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I piloni votivi di Vische. La devozione alla Madonna

I piloni votivi di Vische. La devozione alla Madonna

Piloni votivi

I segni della devozione, nella vita religiosa, hanno il valore della memoria e della testimonianza di fede. Essi stanno lì come un racconto fatto di oggetti e narrano le vicende di uomini e donne che, nel tempo, vennero, credettero, pregarono, ringraziarono. Il senso della “devozione” ha un significato forte di dedicazione seria al divino ed essa si fonda  sull’accumularsi nel tempo di abitudini spirituali, di preghiere, di cura per il luogo sacro. Il buon  popolo di alcuni decenni fa era gente semplice, senza alcuna pretesa, ma buona, sincera, piena di devozione ai Santi e alla Madonna. Questa devozione si manifestava non con dotte disquisizioni, ma con atti di ossequio spontanei, quindi sinceri, con preghiere talvolta ingenue ma corrispondenti alle intime manifestazioni dell’anima e con azioni molto eloquenti. Edificare cappelle, piloni votivi, edicole, nicchie è stato un modo molto eloquente per manifestare i propri sentimenti di affetto, dedizione, riconoscenza ai Santi e alla Madonna. La  costruzione dell’edicola sacra è nata dalla necessità di protezione di un territorio, dal soddisfacimento di un voto fatto, dall’esigenza di ringraziamento a seguito di una grazia ricevuta. Era vista anche come un simbolo contro i timori concreti legati agli incerti della vita agricola: raccolti andati perduti, carestie prolungate, epidemie per uomini ed animali. Piloni e cappelle portano affrescati immagini di Cristo, della Madonna e dei Santi. Il Cristo crocifisso rappresenta il valore assoluto della sofferenza e del sacrificio per la redenzione. I Santi rappresentano i miracoli, l’esempio di una vita cristiana da seguire e sono protettori di gruppi o categorie di persone. La Madonna è la più raffigurata, in tante forme e rappresentazioni diverse, che come le molteplici sfaccettature di un diamante contribuiscono a crearne la lucentezza e la fama. La Madonna è la più riprodotta non solo sui piloni vischesi, nell’arte è stata la più rappresentata in assoluto.  Lo scrittore e critico d’arte inglese John Ruskin (1819-1900) ha intuito che l’omaggio dell’uomo alla Madonna è una grazia di Dio. Egli scrive: “Sono convinto che l’omaggio reso a Maria è stato una delle grazie più nobili e più vitali. Essa ha sempre prodotto santità di vita e purezza di carattere.Quello che hanno espresso di più bello le arti non è che il compimento della profezia della Vergine d’Israele – Colui che è potente ha fatto di me grandi cose e Santo è il suo nome- (Lc I,49). Non vi è genere di arte in cui la Madonna non sia stata celebrata in modo superlativo: dalla pittura all’architettura,dalla poesia alla scultura, alla musica.” I primi pittori italiani non hanno un nome, ma hanno un segno comune che li contraddistingue: furono ammaliati dallo splendore della Madre di Cristo e la ritrassero nelle ingenue e grezze pitture dei cimiteri paleocristiani, le catacombe.  Ma la fede per la “Virgo Potens” accese presto fra i pittori altre forme e altre maniere. Vennero allora le famose Madonne greco-bizantine dai volti neri e dalle sembianze ieratiche.  Col passar del tempo la pittura mariana assunse in Italia fattezze tipicamente italiane e corredate dalla firma dell’autore. Dopo aver lasciato gli ultimi postumi del Romanico, la pittura si ingentilì con i segni che preannunciavano il Rinascimento. E’ qui d’obbligo citare Cimabue che merita il trionfo per le sue Madonne e il suo discepolo Giotto che, come cantò Dante, lo superò in bravura. Giotto, tutto vita interiore e spirituale, dipinse celebri Madonne dallo sguardo ispirato e dalla forma plastica.  Giotto lasciò l’eredità della sua grandezza artistica e della sua fede per la Madre di Cristo ad allievi creatori di altrettante pittoriche armonie mariane, quali Taddeo Gaddi, Giottino, Spinello Aretino, Simone Martini. La scala ascensionale della pittura mariana del tempo continuò a salire con le celestiali Vergini del Beato Angelico, quelle colorite del Masaccio,le aristocratiche Madonne di Piero della Francesca e quelle eteree di Filippo Lippi. Il pittore quattro-cinquecentesco fiorentino Andrea del Sarto mostrò uno stile intensamente devozionale. Sotto il dipinto dell’ “Annunciazione” scrisse la famosa terzina: “Andrea del Sarto t’ha dipinta come nel cuor ti porta e non qual sei, Maria, per isparger tua gloria e non suo nome”. Tutti i pittori di quel periodo, pur glorificando la Vergine, mostrarono di aver capito il dramma della Madre del Redentore. Nello sguardo delle Madonne del Botticelli si legge il patimento prossimo a venire. Leonardo inserì nella sua “Annunciazione” e nella “Vergine delle rocce” una struggente malinconia nel paesaggio e nel cielo come tragici presagi futuri. Nelle  Madonne dipinte da Michelangelo, come quella severa del “Giudizio Universale, traspare una vorticante tragedia. Gli altri maestri contribuirono a realizzare un insieme variegato di rappresentazioni mariane. Tra tutti Raffaello di Urbino le cui Madonne erano tutte belle figliole, tanto che il Leopardi lo definì “inventore di bellezze ineffabili”. Nel Cinquecento si moltiplicarono i pittori che ritrassero la Vergine: Pinturicchio, Ferrari, Parmigianino, Correggio, Lotto ed ultimi, in ordine di tempo: Bellini, Mantegna, Giorgione, Tintoretto,Veronese e Tiziano. Il Seicento risentì dei frutti del Concilio di Trento che portò la pittura ad atmosfere più spirituali , ma anche più cupe; sono di questo periodo le dolenti Madonne di Guido Reni e le umane Madonne trafitte di Salvator Rosa. Il Settecento e l’Ottocento, secoli più  dediti alle donne che alle Madonne, non furono molto prolifici in soggetti religiosi, anche se qualche sprazzo di luce venne gettato da artisti come il Tiepolo, assiduo cantore della “Donna del Cielo” nelle sue pale d’altare e nelle sue volte absidali. Comunque, anche in quei secoli più dediti al “naturale” che al “soprannaturale”, la fede cristiana e mariana continuò a pulsare negli animi della gente del popolo. Il Piemonte è la regione d’Italia che più di ogni altra può testimoniare una antica fede mariana con la  miriade  di santuari a Lei dedicati, più numerosi che in qualsiasi altra regione. Accanto a queste  tangibili espressioni di fede trovarono spazio anche quelle che potremmo definire come “opere d’arte minori” e cioè cappelle, piloni votivi, edicole, nicchie. Vische, come molti altri paesi della nostra zona, porta disseminati nelle sue vie e nella sua campagna un gran numero di questi segni sacri: 35. E dunque, dopo aver parlato dei grandi artisti che realizzarono grandi opere d’arte, mi sembra opportuno citare anche gli artisti minori che realizzarono queste opere d’arte minori. Molte cappelle vischesi non recano la firma dell’autore, per cui non è possibile la loro attribuzione. Le firme visibili in calce agli affreschi si ripetono con regolare frequenza, segno che erano quasi sempre gli stessi artisti ad essere chiamati in paese; quasi tutti di mestiere erano imbianchini, ma io preferisco ricordarli come “i pittori delle cappelle”. I più conosciuti e richiesti a Vische furono Giovanni Comoglio, Celerino Peller e Giovanni Battista Bigando. Giovanni Comoglio, nato a Montanaro nel 1883 e morto a San Giorgio nel 1963 era il solo che esercitasse la professione di pittore e possedesse una notevole preparazione tecnica e pittorica. A Vische la “capela cita” di Pratoferro porta ancora la sua firma e la data di esecuzione: 1939. Celerino Peller, nato a Nomaglio nel 1842 e morto a Carrone nel 1901 viene ricordato come un personaggio molto estroso, piastrellista, pittore, musicista; era molto conosciuto nella zona e molto richiesto.Alcuni affreschi vischesi tuttora visibili sono stati realizzati da lui e sul dipinto della casa del “Melo” è ancora leggibile la sua firma. Giovanni Battista Bigando, nato a Vische nel 1895, poi trasferitosi a Vestignè vi morì nel 1961.Era un altro celebre decoratore, molto conosciuto e molto richiesto. Il suo nome è legato alla “capela dal punt Regis”, alla “capela dii Marc” e alla “capela Pignuchin”. In 32 dei 35 piloni presenti sul territorio di Vische è rappresentata la Madonna, con una iconografia assai varia: 11 nicche conservano le statue della Madonna Immacolata, quattro sono gli affreschi che raffigurano la Madonna delle Grazie, quattro la Madonna Nera d’Oropa, tre Maria Ausiliatrice, tre la Madonna della Consolata, due la Madonna del Carmine, due la Madonna della Misericordia, due la Vergine del Popolo e uno Maria Bambina in compagnia dei genitori, S. Anna e S. Gioacchino. La collocazione delle figure all’interno degli affreschi ripete schemi semplici, con un soggetto centrale, la Madonna, affiancato ai lati dai Santi di riferimento per il committente o per il luogo, Santi ben rappresentati con i loro attributi specifici per facilitarne l’individuazione. Le raffigurazioni della varie Madonne sono molto simili, ispirate  da un prototipo iconografico di Maria  duvulgatosi  nel tempo tra la fede popolana. Della Immacolata Concezione della Madonna venne ufficialmente proclamato il dogma dal Papa Pio IX nel 1854 con la Bolla “Ineffabilis Deus”. Essa viene rappresentata in piedi con l’abito bianco cinto da una fascia azzurra come il velo che le copre il capo, le braccia aperte lungo i fianchi con i palmi delle mani rivolti in avanti. La Madonna Immacolata di Lourdes ha le mani giunte al petto e regge un rosario. L’Ausiliatrice è la Madonna di don Bosco a cui apparve in sogno per indicargli il luogo dove avrebbe dovuto edificare per Lei una chiesa.Viene rappresentata in piedi o seduta, con un abito rosso ed un mantello blu e regge il Bambino che, come Lei, porta sul capo una corona dorata. Il dogma di Maria Assunta in cielo venne proclamato da Papa Pio XII nel 1950 con la Bolla “Munificentissimus Deus”. Viene rappresentata in piedi o seduta, tra le nuvole e circondata da angioletti. Il colore della veste e del manto possono variare, così pure il copricapo. Molto antico è il santuario della Consolata di Torino a cui è legata la devozione per questa Madonna. E’ riconoscibile  per i colori scuri della veste, del manto e del velo, colori con cui viene dipinto anche il Bambino tra le sue braccia. La Madonna del Carmine può essere rappresentata con posture e colori degli abiti diversi, ma è sempre riconoscibile per gli “abitini”, nastri terminanti con quadratini  decorati che Lei e il Bambino reggono tra le mani; questi stessi “abitini” venivano indossati durante le processioni in Suo onore dai Priori della Confraternita. La Madonna delle Grazie nei colori con cui viene rappresentata risulta molto simile all’Ausiliatrice ma, a differenza di questa, non porta la corona regale sul capo. Il suo sguardo è sempre dolcissimo, come presagio delle Grazie di cui è apportatrice. La Madonna della Misericordia è rappresentata in piedi e con le braccia aperte, simbolo del Suo abbraccio misericordioso. Indossa veste rossa, mantello e velo blu e intorno al Suo capo brilla un’aureola di stelle. La Madonna del Popolo è sempre ritratta a mezzo busto, col viso reclinato a toccare quello del Bambino che la abbraccia. Il colore della veste è rosso e il velo azzurro. Madonna e Bambino portano intorno al capo grandi aureole dorate. Per completare la trattazione delle rappresentazioni della Vergine Maria affrescate sui piloni di Vische mi sembra opportuno parlare della Madonna Nera d’Oropa. La gente vischese ma non solo, canavesana in generale, ha testimoniato e testimonia la grande devozione che ha per questa Madonna venerata nel famoso santuario biellese, quello che dopo Loreto ha visto l’affluenza del maggior numero di fedeli in Italia. La statua della Madonna Nera si dice portata in questo luogo dal Vescovo Eusebio dalla sua prigionia in Terrasanta.Viene rappresentata con la carnagione scura come quella del Bambino, in piedi con veste rossa e mantello blu e adornata da collane e monili dorati. Si dice che a fare miracoli siano soltanto le “Madonne brutte”, perché quelle belle, se non facessero altri miracoli, farebbero sempre quello di attirare un gran numero di estimatori. I grandi artisti hanno trasmesso devozione e ammirazione per la Madonna attraverso l’espressione più alta e più pura del loro genio. I pittori delle nostre cappelle hanno dipinto in modo semplice, con i loro limitati mezzi espressivi e le loro scarse tecniche pittoriche, ma nei loro affreschi traspare l’impegno, i buoni sentimenti, la religiosità, la devozione con cui hanno ritratto Maria.  Pur comprendendone il limitato valore storico ed artistico, noi siamo orgogliosi dei nostri piloni e delle nostre cappelle, che hanno per noi un profondo valore affettivo. Gli sguardi dolci delle Madonne che ci seguono mentre passiamo per le strade vischesi, i loro sorrisi, l’atmosfera di Grazia e di Misericordia che da Esse traspare costituiscono un “capitale” per tutta la popolazione, che ognuno ha il dovere di apprezzare, rispettare e salvaguardare nel tempo. Quale miglior saluto ed omaggio finale alla Madonna della lode che Dante, nel Paradiso della sua Divina Commedia, Le porge per bocca di S. Bernardo e che, ironia della sorte, si trova anche scolpita su una lapide posta sotto una nicchia dell’Immacolata in via Enrico Brugo a Vische: “Vergine madre, figlia del tuo Figlio, Umile e alta più che creatura, Termine fisso d’ eterno consiglio; Tu se’ colei che l’umana natura Nobilitasti sì che il suo fattore Non disdegnò di farsi sua fattura... Donna, sé tanto grande e tanto vali, Che qual vuol grazia e a te non ricorre, Sua disianza vuol volar sanz’ali... In te misericordia, in te pietate, In te magnificenza, in te s’aduna Quantunque in creatura è di bontate…..” (1) Dante, Paradiso, canto XXXIII, vv.1 e ss.

Teresina Bussetti

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