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Cultura

Bruciare il passato per inventare l’uomo nuovo

A Torino Giordano Bruno Guerri racconta il futurismo attraverso le vite che hanno osato correre più veloci del tempo

Giordano Bruno Guerri

Giordano Bruno Guerri, storico e scrittore, durante l’incontro inaugurale del nuovo anno culturale del Centro Pannunzio a Torino.

Si è aperto giovedì 17 gennaio, presso il grattacielo del Palazzo della Città Metropolitana di Torino, in corso Inghilterra 7, all’insegna della provocazione e del pensiero critico, il nuovo anno culturale del Centro Pannunzio. A inaugurare il calendario è stata una riflessione su uno dei movimenti più controversi e radicali del Novecento italiano, il futurismo, affidata a Giordano Bruno Guerri, che del Centro presiede il comitato scientifico, in occasione della presentazione del suo libro Audacia, ribellione, velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani’pubblicato da Rizzoli lo scorso novembre.

Non si è trattato di una semplice presentazione editoriale, ma di un vero e proprio viaggio dentro un’avanguardia che non volle limitarsi a cambiare l’arte. Il futurismo nacque come gesto, come atto di rottura deliberato, quasi sacrilego. Non si accontentò di riscrivere i linguaggi: ambì a rifondare l’uomo, strappandolo alla venerazione del passato e gettandolo nella vertigine del futuro.

Pier Franco Quaglieni, presidente del Centro Pannunzio, apre l’incontro dedicato al futurismo durante l’avvio del nuovo anno culturale.

Ad aprire l’incontro è stato Pier Franco Quaglieni, presidente del Centro Pannunzio Italia, che ha collocato subito il futurismo fuori da ogni lettura scolastica o addomesticata. Una delle pochissime avanguardie italiane capaci di parlare davvero all’Europa, di incidere sull’immaginario collettivo, di trasformare la modernità in un’esperienza estetica ed esistenziale insieme. Un movimento che fece dell’eccesso la propria cifra e della scomodità il proprio destino.

Guerri ha chiarito fin dalle prime battute la prospettiva del libro: non una storia del futurismo in senso tradizionale, ma una costellazione di vite. Perché il futurismo - ha sostenuto - non si comprende attraverso i manifesti soltanto, ma attraverso le biografie incandescenti di chi lo incarnò fino alle estreme conseguenze. “È stato raccontato troppe volte come una bizzarria o come una semplice appendice politica”, ha osservato. “In realtà è stato un tentativo radicale di rifondare l’essere umano”.

Filippo Tommaso Marinetti, teorico dell’avanguardia che proclamò la rottura radicale con il passato e l’esaltazione della modernità.

Al centro del racconto è tornato inevitabilmente Filippo Tommaso Marinetti, figura che Guerri ha restituito nella sua complessità, sottraendola alla caricatura del provocatore urlante. Marinetti fu un instancabile organizzatore culturale, un comunicatore modernissimo, capace di intuire il potere dello scandalo e della messa in scena molto prima dell’era mediatica contemporanea. Più che un ideologo, fu un regista del proprio tempo, ossessionato dal futuro più che dalla politica.

Il rapporto con il fascismo è emerso come uno dei nodi più delicati e irrisolti. Guerri lo ha affrontato senza semplificazioni: non una fusione naturale, ma una convivenza ambigua, talvolta opportunistica, talvolta conflittuale. Ridurre il futurismo a una sua emanazione - ha sottolineato - significa tradirne la natura profondamente anarchica, contraddittoria, instabile.

Il cuore del libro è rappresentato dalle cosiddette “vite strabilianti”. Pittori, poeti, architetti che vissero come se ogni giorno fosse un manifesto. Esistenze portate all’estremo, spesso consumate dalla stessa velocità che celebravano. Molti finirono ai margini, nella povertà, nella follia, in una morte precoce. Il futurismo appare così anche come una tragedia moderna, un laboratorio umano in cui l’arte divora i suoi protagonisti.

Pier Franco Quaglieni e Giordano Bruno Guerri durante l'incontro inaugurale del nuovo anno culturale del Centro Pannunzio, dedicato al futurismo.

Il tema della violenza ha attraversato inevitabilmente la riflessione. Guerri non lo ha eluso né giustificato. Lo ha collocato nel contesto di un’Europa segnata dall’industrializzazione brutale, dalla crisi delle certezze borghesi, dalla perdita di equilibrio prodotta dalla modernità. La guerra, nel linguaggio futurista, divenne metafora estrema di distruzione e rinascita, specchio di un tempo già profondamente lacerato.

Il futurismo nacque dichiarando guerra al passato anche sul piano simbolico. Nel 'Manifesto del Futurismo' del 1909, firmato da Marinetti, l’attacco era frontale: “Distruggeremo i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie”. Una formula che, nel corso dell’incontro, Guerri ha ricondotto al suo significato storico: non un invito letterale alla distruzione dell’arte, ma una ribellione contro un’Italia che viveva di rendita culturale, incapace di confrontarsi con la modernità. La polemica contro i musei fu spiegata come il rifiuto di una venerazione sterile della memoria, che finiva per paralizzare ogni slancio creativo.

Particolarmente significativo è stato il passaggio dedicato alle donne futuriste, a lungo rimosse dal racconto ufficiale. Figure complesse, spesso contraddittorie, ma capaci di incrinare i ruoli tradizionali: nel corpo, nella scrittura, nella sessualità. Un’emancipazione incompleta, certo, ma sufficiente a lasciare un segno profondo nel primo Novecento.

Nel finale, Guerri ha riportato il futurismo nel presente. Perché parlarne oggi? Perché molte delle sue ossessioni continuano ad appartenerci: la velocità come valore, la tecnologia come promessa e minaccia, la comunicazione aggressiva, la spettacolarizzazione permanente. Capire il futurismo, ha concluso, significa capire anche le tensioni e le nevrosi della contemporaneità.

Un movimento nato da una frattura violenta con il passato finisce così per restituirci uno specchio inquieto, e forse anche un po’ scomodo, del nostro tempo. Non un modello da imitare, ma una chiave di lettura essenziale per comprendere l’origine di molte inquietudini che ancora oggi ci attraversa.

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