Le streghe e la pratica della magia durante il Medioevo e nelle epoche successive sono senza dubbio degli argomenti molto dibattuti dagli storici. Tale fenomeno assunse così vaste proporzioni che è assai difficile affrontarlo senza incorrere il rischio di gravi omissioni. Tuttavia vorrei proporre solamente una breve riflessione su alcuni aspetti generali, frutto di una serie di lezioni tenute sull’argomento. Molti scrittori, sull’onda del romanticismo, furono non di rado evocatori di antichi eventi soprannaturali, con scarso discernimento tra la storia e la leggenda. Poi, come se la fervida fantasia non bastasse a travisare la realtà dei fatti, spesso avvenne che il soverchio orgoglio del proprio campanile rendesse ancor più incomprensibile la lettura di quelle oscure vicende che produssero psicosi collettive, allorché sotto l’usbergo della strega malvagia appariva piuttosto un essere debole e malato.
Ma per entrare veramente dentro l’argomento sarebbe necessaria un’analisi interdisciplinare, con un esame della società medievale, dove la scienza era fatta di magia, di alchimia, di astrologia, di cabala e di medicina popolare. Fra queste varie categorie bisogna collocare anche la paura. Paura del male, delle carestie, della fame, delle malattie, dell’ignoto, della morte. L’”horror vacui”, ereditato dall’antichità classica, era sempre presente nella solitudine delle nostre campagne o nelle vallate sperdute, quando ad uno ad uno, stavano cadendo inesorabilmente gli idoli del paganesimo. Già Sant’Agostino, con un’inquieta agonia speculativa esordiva nelle sue “Confessioni” affermando “Quaerebam unde malum, et non erat exitus” (cercavo l’origine del male e non c’era soluzione). I primi evangelizzatori, infatti, cercarono di risolvere l’antico nodo con il biblico “permesso divino”, sottolineando i poteri, ma anche i limiti di satana. La versione classica di tale dottrina contenuta nel libro di Giobbe, uno degli scritti sapienziali veterotestamentari più famosi, contrappone la sofferenza del giusto alle esperienze dolorose del mondo.
Magia e stregoneria nell’Alto Medioevo furono fenomeni legati alla sopravvivenza di una cultura arcaica e alla persistenza di forti residui di paganesimo. In tutte e due i casi però, si scorgono quasi sempre dei fatti connessi con il mondo rurale. Infatti, nelle campagne, nelle lande sperdute o nei folti boschi di Fullicia e Gerulfia, che dall’Orco si estendevano fin sulla Dora e poi in quelle di Lucedio e di Rovasenda nel Vercellese, la paura di qualsiasi fatto naturale, come un semplice temporale o il canto notturno dell’allocco, gettava sgomento fra i contadini. Qui, le vecchie fattucchiere, le venditrici di filtri per ogni rimedio, i guaritori del bestiame, campavano tra l’ignoranza e la superstizione. Già l’editto di Rotari del 643 additava le “masche” (cioè le streghe) come donne antropofaghe, assimilabili alle “striges” del basso impero, nome derivante da “strix”, che designava appunto una misteriosa famiglia di uccelli notturni strigiformi.
Dal Quattrocento e fino al secolo dei lumi la paura del diavolo e della possessione diabolica fu sentita e vissuta in modo intenso. Anche nei secoli precedenti si tendeva a vedere in alcuni avvenimenti inspiegabili, l’influsso del maligno. Si credeva – ad esempio – che il re delle tenebre, mediante le sue milizie, cioè uomini e donne sciagurati ed a lui asserviti, tormentasse incessantemente i deboli, scatenando indicibili malefici. In un siffatto contesto, la strega, nella quale era forte il sentimento dell’individualità, operava secondo la casistica descritta dalla letteratura coeva, generalmente da sola e non sempre per mero istinto malvagio, ma talvolta anche per ricavarne un utile, preparando medicamenti magici. Essa si limitava a “tirar le sorti” (da cui il termine francese “sorcier”), attività mirabilmente descritta da Jules Michelet.
La saga delle masche, delle streghe o delle lamie nell’area vercellese e chivassese si manifestava - secondo la credenza popolare – nei boschi folti, sui monti desolati del Biellese e della Valsesia o nella pianura immersa dalla nebbia. Di questa adunanza o “sabba” è rimasta famosa la notte del 23 giugno, detta appunto la “notte delle streghe”, durante la quale, con mezzi di locomozione assai rudimentali o su di un manico di scopa, le streghe volavano da un luogo all’altro, tra lo squittire lugubre delle civette, l’ululo dei gufi e il latrato insistente dei cani, sfogando le loro ire sui malcapitati passanti, abbattendo le croci cristiane e svellendo le campane dalle celle dei campanili. La loro non era una guerra frontale, ma una guerriglia estenuante, piena di invenzioni insidiose, nella quale il diavolo si presentava sotto vesti bestiali e concedeva favori solo dietro una contropartita. Dalle sventurate infatti, esigeva sempre la loro parte immortale in cambio di beni temporali. Proprio per tali ragioni, Francesco Maria Guazzo (+1640ca.), al capitolo XIII del suo “Compendium Maleficarum”, descrive il volo notturno delle streghe come un fatto reale e con un’autentica pennellata da film dell’orrore: “Prima di andare al sabba, si ungono completamente o in parte con un unguento composto da varie cose del tutto prive di sale, e soprattutto con grasso di bambini uccisi, e così unte si fanno di solito trasportare a cavallo di un bastone (…). È questo il modo in cui sono solite essere trasportate “ad ludum” (cioè alla danza del sabba). Dopo che si sono riuniti questi fedeli seguaci del diavolo, accendono di solito un falò tetro e orribile: il diavolo presiede questa riunione e siede su un trono assumendo forme spaventose, per lo più di caprone o di cane. I convenuti si avvicinano per adorarlo. Dopo che gli hanno portato delle candele del colore della pece o ombelichi di bambini, in segno di omaggio lo baciano sull’ano. Commesse queste e simili nefandezze e turpitudini esecrande, procedono ad altro”. A questo punto il diavolo, col volto composto e con gesto solenne li segnava in fronte con l’unghia, quasi per cancellare il sigillo del battesimo. La formula del patto, redatta su pergamena vergine, veniva perfezionata da una goccia di sangue, quasi come accadde al dottor Faust, che nel ritornare giovane ironizzò sulle sottigliezze giuridiche di Mefistofele. Il Guazzo, come giudice, aveva raccolto direttamente e sotto tortura un gran numero di casi. Il suo codice di “procedura” si era altresì arricchito delle esperienze fornite dagli inquisitori, specialmente stranieri, nonché dalla lettura dei verbali con le confessioni estorte a streghe giustiziate. Così ogni capitolo, dopo una breve introduzione teorica, enumerava una cospicua casistica in funzione di prova.
La grande cavalcata delle streghe doveva irrompere impetuosa solo dal secolo XIII in poi, se, l’unica istruzione sull’atteggiamento da assumere nei confronti di questi voli notturni si rifaceva al “Canon episcopi”, ovvero a una serie di raccomandazioni piuttosto moderate che avevano come oggetto l’antica credenza nella “Società di Diana”, il cui testo, appartenente ad un frammento di capitolare carolingio, rimase il punto di riferimento e probabilmente diede l’avvio alla vasta letteratura che precedette la “caccia alle streghe” e che culminò nell’opera di Jakob Sprenger e Heinrich Institoris “Il martello delle streghe”, pubblicato nel 1486. Essa, pur rifacendosi alla realtà germanica, rimase una pietra miliare nei processi di magia, stregoneria e degli untori. La perenne protagonista di questo delirante trattato era sempre la donna, a causa della sua debolezza e della sua capacità di seduzione. Va rilevato poi che la donna della campagna medievale era sicuramente più svantaggiata dell’uomo. Essa portava il basto più pesante, provvedeva ad accudire la casa, l’orto, la stalla, ad assistere i vecchi e, spesso, era piegata dalle numerose maternità. All’angoscia dell’esistenza si assommavano in lei i tormenti di una sensualità repressa e da questa sottomissione nasceva la rivolta della sua condizione. Essa divenne il capro espiatorio di una società irrequieta e instabile, in cerca di responsabili dei mali naturali, in una assurda pretesa di voler individuare sempre le cause di ogni fenomeno inspiegabile. Sull’elemento femminile si accanirono dunque i giudici con procedimenti sommari. Ma non tutti erano d’accordo: da una parte alcuni celebri giuristi come Bartolo di Sassoferrato e Zanchini Ugolini si schierarono contro l’intolleranza; dall’altra parte, uomini di legge, non meno autorevoli come Oldrado da Ponte e Federico Patrucci, sollevarono numerosi dubbi ed eccezioni. Una complessa tematica si apriva così sul piano giuridico e teologico. Comunque, anche se gli interventi improntati a uno scetticismo verso le supposte opere delle streghe succubi del maligno si ispiravano ad una cultura laica, è indubitabile che i sostenitori della stregoneria ebbero il sopravvento e il fanatismo religioso degli inquisitori trionfò.
Quando nei secoli XIII e XIV si abbatterono epidemie e carestie, molti ne attribuirono la causa alle streghe, accusandole d’aver seminato i germi pestilenziali. La caccia fu spietata e nello stesso tempo fornì ai potenti era un eccellente pretesto per eliminare la gente scomoda. Della paura delle streghe infatti ci si servì per dare una conclusione voluta a due grandi processi politici: quello di Giovanna d’Arco e quello dei Templari.
Nel Cinquecento si ha l’impressione che nei processi, al posto della strega ci fosse piuttosto un simbolo da colpire. Anche quando nei racconti le cupe megere si riunivano in viscidi grovigli o in certe visioni di ombre marmoree del Dürer, era sempre la stessa donna adunca, lubrica, con gli occhi temperati dal fiele, che portava al convivio i fiori velenosi del male. È proprio questo il periodo in cui la persecuzione, che prima aveva avuto un carattere sporadico, divenne un fenomeno generale e la proliferazione della credenza nelle streghe raggiunse ogni paese, con fatti straordinari, tali da formare una ricchissima letteratura. In Piemonte le streghe avevano il “potere” di trasformarsi in animali, in modo particolare in gatti e pecore, la cui metamorfosi consentiva loro di presentarsi davanti al demonio e ballare danze infernali nei luoghi del sabba: un ricordo giunto fino a noi attraverso la toponomastica, come il “Pian delle streghe”, il “Ponte delle streghe”, ecc. In questi luoghi, secondo il Thesauro che scrisse la prima storia di Torino, il demonio era così spaventoso da “far impallidire al suo aspetto le stelle, tremare al suo moto la terra, vestita della più nera caligine, il cielo scontrar vento con vento, infestar le aure col fiato e assordire coi tuoni, far piangere le nubi e grandinare sassi”. È così questa paura alimentò per alcuni secoli roghi fiammeggianti sui quali perirono delle povere donne, nel gioco barbarico dei pregiudizi, intorno a riti e credenze, dove si coagularono le incertezze di una società che cercava di risolvere i propri conflitti e fallimenti. L’esercizio arrogante e violento del potere, l’emarginazione delle plebi e delle loro arcaiche tradizioni, la paura del sesso della donna, produssero quella follia collettiva, figlia della sottocultura e della miseria. Bisognerà arrivare fin verso la metà del secolo XVIII per riscontrare un netto mutamento culturale e giuridico, grazie al contributo di grandi studiosi di questo fenomeno, come Girolamo Tartarotti, per dare l’addio, insieme alla grande fame, anche alle scope e alle armi delle streghe. Concludiamo con una frase illuminante di Voltaire: “Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle”.
di MARIO OGLIARO