La pena esigua, così come è stata commentata dagli avvocati, e ora il risarcimento di 50mila dallo Stato: “Se non fosse stato per i miei figli, per i quali questo danaro è pur sempre un piccolo aiuto, non avrei neppure accettato quest’elemosina” ha commentato la vedova Gugliotta, Carmela Caruso. Il risarcimento è da dividere in quattro: moglie e tre figli.
Dopo la condanna a soli 12 anni per il rifugiato nigeriano che nel 2017 ha ucciso senza un perché l’operaio di Settimo Torinese, nei giorni scorsi è arrivato il risarcimento simbolico dallo Stato: 50mila euro. Un funzionario del Ministero dell’Interno ha chiamato personalmente la famiglia per scusarsi della totale inadeguatezza dell’indennizzo: cinquantamila euro da suddividere in quattro, moglie e tre figli.
La notizia è giunta l’8 Marzo, Festa della Donna, ma per Carmela Caruso di 52 anni, la vedova di Maurizio Gugliotta, l’operaio di Settimo Torinese accoltellato a morte ad appena 51 anni da un profugo nigeriano oggi trentunenne, Khalid De Greata, al mercato del libero scambio di Torino il 15 ottobre 2017: l’omicidio del Suk, com’è stato subito battezzato.
“E’ un indennizzo completamente ingiusto, solo un lavarsi la coscienza da parte dello Stato. Mi vergogno anch’io come il funzionario del Ministero. – ha commentato la vedova Gugliotta - Dopo il danno di una sentenza assurda, anche la beffa - Sono totalmente delusa dalla giustizia, non l’abbiamo proprio ricevuta, non c’è stata alcuna giustizia per noi, non ho più alcuna fiducia nelle leggi italiane e nello Stato, che ci ha abbandonati, lasciandoci in queste condizioni. Oggi i miei figli non hanno più un padre e io non ho più in marito e ho dovuto cercare un lavoro, come collaboratrice scolastica, per tirare avanti” ha detto Carmela con un filo di voce”.
Non bastasse la perdita del marito in modo cruento e senza un perché, in questi quasi cinque anni Carmela Caruso, che è stata sostenuta nella sua battaglia da Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini, ha dovuto ingoiare tanti altri bocconi amari, a cominciare dalla condanna per nulla commisurata alla gravità del crimine commesso inflitta dall’assassino dal giudice del Tribunale di Torino, dott. Stefano Vitelli, il 20 marzo 2019: 12 anni.
Una pena troppo lieve su cui ha pesato la seminfermità mentale riconosciuta all’imputato da due perizie psichiatriche e sulla base della quale è stata esclusa l’aggravante dei futili motivi: l’improvvisa aggressione coltello in pugno da parte del rifugiato nei confronti di Gugliotta e dell’amico che si trovava con lui, e di cui neanche il superstite ha saputo fornire una spiegazione (il killer ha dichiarato di essersi sentito “offeso”), è stata in pratica attribuita alla patologia paranoide da cui sarebbe affetto De Greata.
Ma anche sotto l’aspetto risarcitorio i Gugliotta hanno dovuto subire tante amarezze, e non si tratta di un elemento secondario perché la famiglia con Maurizio ha perso anche il suo principale sostegno economico: all’epoca solo il figlio maggiore, Daniele, che oggi ha trent’anni, aveva un lavoro peraltro precario, i suoi fratelli, che allora avevano 20 e 18 anni, studiavano ancora, e la signora Carmela era casalinga. La provvisionale di 150mila euro stabilita dal giudice in favore della moglie e di ciascuno dei tre figli come risarcimento ha suonato come un’ulteriore beffa, perché l’omicida era ovviamente nulla tenente e non avrebbe potuto rifondere di tasca sua neanche un euro.
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