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Il dialetto di Montanaro: torinese o canavesano?

Il dialetto di Montanaro: torinese o canavesano?

MONTANARO

«Montanaro è un paese per natura favorevole alle tendenze artistiche. Il clima privo d’asprezze, non troppo freddo d’inverno per il sito basso e difeso da naturali ripari, né troppo caldo l’estate per abbondanza di acque, produce una popolazione un po’ molle, più atta alle contemplazioni del sogno che alle speculazioni della vita pratica. Essa è infatti in fama di una certa genialità nei paesi dei dintorni: si citano parecchi casi di uomini del popolo divenuti da muratori cantanti celebri, da imbianchini pittori di valore…» (1). In questo modo il più illustre dei montanaresi, Giovanni Cena (Montanaro 1870 – Roma 1917) (2) ci rende l’immagine di Montanaro e dei suoi abitanti ma quello che più interessa questa trattazione è sicuramente il passo seguente, sempre tratto dai suoi Taccuini: «(..) Lo stesso dialetto, diverso assai da quello dei paesi vicini, più logico e organico di tutti i dialetti piemontesi, ha certi addolcimenti di radici e certe inflessioni di desinenze, certi suoni caratteristici di vocali e certe gradazioni che gli danno una strana mollezza e lo rendono eminentemente musicale» (3) e nel quale egli ci rilascia una testimonianza certamente un po’ “impressionistica”, ma sulla quale vale la pena riflettere, se non altro per quel suo insistere sulla diversità di questo dialetto rispetto a quelli parlati nel territorio circostante; diversità, peraltro, ancora avvertita oggi, a distanza di un secolo, da molti miei concittadini. Anche don Giuseppe Ponchia, studioso e storico locale, alla fine degli anni Sessanta, in un suo trattato del Gruppo Cultori di Storia Montanarese così scrive a proposito «della caratteristica pronuncia del nome di Montanaro in bocca ai Montanaresi. “Montanèr” essi dicono invariabilmente: e l’accento con cui viene proferita questa parola è tutto speciale e proprio, quasi inimitabile per chi non è Montanarese» (4). Traspare, da queste affermazioni, sicuramente enfatizzate dall’attaccamento dei due personaggi alle proprie radici, una traccia da percorrere e sviluppare a livello di indagine linguistica costituita dal fatto che il dialetto montanarese viene sentito come “tutto speciale e proprio”  forse anche perché assorbe elementi fonetici, morfologici e lessicali propri di più aree linguistiche differenti trovandosi il paese, dal punto di vista geografico, in un’area di transizione tra la parlata torinese e quella canavesana, senza tralasciare gli influssi che possono derivare dalla pur vicina area monferrina (5). Tale riflessione rientrerebbe peraltro in pieno nell’affermazione di G. Berruto il quale asserisce che «le situazioni dialettali nel nostro paese sono microcosmi molto dinamici» e quindi «non è possibile operare distinzioni subregionali (e spesso anche regionali) in base a criteri tout court linguistici ‘interni’ una ricerca in tale direzione porterebbe molto probabilmente ad isolare singoli ‘punti’, non aree di diffusione subregionali di varietà dialettali precisamente delimitate» (6). A conferma di quanto esposto la ricerca da me condotta, con i dati linguistici rilevati per mezzo del questionario applicato alla parlata di montanaresi nativi, conferma che coesistono nel dialetto montanarese evoluzioni fonetiche proprie della “koinè” (7), dove per “koinè” intendiamo il dialetto diffuso a livello regionale e livellato sulla parlata di Torino, cosiddetto “torinese” – o “piemontese”  tout court – ed elementi propri dei dialetti della valle dell’Orco, cosiddetto “canavesano”. Il mio lavoro di ricerca ha voluto indagare quindi, al di là dei giudizi rilasciati dai miei compaesani attuali e passati, l’evoluzione fonetica del dialetto di Montanaro per arrivare a definire con precisione scientifica quanto percepito dai parlanti a livello intuitivo.  La mia indagine è partita dal presupposto che alcuni suoni e alcune parole si distanziavano in modo netto dalla parlata torinese a noi, peraltro, molto vicina in quanto Montanaro dista circa 25 chilometri dal capoluogo di regione.  Da dove derivano questi suoni differenti? La risposta più ovvia poteva essere: dal canavesano. In effetti i dialetti canavesani presentano delle caratteristiche peculiari che li differenziano da quelli delle aree circostanti e si accomunano per alcuni tratti fonetici (i suoni che compongono le parole) che si presentano pressoché sistematicamente in tutte le località.  E Montanaro, si trova proprio al crocevia tra l’area canavesana e quella torinese. Ma vale la pena a questo punto fare un piccolo passo indietro. Il dialetto di Montanaro, come la gran parte dei dialetti italiani è un dialetto romanzo. Si intende per dialetto romanzo qualsiasi parlata derivante dalla frammentazione linguistica conseguente all’abbandono della lingua dei romani, il latino. Il latino infatti, volendo molto semplificare il discorso, venuto a contatto con le lingue indigene delle varie province dell’impero romano (lingue di sostrato) e subendo le influenze delle lingue dei conquistatori, dopo la caduta dell’impero (lingue di superstrato) si è trasformato dando origine ai dialetti romanzi.  Alcuni di questi dialetti hanno acquistato, per diversi motivi, un posto di prestigio all’interno dei vari stati nazionali diventando lingue ufficiali. Così è successo per il fiorentino in Italia, per il dialetto dell’Ile de France in Francia, per il dialetto castigliano in Spagna e così via. Tali lingue nazionali hanno poi contribuito ad una ulteriore trasformazione attraverso influenze e prestiti linguistici di vario tipo esercitati sui dialetti restanti. Restringendo il campo e guardando alla situazione italiana in particolare, chiunque di noi ha bene in mente quale e quanta sia la varietà dialettale presente nella nostra penisola.  Tale frammentazione linguistica è dovuta alla particolare storia della nostra nazione ed alla sua conformazione e posizione geografica all’interno del Mediterraneo che è da sempre stata ambita conquista da parte di popoli di varia provenienza e che portavano sul nostro territorio nuove culture e nuove conoscenze oltre che la loro lingua. La frammentazione politica che ha da sempre caratterizzato la penisola fino al 1861, anno in cui venne proclamata l’unità d’Italia, ha contribuito in modo sostanziale a questa frammentazione non permettendo l’emergere spontaneo di una lingua nazionale unitaria. In effetti la nostra lingua nazionale è il fiorentino, ma non il dialetto attuale di Firenze bensì quello parlato nel trecento, filtrato dall’uso ovviamente, e non costruito su di una tradizione orale e popolare, come avvenuto per altre nazioni, ma trasmesso attraverso una lunga e ricca tradizione letteraria a partire dai testi delle “tre corone”: Dante, Petrarca, Boccaccio. Tale lingua è stata “imposta” agli italiani dopo l’unità soprattutto grazie all’intenso lavoro della scuola ma ha avuto la sua affermazione definitiva con il diffondersi dei mezzi di comunicazione di massa, la televisione in primo luogo, e con la forte concentrazione di persone dovuta al processo di urbanizzazione ed inurbamento delle popolazioni agricole attratte dal sopravvento dell’industrializzazione in special modo nei grandi centri urbani del nord. Ma nel frattempo, mentre la lingua nazionale diventava il veicolo di comunicazione privilegiato, la vitalità dei dialetti ha continuato a resistere ricavandosi uno spazio di utilizzo nella lingua colloquiale e familiare.  All’interno del territorio italiano possiamo distinguere tre grandi macro-aree dialettali: l’area del nord fino alla cosiddetta linea La Spezia – Rimini o più propriamente linea Massa – Senigallia che divide le parlate del nord da quelle peninsulari. Le parlate peninsulari, a loro volta possono essere raggruppate in due grandi aree: quelle centrali, raggruppate intorno al toscano e quelle meridionali tra le quali vanno distinte quelle meridionali estreme: salentino, calabrese, siciliano. All’interno delle parlate dialettali del nord Italia abbiamo una grande area che abbraccia sostanzialmente quattro importanti regioni, Piemonte, Lombardia, Liguria ed Emilia-Romagna che circoscrive quelli che vengono definiti dialetti gallo-italici. Tali dialetti sono così denominati in quanto possiedono caratteristiche tipiche del ceppo italico tali per cui possono essere definiti dialetti italici (e non dell’italiano in quanto può avere tale definizione solo il fiorentino e in parte il romanesco), ma nel contempo risentono molto dell’influsso degli idiomi gallo-romanzi come il francese, il provenzale ed il franco-provenzale.  È segno di tale influsso, per esempio, la presenza inconfondibile in tali dialetti delle cosiddette vocali “turbate” o “procheile”, quelle che tanto mettono in crisi la pronuncia di chi proviene dalle regioni meridionali i cui dialetti sono privi di tale fenomeno. Si tratta per esempio della /y/, una “u” pronunciata con un allungamento delle labbra come nel francese lune (luna).  Anche la caduta sistematica delle sillabe finali delle parole è senz’altro un elemento di comunanza con le lingue del ceppo gallo-romanzo, solo per citare i fenomeni più evidenti. Continuando nella nostra esplorazione e andando più nel dettaglio, all’interno dei dialetti gallo-italici abbiamo il gruppo dei dialetti piemontesi. Tali dialetti, parlati in una zona che non corrisponde all’intero territorio della regione ma delimitati a ovest dai dialetti provenzali e franco provenzali nelle province di Torino e Cuneo e ad est da dialetti già prettamente di stampo lombardo possono essere classificati nel modo seguente:  A) piemontese o torinese B) varietà del piemontese: Ba) canavese Bb) biellese Bc) langarolo-monferrino Bd) alto–piemontese (8) Per poter localizzare attentamente e scientificamente il dialetto di Montanaro all’interno delle parlate piemontesi sono partito proprio dallo schema precedente proposto dal Berruto in modo da disegnare un profilo evolutivo di natura storico-fonetica del dialetto di Montanaro e per poterne inquadrare la fisionomia nelle varietà oggi parlate nella nostra regione. Per fare tale lavoro mi sono servito di quattro “informatori”, quattro concittadini dialettofoni nativi con caratteristiche culturali e anagrafiche differenti in modo tale da coprire uno spettro di casistiche il più possibile ampio ed ho “fotografato” attraverso un questionario di circa 500 entrate, la situazione fonetica odierna del dialetto montanarese.  È stato un lavoro lungo e laborioso condotto con la pazienza degli informatori a cui non posso che rinnovare un profondo ringraziamento ed un personale impegno nella registrazione e trascrizione di tutte le voci dialettali raccolte. È seguito poi un lavoro di comparazione delle risposte rilasciate dagli intervistati predisponendo una tabella sinottica che ha evidenziato i punti comuni e quelli di divergenza facendone intravedere anche le motivazioni.  Elaborato questo lavoro preliminare mi è poi ancora tornato utile riflettere sulla posizione geografica di Montanaro che si trova a pochi chilometri dal capoluogo di regione, potente polo di attrazione anche linguistica, che sicuramente ha influenzato nel tempo la parlata dei montanaresi ma, nel contempo, situato al limite della vallata del fiume Orco, risalendo il cui corso si affonda nel cuore del territorio canavesano, la cui impronta dialettale segna una certa distanza dal dialetto di koinè. Possiamo quindi riepilogare, a questo punto, quali sono i tratti che il dialetto di Montanaro ha assunto dall’una e dall’altra varietà; quanto meno quelli che risultano più evidenti. Dalla sottovarietà canavese derivano al nostro dialetto: - l’assordimento delle consonanti sonore in finale di parola, anche se il fenomeno presenta un certo grado di variabilità a seconda del parlante [gœp], [‘vèrt], [saŋk] per gobbo, verde e sangue per esempio che presentano al maschile, quindi in finale di parola la p, la t, e la k distinguendosi dalle parole femminili che hanno in finale di parola una vocale e che presentano le corrispondenti consonanti sonore: b, d, g: goeba, vorda e così via. Non va dimenticato d’altronde che lo stesso fenomeno può, in realtà, verificarsi anche nel torinese. - la mancata dittongazione della vocale precedente il nesso consonantico CT latino, che a sua volta si riduce a [t], come per esempio in [‘lèt]<LACTE per latte. Il torinese presenta una dittongazione in –ai. Infatti in torinese il latte è il lait, fatto non è il “fèt” ma “fait” e così via. - la riduzione ad –a del suffisso latino –ARE nell’infinito dei verbi della prima coniugazione. Per cui avremmo [parlà] per l’italiano parlare dal latino parabolare, mentre il torinese suona [parlé]. Tale fenomeno produce la coincidenza dell’infinito di tali verbi con il participio passato. [kèl a l avia parlà], egli aveva parlato. Dalla varietà torinese il dialetto del nostro paese ha assunto invece: - la faucalizzazione (pronuncia nelle fauci) pressoché incondizionata del fonema consonantico /n/ in posizione interna e finale che si presenta con il suo allofono velare /n/ come in [luna], italiano luna; [bun], italiano buono. Tale particolare suono è prodotto pronunciando la n con la posizione del dorso della lingua appoggiata al palato e non ai denti (o meglio agli alveoli, la parte della bocca che precede i denti) come succede nell’italiano. - la desinenza in –uma della prima persona plurale dell’indicativo presente [mangiuma], [finuma], [parluma]. Nel canavesano ricorre invece spesso la forma rizotonica (cioè con l’accento tonico che cade sulla radice del verbo) del tipo [e mangian], [e parlan] per noi mangiamo, noi parliamo,  e così via. - la riduzione in [é] del suffisso latino –ARIUS, come ad esempio [furné] da latino FURNARIU, italiano fornaio. Con la particolarità dell’ulteriore apocope (vale a dire caduta della finale) della –r finale rispetto al tipo canavesano [-er] , es. [furnèr]. [mazlèr], italiano fornaio, macellaio e così via. Tale forma canavesana potrebbe essere anteriore ed essersi mantenuta nel toponimo [muntanèr]. 

ROBERTO BENA

Avvertenza: ho evitato, per facilità di lettura, la trascrizione fonetica in alfabeto IPA delle parole dialettali riportandole con una grafia il più possibile comprensibile anche al lettore non specializzato. È da sottolineare che un corretto lavoro linguistico dovrebbe riportare la trascrizione con tale metodo scientifico. Note 1. Giorgio De Rienzo (a cura di), Giovanni Cena – Opere, Vol. III – Lettere e Taccuini, (in collaborazione con Università di Torino, Centro di Studi di Letteratura Italiana in Piemonte “Guido Gozzano”, Silva Editore, Milano 1971, pag. 268. 2. Giovanni Cena nacque a Montanaro il 12 gennaio 1870. Di umili origini e di famiglia numerosa era figlio di un tessitore. La madre, per sostentare la famiglia, si occupava della vendita dei “ciàp”, le tipiche stoviglie di terracotta caratteristiche dell’artigianato montanarese fino all’inizio del secolo scorso. Ebbe una difficile infanzia ma un carattere ostinato che lo portò, con grandi sacrifici della famiglia, a compiere gli studi in seminario e ad iscriversi poi alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Torino. Fu allievo di Arturo Graf che gli riconobbe una certa sensibilità poetica ed artistica. Frequentò soprattutto giovani artisti e letterati con i quali intrattenne discussioni appassionate di pittura, poesia, musica. Fu molto amico di alcuni pittori tra i quali Giuseppe Pelizza da Volpedo. Egli voleva coltivare la sua vocazione di poeta, critico e giornalista: il suo obiettivo era collaborare ad una delle riviste letterarie più in vista del tempo, La Nuova Antologia. Vi riuscì diventandone direttore. La sua vita trascorse tra Parigi, Londra e Roma. Soprattutto nelle regioni dell’Agro Romano si compì la sua intensa attività filantropica collaborando a fondare circa settanta scuole per i contadini. Molte scuole in Piemonte, e non solo, portano ancora oggi il suo nome. Gli anni romani sono quelli che lo videro impegnato anche in una relazione affettiva con Rina Faccio che egli stesso ribattezzò Sibilla Aleramo, così come sarà poi conosciuta nel mondo letterario. Morì ancora giovane a Roma nel dicembre 1917 di polmonite. Tra le sue opere sono da ricordare il romanzo sociale “Gli ammonitori”, il poemetto “Madre” e la raccolta di poesie “In Umbra”. Del Cena ci restano ancora le “Lettere” testimonianza del suo affetto verso la famiglia e dell’intenso scambio di idee con gli amici artisti e i “Taccuini” nei quali ci lascia testimonianza di squarci della sua vita privata e delle sue riflessioni sugli argomenti più svariati. 3. Giorgio De Rienzo (a cura di), op.cit., pag. 268. 4. Cfr. Don Giuseppe Ponchia, Gruppo “Cultori di Storia montanarese” vol. IV, Montanaro nella storia dell’Abbazia di Fruttuaria e del Piemonte, Parte prima, Dalle origini alla fine del secolo XIII,  Tipografia Bolognino, Ivrea 1971. 5. In questa distinzione ho seguito la classificazione delle parlate piemontesi così come riportata da G. Berruto in Profilo dei dialetti italiani – Vol. 1 – Piemonte e Valle d’Aosta, Pacini Editore, Pisa 1974, pagg. 12 e 13. 6. Tratto da G. Berruto 1974, citato in nota 5, pag. 13 nota 2. 7. Derivato dal greco koinos, ‘comune’. Indica la lingua comune della Grecia ellenistica. Il termine assume nell’accezione moderna, per estensione di significato, il valore di “comunità linguistica e culturale che si sovrappone ad una preesistente pluralità di aree linguistiche e culturali” come riportato in Zingarelli, Vocabolario della Lingua Italiana, Zanichelli, Milano 1972. 8. Classificazione di G. Berruto, Università degli Studi di Torino.
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