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SALUGGIA. Decenni di sversamenti illeciti a Brescia, Colleferro e Torviscosa: la Corte d’Appello impone a LivaNova 453 milioni di risarcimento

SALUGGIA. Decenni di sversamenti illeciti a Brescia, Colleferro e Torviscosa: la Corte d’Appello impone a LivaNova 453 milioni di risarcimento
SALUGGIA. I Pcb che per decenni hanno avvelenato il sangue dei bresciani e avvelenano ancora 700 ettari di terreni agricoli tra città e Bassa; il mercurio finito nella laguna di Grado e Marano; il lindano che ha contaminato la valle del fiume Sacco: sono ferite ambientali che necessitano di 453 milioni di euro per essere sanate. E’ questa la cifra chiesta dalla prima sezione civile della Corte d’Appello del tribunale di Milano alla multinazionale LivaNova, nata nel 2015 dalla fusione tra Cyberonics e Sorin.

LivaNova non è direttamente responsabile di quei disastri ma Sorin sì, perché il 2 gennaio 2004 venne scorporata da Snia, il colosso italiano della chimica che divenne così una scatola vuota, senza un euro in cassa per le bonifiche. I magistrati Massimo Meroni (presidente della prima sezione), Vincenzo Barbuto e Caterina Apostoliti si sono però rifatti al principio europeo del “chi inquina paga”, spesso disatteso nel nostro Paese. E hanno ritenuto Sorin «codebitrice di Snia nei confronti del Ministero dell’ambiente». Hanno  applicato l’articolo 2504-decies del Codice Civile che «prevede la responsabilità solidale, per il debito della medesima, di tutte le società beneficiarie della scissione, sia preesistenti che di nuova costituzione».

I Ministeri dell’Ambiente e dell’Economia e la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2016 si videro rigettare proprio dal Tribunale di Milano (dove è avvenuto lo scorporo societario di Sorin) la richiesta danni da 3,43 miliardi. Hanno però deciso di ricorrere in appello, vincendo nel 2019. Ci sono voluti due anni per i conteggi dei consulenti tecnici d’ufficio, che si sono basati sui report di Ispra, delle singole Arpa e - nel caso di Brescia - del progetto di bonifica per il sito industriale.

Il conto più salato è quello di Brescia: 250 milioni di euro, di cui 137 per la riparazione primaria e altri 110 a garanzia della gestione degli impianti di pompaggio e trattamento delle acque sotterranee (che potranno essere restituiti). Altri 117 milioni sono stati chiesti per Torviscosa e 86 per la valle del Sacco. In queste cifre non sono inclusi i danni collaterali alla salute, messi nero su bianco dallo studio Sentieri nel 2019: nel Sin Caffaro di Brescia l’incidenza di malattie tumorali è del 13% superiore alle città del centro-nord Italia. La richiesta di risarcimento però non poteva superare per legge il valore del capitale utilizzato nel 2004 per la nascita di Sorin.

LivaNova in una nota ha fatto sapere di essere «fortemente in disaccordo» con la decisione del tribunale e che «perseguirà vigorosamente» tutte le azioni disponibili, compreso un ricorso alla Corte di Cassazione, alla quale si è già rivolta due anni fa in merito al prima sentenza d’appello.

L’incognita del terzo grado di giudizio rischia di far dilatare ancora i tempi della bonifica, che ad oggi ha interessato solo il 2% del sito inquinato bresciano, che si estende per oltre 2 mila ettari.

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