entrare nella storia dell’immaginario.
Nel titolo scelto da Buttafuoco, “Le maiuscole dell’eros”, c’era già il tentativo di strappare Brigitte Bardot a ogni lettura semplificata. Più che scandalo, provocazione o icona retrospettiva, Bardot diventava qui energia primaria, potenza simbolica, linguaggio della vita. È qui che la sua riflessione si è fatta più netta: l’eros, nella sua visione, non appartiene a una civiltà esaurita né a una stagione musealizzata, ma resta una forza prepotente, una sorgente che attraversa il tempo e che nelle sue manifestazioni artistiche conserva sempre qualcosa di originario, quasi sacrale.
Bardot, allora, come soggetto che si impone sulla scena, più che come oggetto dello sguardo. Non vittima passiva di una narrazione maschile, bensì presenza che travolge e ridefinisce i codici con cui viene guardata. Ed è proprio in questa torsione che la sua figura continua a inquietare e a resistere, perché sfugge a ogni definizione univoca: musa, simbolo, scandalo.
Eppure, in controluce, la serata torinese ha raccontato anche altro: il bisogno, oggi più che mai, di restituire spessore alle icone, di sottrarle alla caricatura del presente, di rileggerle non per imbalsamarle ma per capire che cosa abbiano ancora da dire. In un tempo in cui tutto sembra consumarsi in fretta, Buttafuoco ha scelto di rallentare lo sguardo e di misurarsi con un nome che ancora divide, affascina, disturba, seduce.
Forse è proprio qui che il Premio Mario Soldati ha trovato il suo significato più autentico: non nel semplice omaggio a un intellettuale, ma nel riconoscimento di un’idea di cultura che rifiuta di farsi slogan, arredo o cerimonia. Nella Torino che per una sera ha rimesso in dialogo Soldati, Bardot e Buttafuoco, la cultura è tornata a mostrarsi per ciò che dovrebbe sempre essere: una forza viva, inquieta, capace di accendere immaginazione e pensiero critico.
Non a caso, prima di entrare nel vivo della lectio, Buttafuoco ha lasciato alla sala un’esortazione che suonava come un programma civile prima ancora che culturale: "Abbiate cura delle librerie sotto casa, abbiate cura dei teatri". Perché è lì, in quei luoghi sempre più fragili e sempre più necessari, che una comunità continua ancora a pensare, a discutere, a sottrarsi al rumore. Ed è forse questa, più ancora del premio e dell’omaggio a Bardot, l’immagine che resta del pomeriggio torinese: la cultura come presidio, come esercizio di libertà, come spazio da difendere prima che diventi silenzio.
Se la lectio ha restituito al pubblico un orizzonte più ampio, in cui mito, cultura e immaginario si sono intrecciati, nell’intervista che segue Pietrangelo Buttafuoco torna su quei temi con parole ancora più dirette, soffermandosi su Mario Soldati, su Brigitte Bardot e sul significato profondo dell’eros come forza simbolica e vitale.
Esiste, secondo lei, un legame tra lo sguardo di Mario Soldati e quello che oggi lei prova a portare alla Biennale: un’idea di cultura che non sia addomesticata?
"Ma guardi, Mario Soldati è innanzitutto un capitolo di letteratura, cioè qualcosa di ben diverso dalla semplice narrativa. Aveva una versatilità e una capacità di sguardo che ha saputo trasferire anche in altri ambiti, compreso quello cinematografico e persino quello televisivo. Ovviamente ciascuno ha i propri riferimenti e Mario Soldati appartiene a una stagione d’Italia in cui la letteratura aveva una funzione fondamentale, radicata anche nella capacità del pubblico di seguirla, di comprenderla, senza necessariamente essere addestrato a strumenti filologici o eruditi. Non cedette mai allo scadimento pop, ma rimase sempre un canone alto, e proprio questo gli permise di essere seguito da milioni e milioni di lettori".
Perché oggi parlare di Brigitte Bardot attraverso l’eros? Che cosa resta di quell’eros nel nostro tempo, così esposto ma forse meno libero?
"Resta, certo. Perché non dobbiamo mai affidarci a quelli che possono essere i meccanismi di un contesto come il nostro, geograficamente stanco ed esaurito. Là dove c’è la vita, l’eros è sempre prepotente e forte. Il mito di Brigitte Bardot, nel suo contesto, negli anni Settanta, è né più né meno che la rappresentazione della dea Kali o di altre raffigurazioni che la paganità ha affidato anche al nostro orizzonte, dove è preponderante l’innesto dell’eros che genera la vita. Se lei confronta le espressioni artistiche che sono rimaste dal passato a oggi, è come se fosse un’unica rappresentazione, quella di un unico romanzo. Bardot è perfettamente inscritta in quella che poi Camille Paglia, in 'Sexual Personae', definì l’espressione castrante della vita".
Bardot è stata una donna che ha rotto gli stereotipi, ma anche, in parte, prigioniera dello sguardo maschile che l’ha resa mito?
"No. In quel caso è sempre più forte il soggetto che si mette in scena, non l’oggetto che guarda. Quindi è l’esatto contrario. Questo simbolo va oltre quelle categorie. Credo che il concetto di emancipazione, in questo caso, sia fuori luogo. Sono espressioni della vita. L’emancipazione non c’entra: sono categorie che costruiamo ex post, ma che non restituiscono davvero la natura di quel fenomeno".
Oggi esiste, secondo lei, una figura femminile capace di incidere nell’immaginario collettivo come BB?
"Sì, certo, ma non necessariamente dobbiamo cercarla in un contesto come quello dello spettacolo. Ognuno, e questo vale anche per i maschi, ha il proprio parametro di riferimento sulla presenza di sé e quindi sul carico che gli viene chiesto nel proprio contesto. Ci siamo concentrati su di lei perché, ovviamente, c’è una produzione filmica, c’è un immaginario, c’è un preciso capitolo che si apre e si conclude. Ma, ripeto, sono modelli che poi trovano il loro singolare in altri riferimenti, nel tempo, negli orizzonti, e non possono essere sempre rinchiusi in un preciso tassello. La vita è un mosaico e in quel mosaico ci sono tanti tasselli che fanno storia a sé stante".
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