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05 Ottobre 2021 - 17:42
Covid
VERCELLI. La campagna vaccinale ha ormai coperto l’80% della platea over 12 individuata dal Governo, ma il virus Sars-Cov2, perlomeno nel Vercellese, continua a “mordere”: da sette mesi nella nostra provincia i “positivi” sono costantemente in numero superiore a quelli registrati nell’analogo periodo del 2020 (quando il vaccino ancora non era arrivato), e nel mese di settembre sono stati 203: molti di più del settembre di un anno fa (120).
Circa un terzo di questi sono vaccinati, e fino al momento in cui hanno ricevuto l’esito del tampone erano inconsapevolmente “positivi” (e quindi contagiosi) ma, essendo dotati di green pass, hanno liberamente circolato in ospedali, case di riposo, scuole, ristoranti, teatri, ecc.
In aumento, rispetto al 2020, anche i decessi: l’anno scorso nel bimestre agosto-settembre erano stati 3; quest’anno, nello stesso periodo, sono stati 8.
Dove sono i “positivi”
Degli attuali “positivi”, una trentina sono nel capoluogo e gli altri nei centri minori (6 a Crescentino, 4 a Saluggia, 3 a Santhià, Trino e Cigliano, ecc.); nessun caso a Bianzè, Moncrivello, Lamporo, Fontanetto Po e Palazzolo.
Vaccini: terze dosi e accesso diretto
Quanto ai vaccini, a fine settembre è iniziata la somministrazione delle terze dosi agli immunodepressi. Da ieri, 4 ottobre, l’inoculazione viene estesa anche agli over 80 e agli ospiti ed operatori delle Rsa.
Nel frattempo ci si sta organizzando per la terza dose anche al personale sanitario, partendo da medici e infermieri con più di 60 anni o affetti da patologie concomitanti tali da renderli vulnerabili a forme gravi di Covid o con elevato livello di esposizione all’infezione, così come previsto dalla circolare ministeriale.
Si è inoltre deciso di prorogare fino al 31 ottobre l’accesso diretto negli hub del territorio per tutte le fasce d’età. È possibile quindi presentarsi anche senza prenotazione in uno dei centri vaccinali alla discoteca “Il Globo” di Borgovercelli, del Teatro Pro Loco di Borgosesia o alla sede degli Alpini di Santhià).
«Non tutti i vaccinati sviluppano sufficienti anticorpi per evitare le forme più gravi dell’infezione. Dunque è essenziale trovare una terapia che consenta di intervenire su chi ha contratto il virus prima che questo arrivi ai polmoni: gli anticorpi monoclonali potrebbero rappresentare lo strumento per chiudere definitivamente la partita con il Covid»: è quanto afferma Silvio Borrè, primario di Malattie Infettive all’ospedale Sant’Andrea di Vercelli, dove su alcuni pazienti Covid si stanno utilizzando gli anticorpi monoclonali, molecole di sintesi prodotte e utilizzate già da tempo per la cura di altre patologie e, dallo scorso marzo, oggetto di sperimentazione anche per la cura del coronavirus.
Sono 23 finora i pazienti a cui l’Asl di Vercelli ha somministrato la terapia, con buoni risultati. La somministrazione, però, deve essere fatta entro i cinque giorni dal primo tampone positivo, per evitare che il virus sia nel frattempo giunto ai polmoni.
«I monoclonali - ha spiegato Borrè - sono anticorpi già formati che vengono somministrati al paziente che attaccano la proteina Spike al posto degli anticorpi prodotti dal nostro organismo. I destinatari della sperimentazione partita lo scorso marzo sono grandi obesi, malati cardiovascolari e immunodepressi, che bisogna intercettare il più presto possibile. È essenziale che medici di medicina generale e Usca segnalino i candidati ma, in ogni caso, anche il singolo paziente può farsi avanti e noi valuteremo se rientra nelle casistiche previste dal Ministero».
La somministrazione avviene nell’ambulatorio di Malattie Infettive per via endovenosa: dopo un’ora di osservazione, il paziente viene riportato a casa con i mezzi dell’Asl e successivamente sottoposto a monitoraggio quotidiano.
Da una decina di giorni, inoltre, nel reparto di Borrè è stata avviata la sperimentazione di un nuovo anticorpo monoclonale italiano da somministrare con iniezioni intramuscolari.
La fase sperimentale è aperta a tutti. Per il test si arruolano pazienti asintomatici o paucisintomatici, con una diagnosi di infezione da meno di 72 ore (ad esclusione di donne in gravidanza o di pazienti affetti da patologie gravi acute). Chi ha le caratteristiche per partecipare allo studio può rivolgersi alla struttura di Malattie Infettive dell’ospedale per ottenere informazioni.
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