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15 Giugno 2021 - 10:11
SAN MAURO TORINESE. Da mesi chi passeggia sul Ponte Vecchio può imbattersi in “Storie di Donne. Esistenze di ieri per rinascere oggi”. Sono gigantografie sotto gli occhi di tutti, che ci mettono al corrente di racconti esemplari. Cortigiane, domine, borghesi: signore e fanciulle che, nel programma della mostra, sono ritenute esemplari poiché hanno aggiunto una frase alla Storia dell’emancipazione di un Genere.
Dopo vengono le altre storie – quelle senza la maiuscola – su cui si deve indagare; sono esistenze quotidiane che si perpetuano in silenzio e si consumano di nascosto. Per scoprirle non ci si deve allontanare troppo dal Ponte. È sufficiente arrampicarsi un poco sulla collina. Il Centro Antiviolenza di via dell’Asilo 11 è stato inaugurato il 25 maggio. È uno spazio accogliente ma freddo, nonostante dalla finestra si intromettano le risa dei bambini, che salgono dai cortili. Le stanze sono vuote e discrete, in attesa di sospiri e confessioni, come una “camera bianca” dove l’aria è purissima.
Poi ci sono le storie delle volontarie. A coprire il turno sono in due.
Carla collabora da anni con il Centro Antiviolenza. Ha una passato di insegnante elementare e di impiegata in un tour operator, ma non ha dimenticato il passato di militanza: “sentivo – ricorda – il bisogno di fare qualcosa di utile in questa battaglia, perché ero femminista già negli Anni 80», perciò ha intrapreso un corso di preparazione nella sede di “Uscire dal silenzio” di Settimo, e da lì un percorso di affiancamento nei turni alla presidente Paola Ferrero”.
E poi c’è Giulia: laureata in psicologia e oggi tirocinante in attesa di abilitazione. Vorrebbe trasformare il suo volontariato in professione: «mi sono cimentata per indole personale, ma, grazie alla mia formazione, le mie conoscenze e la mia sensibilità possono tornare utili in questo ambiente».
“Uscire dal silenzio” è un luogo di ascolto. Non soltanto perché offre la possibilità di apprendere, di confrontarsi con crude realtà. Le operatrici sono più di venti e sono legate un rapporto di scambio reciproco. Un nutrimento condiviso, ricco, fra volontarie: non foss’altro perché varie generazioni si trovano sotto lo stesso tetto, per combattere la stessa battaglia con sensibilità diverse. Come sull’uso di social network, per esempio, dove le pagine stanno accumulando seguaci e amici, grazie a crowdfinding e all’informazione che diffondono tramite i loro canali.
«Facebook e Instagram sono strumenti necessari per far capire a tutti cosa facciamo: l’importante è cambiare le idee, combattere gli stereotipi».
Qui di norma vengono pubblicate notizie, commentati articoli, per sfatare tabù e per diffidare delle consuete narrazioni intorno alla donna. Occorre mettere ben in chiaro un problema.
«Nei casi di violenza, spesso la donna è trattata in maniera falsa. Si preferisce ancora scrivere che ha subìto violenze anziché porre in primo piano il colpevole: chi abusa di loro deve essere trattato come un soggetto, un responsabile senza attenuante».
Il Centro opera ormai da quasi un decennio; il modus operandi si è affinato di pari passo con la capacità di distinguere nuove forme di abusi.
«Certe donne che oggi frequentano il Centro – illustrano le volontarie – arrivano qui dopo avere sopportato a lungo. Ciò avviene perché spesso fanno fatica a riconoscere la violenza». Ci sono moduli sottili e tecniche di sottomissione che solo l’occhio allenato riesce a cogliere.
E poi ci sono ragioni del cuore, che sviano le vittime, mettono loro dei paraocchi e le ingannano fino a portarle a sottovalutare le pressioni dei loro aguzzini: « il primo step è l’autocolpevolizzazione della vittima. L’uomo violento non è soltanto violento: molto spesso è anche la persona per cui una vittima coltiva dei sentimenti Perciò sorge la confusione: spesso la donna, sulle prime battute, fatica a separare il carattere di chi ama dal comportamento prevaricatore».
Che la violenza sia una malattia ereditaria, spesso parte di circoli viziosi che connettono i padri con i generi, non sarebbe difficile dimostrarlo. Ci sono diverse sfumature ma avviene in forme ripetute e periodiche. Preferisce un terreno fertile poiché è socioculturale, ma talvolta è sporadica ed imprevedibile. Ciononostante ha la (de)cadenza di frutto malnutrito, che precipita non lontano dall’albero malato.
La violenza fisica è riconoscibile, benché le donne impieghino del tempo prima di fare il grande passo, e varcare la soglia di un centro. La violenza economica è più sottile, e spesso può travestirsi, camuffarsi da avarizia, oculatezza nella gestione del capitale. «Se il vero sopruso è la negazione dell’identità personale, le donne hanno bisogno di consapevolezza. L’isolamento, la minorità, l’assenza di libertà economica conducono ad un vortice di auto-negazione che porta all’annullamento».
“Uscire dal silenzio” è in via dell’Asilo a San Mauro per aiutare le vittime a rialzare il capo e a ritrovare sé stesse, poiché c’è sempre una storia individuale da trovare.
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