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“Sciopero mondiale contro la guerra”: una “lettera a nessuno” da don Paolo Mignani

“Sciopero mondiale contro la guerra”: una “lettera a nessuno” da don Paolo Mignani

Don Paolo

Spett. direzione de “La Voce”, Nella mia funzione di parroco di Mezzi Po, ritengo che sia importante pubblicare sul vostro giornale la lettera il cui autore è  Marco Amitrano.  Marco è, fin dalla sua giovinezza, impegnato per la pace mondiale; attivista sostenitore della nonviolenza e della difesa disarmata. Di fronte alla guerra Russo Ucraina, ha scritto  la lettera che trovate di seguito che condivido e sottoscrivo totalmente e pienamente. Chiedo che sia ospitata e pubblicata sul vostro giornale “La Voce”.  Certo della vostra pubblicazione, vi ringrazio  vi porgo distinti saluti. 

D. Paolo Mignani, parroco di Mezzi Po 

Sciopero mondiale Lettera a nessuno Quando avevo poco più di vent’anni credevo che la guerra si potesse fermare, oggi, a cinquanta suonati credo che la guerra debba essere fermata! Già, ma chi la deve fermare? Chi la vuole fermare? Chi la può fermare? Sono quesiti ai quali apparentemente non vi è risposta se non per quel vizietto chiamato “meccanismo di delega” secondo il quale consegnando ai “politici” il compito di fare politica, ci scarichiamo farisaicamente da ogni assunzione di responsabilità. In questo primo mese di guerra “in casa”, tanto per cambiare, siamo stati soggetti passivi di ogni forma di propaganda al punto di non accorgerci dell’assenza assoluta di voci diverse dal coro unanime dei governi, che, giorno dopo giorno, ci spingono da una parte sola, con una logica sola, sempre più affacciati sull’orlo del baratro! Chi ha voluto questa guerra? Quali popoli hanno desiderato tale scempio? I russi? Gli ucraini? Noi? Gli americani? Sinceramente non credo che alcun popolo, in quanto tale, e ancor di più in quanto classe essendo maggioritaria, abbia scelto il conflitto armato. Allora prima di essere pro-questo o pro-quello dovremmo rispondere al quesito se siamo o meno “pro-guerra”, semplicemente perché a forza di ritenere improbabile una ipotesi (che la guerra arrivi), ci si potrebbe ritrovare ad essere impossibilitati a evitarla (si pensi solo agli stessi ucraini, per chi non avesse memoria del contagioso macello balcanica degli anni 90). La narrazione stessa del concetto di patria crolla al semplice riscontro costituzionale adottato dai cosiddetti “padri costituzionali” che non esitarono, conoscendola, a scrivere per tutti che “L’Italia ripudia la guerra”. Ad un mese dall’inizio del conflitto, noi, teoricamente cittadini e di fatto mandanti dei nostri governi non abbiamo ascoltato una sola parola contro la guerra, ma, anzi, siamo promotori esclusivamente di sanzioni e di invio di armi. Due vecchie e fallimentari ricette (Iraq, Iran, Afghanistan, Corea etc...) che affamando i popoli consolidano il consenso al potere. Chi è conto lo guerra lo è senza se e senza ma. Chi minaccia quale democrazia? Su chi ricadono e ricadranno le conseguenze del conflitto? Cosa siamo disposti a fare per fermarla? Quando avevo poco più di vent’anni credevo che la guerra si potesse fermare e con molti altri, proiettati nella visione di Don Tonino Bello (di nome e di fatto), abbiamo cercato di interporci tra i belligeranti per dimostrare che i popoli potevano superare il fallimento dei governi, erano gli anni della guerra nei Balcani e del massacro dei magistrati in Italia. Uno vale uno, un morto non ha passaporto perché accettare che un passaporto possa fare la differenza tra vivi? Negli anni della guerra alle porte di casa, noi eravamo là per fermarla senza capire che l’unica vera possibilità di fermarla era fermarsi qua. Fermare tutto. La carne da cannone viene prodotta ogni giorno, tritata, separata e consumata, e più questo accade più si è pronti per il prossimo macello. Purtroppo, non farà simpatia, ma restiamo noi i mandanti. Per fermare le “orde di Putin” ci è stato chiesto di restare al freddo? Scusate, non capisco, continuiamo a comprargli il gas(che paghiamo), mandiamo le armi agli ucraini (che paghiamo), raccogliamo aiuti (che paghiamo), accogliamo profughi (non senza costi) e tutti i giorni dobbiamo andare lavorare per...? Io sarò un idealista, ma l’alternativa è essere coglioni! Alla cinica follia della guerra oppongo la lucida follia dei sogni. Fermiamo tutto, a qualsiasi costo e la guerra finirà come per incanto perché avremo smesso di alimentarla. Di cosa bisogna avere paura? Della povertà? Meglio povero e vivo, ma soprattutto, in nome di qualsiasi dio al quale vogliate appellarvi, meglio un futuro faticosamente vivo per tutti i figli  del mondo. Se si fermano gli ultimi il gioco è finito e bisognerà rinegoziare le regole. Paura di perdere tutto? Perché? In realtà cosa abbiamo? Quando avevo poco più di vent’anni e pensavo che la guerra si potesse fermare ho visto come un essere umano, come me, potevo essere io, in un attimo era diventato “un corpo in terra senza più calore”. Quando avevo poco più di vent’anni e pensavo che la guerra si potesse fermare ho pianto la morte di un compagno il cui urlo risuona ancora: “MIR, vi prego gridate”  (G. M. Locatelli). Quando avevo poco più di vent’anni assassinavano Falcone, Borsellino e gli operai della loro scorta. Ma parafrasando falcone dico: “chi ha paura muore tutti i giorni, chi trova il coraggio muore una volta sola” Di cosa abbiamo paura? La guerra da sempre è contro i popoli, è contro ogni “bread winner”, contro i lavoratori, perché non ho ancora sentito una condanna da parte dei rappresentanti dei lavoratori?  Quando avevo poco più di vent’anni e credevo che la guerra si potesse fermare, ho scoperto di non essere il solo a pensarlo. Qualcuno doveva iniziare a fare qualcosa, e abbiamo iniziato, pagato, affinché il mondo potesse essere un posto migliore per coloro che lo erediteranno.  Oggi a cinquant’anni suonati credo che la guerra deve essere fermata e solo i popoli possano Farlo. Credo che occorra interporsi nel modo più difficile e duro possibile, non tra i combattenti, ma nella terra di nessuno dell’economia. Qualcuno deve iniziare. What ever it takes! Fermiamo tutto! Sciopero generale dei lavoratori e dei popoli a livello mondiale. Marco Amitrano
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