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16 Aprile 2023 - 23:31
“THE GOOD MOTHERS - Le donne che hanno sfidato la ‘ndrangheta” è una serie originale Disney+ che sta avendo un notevole successo
E’ stata la Procuratrice della Repubblica di Ivrea Gabriella Viglione l’ospite d’onore nell’incontro tenutosi a Cuorgnè. Era l’ultimo degli eventi organizzati nell’ambito della manifestazione “Cuorgnè dice No alle Mafie” dopo quelli riservati alle scolaresche.
A parlare del “ruolo delle donne nell’antimafia e nella lotta alla criminalità organizzata” sono state insieme a lei due esponenti delle forze dell’ordine, la referente di “LIBERA Piemonte” Maria José Fava, l’assessore alla Cultura di Cuorgnè Laura Ronchietto Silvano e la sindaca della città, che ha aperto gli interventi facendo gli onori di casa.
Come figura-simbolo della ribellione femminile contro il potere mafioso, Giovanna Cresto ha scelto Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato, l’attivista assassinato da “Cosa Nostra” nel 1978. Dopo la morte del figlio, la signora Felicia lottò strenuamente per anni, insieme all’altro figlio Giovanni (che è stato ospite a Cuorgnè nell’ultima settimana di marzo) per far emergere la verità sulla morte di Peppino, a lungo fatta passare come conseguenza di un fallito attentato dinamitardo che il giovane sarebbe stato in procinto di preparare. La sua forza, la sua capacità di andare avanti senza esitazioni, nascondendo agli altri le proprie fragilità, rappresentano un esempio cui ispirarsi.
La famiglia Impastato faceva parte di “Cosa Nostra”: ribellandosi alla mafia, Felicia Bartolotta compì dunque una scelta di grandissima importanza.
Maria José Fava ha ricordato altre donne schieratesi contro l’ambiente di provenienza. La prima è Lea Garofalo, che pagò con la morte la sua decisione di rompere i rapporti con il marito mafioso. Le altre due sono collaboratrici di giustizia che hanno testimoniato nel Processo Minotauro: Maria Stefanelli, vedova del boss Francesco Marando, e Rosetta Todaro, ex-compagna di Bruno Iaria.
“Il fastidio evidente che gli uomini bloccati dietro le sbarre hanno provato ascoltando le loro testimonianze dimostra quanto quella scelta sia stata importante” – ha sottolineato la referente di LIBERA. Ha poi citato il progetto “Liberi di scegliere”, promosso dall’associazione per sostenere le donne che hanno imboccato questa strada ed aiutarle a crescere i propri figli in un ambiente che rifiuti i modelli culturali tipici del mondo mafioso. Attualmente le donne inserite nel progetto sono 60.
Maria José Fava ha infine ricordato l’impegno di LIBERA a Cuorgnè per far sì che la villa del boss Iaria, confiscata, torni alla città ospitando attività di rilevanza sociale: “Non possiamo lasciarla inutilizzata!”.
Sia la dottoressa Viglione all’inizio del suo intervento, sia le rappresentanti della Polizia e dei Carabinieri, hanno voluto ricordare che solo da pochi decenni le donne hanno la possibilità di contribuire attivamente alla lotta contro il crimine, organizzato o meno che sia. “Oggi – ha esordito la procuratrice - diamo per scontata la presenza femminile in tutte le professioni. Non è stato sempre così. In magistratura le donne entrarono per la prima volta nel 1963, dopo una sentenza della Corte Costituzionale, ed anche se oggi sono numericamente superiori agli uomini (rappresentando il 56% dei magistrati in servizio e il 70% dei vincitori di concorso) resta lontano l’obiettivo della parità nei ruoli di rilievo”.
Le donne relatrici della serata
Quel cha vale per la magistratura è ancor più vero per le forze dell’ordine: se le prime donne poliziotto entrarono in servizio nel 1961, all’Arma dei Carabinieri hanno avuto accesso a partire dal 1999, appena ventitré anni fa!
Il vicequestore aggiunto della Polizia di Stato Valentina Costa (in servizio a Torino) ha ricordato alcune figure femminili particolarmente rappresentative: la vice-capo della Polizia Maria Luisa Pellizzari per essere arrivata così in alto; Emanuela Loi perché detiene il triste primato di essere l’unica donna morta in servizio nel contrasto alla criminalità organizzata (faceva parte della scorta di Paolo Borsellino); Tina Montinaro per il suo impegno costante nella lotta contro la mafia. Pur non essendo un’esponente della magistratura o delle forze dell’ordine, la vedova del caposcorta di Giovanni Falcone non ha mai smesso di combattere contro “Cosa Nostra” e a Capaci, poco distante da dove avvenne la strage, ha promosso la creazione di un “Luogo della Memoria” impiantando un uliveto che produce l’ Olio di Capaci.
“Su iniziativa del questore di Palermo – ha spiegato la dottoressa Costa – l’anno scorso era stato distribuito in tutta la Sicilia per essere utilizzato come olio pasquale; quest’anno anche nel resto d’Italia”.
Ha quindi sottolineato “il valore aggiunto delle donne” in settori particolari, come nei Nuclei-scorta per gli spostamenti dei collaboratori di giustizia o nel contrasto alla Mafia Nigeriana, tradizionalmente dedita alla prostituzione, dove la capacità di entrare in empatia con le vittime è fondamentale.
Il tenente dei Carabinieri Lucilla Esposito, pur non essendosi mai occupata in modo diretto di lotta alla mafia, si è trovata più volte a contatto con mafiosi di spicco, a testimonianza di quanto la criminalità comune e quella organizzata abbiano molti punti di contatto. “A 21 anni ho avuto la fortuna di mettere le manette ai polsi al cassiere del Clan della Magliana eppure non sapevo nemmeno chi fosse Nicoletti! Poi ho avuto a che fare con la Mafia Romana (i Casamonica, i Di Silvio, gli Spada). Anni dopo, avendo vinto un concorso interno per ufficiali, vengo mandata a Mestre ed è stata la volta della Mafia del Brenta. L’anno scorso vengo assegnata al Nucleo Investigativo di Torino Sezione Antidroga e Catturandi: è la stessa che aveva preparato l’arresto del superlatitante Nicola Assisi… Vi dico tutto questo non per autocelebrarmi ma per spiegarvi come mai mi hanno mandata qui oggi e per lanciare due messaggi. Il primo è che la mafia non ha territorio: non ha città, regione, stato; è dovunque. Il secondo è che tutti possono contribuire a combatterla. Il ruolo che si riveste nelle forze dell’ordine è molto relativo: si possono avere mansioni specifiche o prestare servizio nella più sperduta stazione dei Carabinieri e magari le notizie più importanti arrivano proprio da lì”.
La dottoressa Viglione ha sottolineato la necessità di affrontare il fenomeno mafioso partendo dal presupposto che non si deve più parlare di <Mafia> ma di <Mafie> e che le organizzazioni criminali si adattano alla realtà in cui si trovano ad operare.
Sorrisi alla fine della serata
“Le pensiamo ancora come se fossero circoscritte alle loro zone d’origine ma il nostro territorio non è certo rimasto indenne, come ci dicono i tanti processi che lo hanno riguardato; ci vengono in mente gli omicidi, i fatti eclatanti ma la mafia si annida dove uno non se l’aspetta. Qui i mafiosi non portano la coppola ed operano in maniera più subdola, introducendosi in attività lecite oppure operando sottotono nel campo dei reati comuni, predatori o intimidatori. Particolarmente grave è il coinvolgimento dei pubblici dipendenti nei meccanismi del malaffare. Il primo contrasto deve partire dal cittadino, da tutti noi, tenendo ben presente che è a rischio la nostra stessa sicurezza. L’importante è vigilare e non lasciar passare questa cultura dell’illegalità diffusa”.
Maria José Fava ha rimarcato a sua volta che “quando le organizzazioni criminali si insediano in una zona non rappresentano un cancro che infetta un territorio sano; vuol dire che lì hanno trovato terreno favorevole. Una cosa che emerge con forza è il supporto esterno che arriva alle mafie da quanti, senza farne parte, chiedono favori ai mafiosi, magari per ottenere più in fretta un permesso o per sveltire una pratica”.
In questa giornata dedicata alle donne, la referente di LIBERA aveva tuttavia aperto il proprio intervento ricordando una figura maschile di grande rilievo eppure spesso quasi dimenticata: quella del Procuratore di Torino Bruno Caccia “assassinato nel 1983 dalla ‘Ndrangheta per volere della ‘Ndrangheta e non su commissione. Perché? Qual è il rapporto fra quest’omicidio e le infiltrazioni nel Nord Italia? Non lo sappiamo ancora. Per lungo tempo l’attentato venne attribuito alle Brigate Rosse che pure avevano detto subito: <Avremmo voluto farlo ma non siamo stati noi>. A distanza di quarant’anni, per la prima volta gli è stata dedicata una scuola a Torino”.
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