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19 Marzo 2019 - 16:49
Ha cercato di investire con l’auto la figlia 22enne, ma fortunatamente la giovane è riuscita a mettersi in salvo, riportando solo lievi ferite fisiche. Ma dovrà superare quelle psicologiche per il comportamento del padre con cui da tempo la sua coesistenza era difficile. Il caso di Meryan Hayan - che si fa chiamare Miriam - e della sua famiglia, di origini marocchine, ha scosso Livorno Ferraris, paese dove la ragazza vive da quand’era piccola e gioca a basket nell’Adbt, la squadra locale. Il suo torto, agli occhi del padre, sarebbe stato quello di volersi costruire una vita indipendente, all’occidentale. La giovane è arrivata in Italia quando era piccola e non ha mai indossato il velo, come invece il padre avrebbe voluto; fin da subito in paese ha coltivato le amicizie, la scuola e lo sport, il basket. Era anche animatrice al centro estivo del “Comitato Genitori”; ha studiato all’Iti di Santhià e si è diplomata al “Calamandrei” di Crescentino. La famiglia era già conosciuta alle forze dell’ordine: allertati dalla madre, in un paio di occasioni erano dovuti intervenuti i carabinieri per stemperare i toni dei litigi tra padre e figlia.
Il padre El Mustafa, 53 anni, che voleva sempre essere con lei - secondo quanto hanno ricostruito gli investigatori raccogliendo le testimonianze - l’ha aggredita e ha tentato di investirla con l’auto. E’ stato arrestato per tentato omicidio e maltrattamenti, si trova al carcere vercellese di Billiemme.
L’aggressione è avvenuta nel pomeriggio di venerdì 15 marzo in via del Molino, una strada vicino alla palazzina di edilizia popolare di via Pertini dove Miriam vive con mamma, papà e due fratelli. E’ alla ricerca di un lavoro, e il litigio con il padre sarebbe scaturito proprio dalla volontà della ragazza di prendere il treno da sola per andare a consegnare il suo curriculum. Dopo l’ennesima discussione a casa è uscita per andare alla stazione: il padre l’ha raggiunta, le ha detto che voleva accompagnarla lui con la macchina, ma al diniego della ragazza ha tentato di investirla con l’auto, colpendola solo di striscio perché Miriam all’ultimo è riuscita a scansarsi. Sottoposta ad alcuni esami all’ospedale Sant’Andrea di Vercelli, dopo una notte sotto osservazione è stata dimessa; i sanitari le hanno dato cinque giorni di prognosi, da passare a casa. L’uomo ripete: «Non volevo investirla, non avrei mai potuto: è stata una manovra accidentale», ha raccontato ai carabinieri. La vicenda, secondo il comandante provinciale dei Carabinieri di Vercelli, Andrea Ronchey, «sarebbe comunque da ricondurre a un retaggio culturale prima che religioso», anche perchè «non ci sono al momento segni che inducano a posizioni di radicalizzazione» dell’uomo.
Miriam, tornata dall’ospedale, dice: «sto bene, poteva andare peggio. Ma adesso voglio lasciarmi questa storia alle spalle».
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