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L’asilo infantile rurale Gillio di Vico Canavese. Jura Sancta Sunto

L’asilo infantile rurale Gillio di Vico Canavese. Jura Sancta Sunto

L'asilo di Vico Canavese

A raccontarla tutta, per filo e per segno, la storia dell’Asilo Infantile Rurale Gillio di Vico Canavese, diventerebbe una di quelle interminabili telenovele che furoreggiano ai giorni nostri, sia per il protrarsi negli anni, sia per quanto è intricata. Io cercherò di abbreviarla il più possibile, senza eliminarne i tratti salienti. Le “madri” di questo asilo, vale a dire coloro che per prime ne ebbero l’idea, furono le figlie dell’avvocato Gian Bernardo Gillio di Vico e della nobildonna Maria Catterina Bertarione di Novareglia, nonchè sorelle dei famosi rivoluzionari avvocato Pietro e notaio Gian Giacomo: Maria Elena Francesca Gillio (1786 - 1856) e Maria Petronilla Antonia Gillio (1791 - 1843). Le sorelle Gillio non vollero tenere per sé stesse la fortuna di essere nate in una famiglia agiata, ma si adoperarono per oltre trent’anni ad insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto alle loro compaesane, per la maggior parte figlie di contadini, che altrimenti sarebbero rimaste nell’ignoranza, non esistendo ancora, in quell’epoca, la scuola elementare in valle. Maria Elena, alla sua morte, lasciò erede dei beni familiari il fratello Gian Giacomo (escluso dal testamento paterno perché il fisco non potesse impadronirsi dei suoi averi, essendo egli compromesso nei moti rivoluzionari del 1821), imponendogli il vincolo di ricordare, nel momento della morte, l’idea dell’asilo infantile. E infatti, nel testamento del notaio Gian Giacomo, vi è un legato di 5 lire annue in favore dei maestri comunali di Vico e Brosso, allo scopo di provvedere libri, quaderni e penne agli alunni indigenti e l’obbligo di destinare la sua casa, una volta cessatone l’usufrutto da parte della sua domestica Maria e dei coniugi Ghina, ad uso di un rurale asilo infantile, stabilendo che non ne si potesse modificare la destinazione, né venderla, per un periodo di cento anni dalla sua morte, avvenuta nel 1876.  In questo modo l’idea dell’asilo veniva sì lanciata, ma quando avrebbe potuto realizzarsi e soprattutto con quali risorse finanziarie? Il problema tornò sul tavolo del sindaco di Vico, dottor Giacomo Felice Saudino, nel 1885. Egli pensò che sarebbe stato auspicabile togliere il veto di vendere la casa ed anche liberarla dall’usufrutto. Vendendo l’immobile si sarebbe potuto, secondo Saudino, creare un fondo di rendita, anche se poi sarebbero venuti a mancare i locali in cui ospitare i bambini, ma questo forse, a suo parere, era un problema risolvibile in altro modo. In quel momento, l’unico usufruttuario ancora in vita era il dottor Ghina ma, anche se egli non abitava nella casa in questione, si temeva di ottenere da lui un diniego poiché la locale Congregazione di Carità, erede delle cospicue sostanze dei Gillio, aveva da tempo promosso contro di lui, esecutore testamentario della famiglia, una causa accusandolo di aver sperperato denaro in “eccessivi e troppo fastosi onori funebri”.  A riguardo di tale causa, il tribunale di Ivrea finì col dare ragione al dottor Ghina il quale, su espressa richiesta dell’audace sindaco Saudino, rinunciò all’usufrutto in favore del comune e della Congregazione. Era il 6 dicembre 1885. Fu così possibile vendere la proprietà e il ricavato, che ammontava a 5510 lire, costituì il primo capitale per la fondazione del tanto sospirato asilo. Correva l’anno 1888. La capitalizzazione degli interessi, però, non era ancora sufficiente a raggiungere un capitale sociale tale che permettesse all’asilo di essere eretto in ente morale, condizione quest’ultima indispensabile per la vita della struttura. A questo punto arrivò in soccorso la beneficenza privata da parte di molti vicolesi. Ma, nel frattempo, passati mesi e anni, nel 1892, il Ministero della Istruzione Pubblica bocciò la nascita dell’Ente Morale essendo ancora insufficienti i fondi di mantenimento.  Finì intanto il XIX secolo, la temuta fine del mondo non arrivò... , e così nel 1900 si tentò di dar vita a una Scuola Infantile mista, essendoci la possibilità di stipendiare una maestra, confidando sull’aiuto di privati che concedessero alloggio all’insegnante. Purtroppo l’esperimento non andò a buon fine per un cavillo burocratico. Il testatore infatti aveva parlato di “Asilo infantile”, non di “Scuola Infantile” il che era cosa ben diversa! Si sa che, anche ai giorni nostri, non bisogna scherzare con i nomi delle scuole che vengono continuamente modificati, anzi, riformati. Negli anni seguenti la nomina di un Regio Commissario alla guida del comune, contribuì a far arenare la sfortunata e reiterata pratica dell’asilo. Arrivati all’Anno Domini 1904, la speranza di aprire finalmente l’asilo rinacque, grazie al fatto che il reddito netto annuo del capitale era salito alla sufficiente somma di 530 lire, la Congregazione della Carità pare si offrisse di fornire i locali. Da Racconigi, con Regio Decreto del 7 settembre, Sua Maestà Vittorio Emanuele III ergeva l’Ente Morale Asilo Gillio. Ma... C’è una ma! L’asilo era nato formalmente ma non materialmente, perché, una a noi ignota mano aveva sottratto gran parte dei fondi esistenti e tanto difficilmente racimolati. Inoltre quella della Congregazione che offriva i locali, era una pietosa bugia detta al re per ottenere il suo beneplacito. Nel 1905 arrivò una ulteriore idea: l’ispettore scolastico Barilli, spinse l’amministrazione dell’Ente a tentare di aprire ugualmente per qualche mese l’asilo. In questo modo, il paese si sarebbe reso conto della sua utilità e avrebbe contribuito a farlo sopravvivere in qualche maniera, dimenticando la... scottatura della recente ruberia subita. Il consiglio venne seguito e la maestra Bertarione-Giovanetti di Vico, prese la guida educativa dei quaranta bambini iscritti. Nel luglio dello stesso anno, l’asilo Gillio ereditò dalla signora Domenica Saudino Maglione la cospicua somma di 5000 lire. Una manna! L’anno successivo si trovarono altri locali e l’insegnamento fu affidato alla maestra Claudina Glauda di Borgofranco. Ma le peripezie non erano ancora finite. Per l’anno scolastico 1906-1907 era impossibile trovare i locali. Fu allora costituito un comitato indipendente, allo scopo di provvedere ad erigere un apposito edificio che ospitasse definitivamente le attività dell’asilo.  Nel frattempo, la signora Ernesta Tavella-Scaglia accrebbe il patrimonio dell’ente, donando 3800 lire. Ora il programma era chiaro e preciso. In proposito, intervenne l’impresario Dionigi Presbitero, il quale rinvenne un sito in località Mugnà, che era ideale per costruire un fabbricato con facile accesso, con giardino, dotato di spaziose stanze e grandi finestre. Si trattava solo di fare una buona offerta al proprietario del terreno e di chiudere il Rio di Gallo, che vi correva a fianco, trasformandolo in una strada. Il sindaco Giacomo Bario avallò la proposta ma, manco a dirlo, ecco presentarsi un nuovo ostacolo. Il consigliere comunale, nonché sacrestano, Bartolomeo Bertarione Rava Rossa, si oppose fermamante alla chiusura del rio e alla costruzione della strada che a suo parere era inutile, ritenendo che,  l’opera non solo era uno spreco di denaro per la popolazione già fortemente indebitata, ma era altresì pericolosa, poiché se ci fosse stata, a sua detta, una tromba d’acqua come quella del 1879, avrebbe rovinato mezzo paese, non trovando più uno sfogo naturale. La discussione durò talmente a lungo e fu così accanita, che si dovette chiedere l’intervento del sottoprefetto, il quale, alfine, bocciò le obiezioni del Bertarione.  I lavori avrebbero potuto proseguire se (dopo il ma, c’è anche il se...) ci fossero stati i soldi che qualcuno si era offerto di concedere. Questa volta, in decisivo soccorso dell’asilo, venne la madre superiora delle suore di Carità di Montanaro, probabilmente informata della situazione dall’arciprete di Vico don Domenico Pagliotti, la quale offrì i soldi mancanti per completare i lavori in muratura (circa 3000 lire) e promise di mandare due suore maestre; esse si sarebbero impegnate ad alloggiare nel nuovo edificio e a seguire le direttive didattiche dell’amministrazione dell’Asilo. Il tutto per un periodo di prova di due anni, trascorsi i quali la già citata amministrazione avrebbe deciso se continuare ad avvalersi dell’opera delle suore o provvedere diversamente, nel qual caso, la superiora, chiedeva solo la restituzione del capitale anticipato (le 3000 lire) senza interessi. La proposta venne accettata. Da allora, per decenni, l’asilo infantile Gillio venne gestito dalle Suore Figlie di Carità, le stesse che, nel 1931, don Pietro Aimino, successore di don Pagliotti, scelse per condurre la casa di riposo da lui fondata. Da alcuni anni, le benemerite suore hanno dovuto abbandonare Vico perché, ridotte numericamente, non riuscivano più ad adempiere a tutti gli impegni nelle varie case in cui svolgevano la loro attività in Canavese. Alcune di esse, che operarono sia all’asilo che al ricovero del paese, alloggiano oggi nella casa madre di Montanaro e sono ancora legate da profonda affezione ai loro trascorsi vicolesi. Da tempo l’Asilo Gillio (oggi la dicitura è Scuola dell’Infanzia), si è trasferito in un più ampio e moderno edificio e fa parte, assieme alle altre scuole della valle, di un Istituto Comprensivo Statale con sede a Vistrorio, ma la sua vita continua e le maestre che adesso vi operano sono chiamate a governare bambini provenienti da tutti i paesi dell’alta Valchiusella. Nel vecchio edificio della Mugnà, ha oggi sede il Gruppo Alpini valligiano, la Pro-loco di Vico e uno dei fiori all’occhiello della cultura musicale piemontese, vale a dire la Corale Polifonica Valchiusella, diretta e fondata dal vicolese professor Bernardino Streito, docente al conservatorio e direttore della Corale degli Anonymi Cantores di Milano e della Corale dell’Università popolare della terza età di Ivrea. A questo punto possiamo dire: “tutto è bene, ciò che finisce bene”! Dopo tante peripezie, tanti sacrifici, tanto penare, similmente ad una vicenda manzoniana, all’alba del terzo millennio, sia l’asilo che la sua prima dimora continuano ad essere vivi e vegeti e ad essere importante punto di riferimento per il nostro territorio.

tratto dalla rivista Canavèis

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