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28 Marzo 2026 - 00:08
missili
Nel Golfo, davanti all’imbocco annerito di una galleria scavata nella roccia, la scena è ferma: sabbia che gira nel vento, cemento frantumato, un mezzo cingolato lasciato sul posto, i resti di una rampa mobile. È uno degli accessi alle “città dei missili” dell’Iran. L’ingresso è parzialmente crollato, ma quello che conta è più in basso, sotto la montagna: gallerie, depositi, binari interni. È da qui che si misura l’incertezza in cui si muovono Stati Uniti e Israele dal 28 febbraio 2026, quando è partita la campagna militare congiunta contro Teheran. Una guerra che si combatte sopra e sotto terra, tra missili, droni, bombe perforanti e soprattutto dati incompleti.
Secondo cinque fonti vicine all’intelligence americana citate da media statunitensi, Washington ritiene distrutto con certezza circa un terzo dell’arsenale missilistico iraniano. Un altro terzo sarebbe stato colpito o reso inutilizzabile, ma senza conferme definitive. Il resto potrebbe essere ancora disponibile. Le autorità israeliane hanno diffuso stime più alte sui danni inflitti alle lanciatrici e alla difesa aerea iraniana. Le differenze non sono solo numeriche: riflettono modi diversi di leggere gli stessi obiettivi e, soprattutto, i limiti di quello che si può verificare.
L’operazione ha colpito siti di produzione, depositi, basi e centri di comando. Le valutazioni americane parlano di una riduzione significativa delle capacità iraniane, con danni estesi a gran parte delle infrastrutture legate a missili, droni e mezzi navali. Israele ha sostenuto di aver distrutto una quota molto ampia delle lanciatrici balistiche e della difesa aerea. Ma la stima più prudente resta quella americana: un terzo dei missili sicuramente eliminato, un terzo in condizioni incerte, il resto potenzialmente operativo.

La differenza nasce dalla struttura stessa dell’apparato iraniano. Negli ultimi vent’anni, Teheran ha puntato su ridondanza, mobilità e protezione sotterranea. Le “città dei missili” sono progettate per resistere a bombardamenti ripetuti e tornare operative in tempi rapidi. Anche quando un accesso crolla, non è detto che il materiale all’interno sia distrutto. Capire cosa resta utilizzabile dietro metri di roccia e cemento è difficile anche con immagini satellitari e sorveglianza continua.
Prima della guerra, le stime indipendenti indicavano tra 1.700 e 2.900 missili tra balistici e da crociera, con una produzione di droni in crescita. La dottrina iraniana combinava attacchi di saturazione con missili a corto e medio raggio, uso massiccio di velivoli senza pilota a basso costo e lanciatrici mobili per ridurre la vulnerabilità. Proprio su queste ultime e sulle linee produttive si sono concentrati i primi attacchi di Stati Uniti e Israele, con l’obiettivo di ridurre la capacità di lanciare e rigenerare, più che eliminare ogni singolo missile.
Nelle settimane successive si è registrata una diminuzione degli attacchi iraniani e un maggiore impiego di droni più semplici. Ma meno lanci non significa automaticamente meno scorte: può indicare difficoltà logistiche, perdita temporanea di mezzi o una scelta di gestione delle risorse.
La campagna ha fatto largo uso di bombe capaci di penetrare bunker e strutture sotterranee, soprattutto lungo lo Stretto di Hormuz e nell’entroterra. Anche queste armi, però, non garantiscono la distruzione completa di installazioni multilivello. In diversi casi sono crollati ingressi e rampe senza che i depositi interni risultassero compromessi. In altri, gli edifici in superficie sono stati colpiti mentre le aree più sensibili sono rimaste protette. Le reti sotterranee consentono inoltre spostamenti rapidi verso uscite alternative.
Israele ha dichiarato di aver distrutto centinaia di lanciatrici, ma fonti americane invitano alla cautela: senza riscontri sul terreno, molte distruzioni restano difficili da confermare. Inoltre, contare le lanciatrici non equivale a contare i missili. Un sistema può essere riparato o sostituito, mentre un missile danneggiato non è necessariamente distrutto.
Sul fronte difensivo, Stati Uniti e alleati hanno indicato percentuali molto alte di intercettazione dei missili iraniani diretti verso basi e infrastrutture nel Golfo. Anche Israele ha contenuto diversi attacchi, pur con alcune penetrazioni. Il conflitto si è trasformato in una guerra di logoramento: ogni attacco consuma risorse da entrambe le parti. Colpire le linee di produzione può incidere più a lungo che intercettare ogni singolo lancio.
Un capitolo rilevante riguarda lo Stretto di Hormuz, dove si sono registrati incidenti, minacce e attacchi a infrastrutture energetiche. Le valutazioni americane parlano di danni significativi alle capacità navali iraniane, comprese quelle dei Guardiani della rivoluzione (IRGC, Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica). Qui il rischio resta elevato: mine, droni navali e missili antinave possono colpire anche con capacità ridotte.
Le divergenze tra stime nascono anche dall’oggetto dell’analisi. Israele parla soprattutto di lanciatrici distrutte o rese inutilizzabili. Le fonti americane si concentrano sull’arsenale complessivo, distinguendo tra missili distrutti e missili non utilizzabili. A complicare il quadro c’è l’ambiente sotterraneo e il fatto che la situazione cambia rapidamente: una struttura oggi inutilizzabile può tornare operativa in breve tempo.
Questo porta a una distinzione fondamentale: la capacità di lancio può essere ridotta drasticamente anche se una parte delle scorte resta intatta. È una differenza che pesa nelle scelte strategiche.
Il conflitto potrebbe prolungarsi se non viene interrotta la capacità iraniana di produrre, riparare e ridistribuire mezzi. Le tensioni nello Stretto di Hormuz continuano a incidere sui traffici e sui costi assicurativi. Negli ambienti politici americani si discute anche di operazioni limitate via terra per colpire infrastrutture sotterranee, ma i costi sarebbero elevati.
Intanto cresce il bilancio delle vittime civili, con danni a infrastrutture essenziali in Iran e nei Paesi coinvolti. La presenza di strutture a uso misto inserite in aree urbane rende più difficile distinguere tra obiettivi militari e civili, con conseguenze anche sul piano politico e della comunicazione.
Questa guerra mostra anche un aspetto industriale: Teheran ha puntato su droni economici e numerosi, accettando perdite elevate per mettere sotto pressione le difese avversarie. Stati Uniti e Israele cercano di interrompere le filiere produttive, colpendo componenti e materiali chiave.
Se davvero solo un terzo dei missili è stato distrutto con certezza, la questione diventa quanto a lungo l’Iran potrà trasformare le scorte residue in capacità operativa. È qui che si giocheranno i prossimi mesi.
Il quadro che emerge è quello di una capacità ridotta ma non annullata. La combinazione di strutture sotterranee, mobilità e incertezza informativa rende difficile una valutazione definitiva. Senza verifiche dirette sul terreno, le stime resteranno parziali. E quel dato diviso in tre — una parte certa, una incerta, una sconosciuta — continuerà a descrivere meglio di ogni altra cifra lo stato reale del conflitto.
Fonti: intelligence statunitense; dichiarazioni ufficiali di Stati Uniti e Israele; analisi di media statunitensi; immagini satellitari commerciali; centri studi indipendenti su missili e difesa.
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