RIVAROLO. Oltre alle celebrazioni "di rito”, la Città di Rivarolo festeggerà la Repubblica Italiana anche inaugurando due totem. Uno, dedicato alla famiglia Colombo, di fronte alla casa dove i tre (Alessandro Co- lombo, Wanda Foa e la figlia Elena Colombo) hanno abitato prima di trasferirsi a Forno ed essere deportati ad Auschwitz, e uno dedicato a Elena, che condividerà coi genitori la tragica fine nei campi di concentramento dopo essere stata separata dalla famiglia.
Al ricordo della famiglia Colombo, però, verrà affiancata la celebrazione della Repubblica, che è in realtà la “festeggiata istituzionale” di quel giorno, il 2 giugno. Ne abbiamo parlato con la presidente dell’Anpi di Rivarolo, Favria e Oglianico, Gabriella Meaglia.
Maestra elementare in pensione, nonché figlia del Partigiano combattente Dante Meaglia, Gabriella ha fatto del suo mestiere e di questa sua importante eredità due motori per diffondere i valori dell’antifascismo.
Qual è la storia della famiglia Colombo?
La famiglia Colombo abitava a Torino, il padre era un piccolo imprenditore di fede ebraica, aveva una moglie e una figlia di 9 anni. Nel ‘42 sono sfollati a Rivarolo in corso Indipendenza, dove sono sono stati fino al ‘44. Dopo l’8 settembre, con l’arrivo dei tedeschi, non si sono più sentiti sicuri a Rivarolo e sono andati a Forno, dove pensavano che sarebbero stati più tranquilli. Lì si sono nascosti per un buon periodo di tempo, poi probabilmente c’è stata una delazione dopo la battaglia di Ceresole, in seguito a cui sono stati presi tutti e tre. Per lungo tempo, a Forno, di questo non si voleva parlare, tutti erano molto evasivi, c’era questo brutto segreto da nascondere. Poi la storia è venuta fuori, abbiamo fatto dei collegamenti e pian piano si è riusciti a ricostruire la vicenda. Sappiamo, ad esempio, che vicino al luogo in cui abitavano, qui a Rivarolo, c’era una famiglia che aveva legato con i Colombo, e anche la loro figlia ed Elena erano diventate amiche. I genitori di questa ragazza avevano anche proposto ai genitori di Elena di lasciare loro la bambina, magari per nasconderla dai nazisti, ma i genitori non se la sono sentita. Per il 2 giugno abbiamo fatto preparare due colonnine, una davanti all’abitazione della famiglia Colombo e una dedicata alla bambina, che sarà installata al castello Malgrà. Dietro a questa colonnina ci saranno le riflessioni dei miei alunni di quinta dello scorso anno, con cui abbiamo discusso del tema durante una lezione. Al di là della celebrazione particolare che avverrà a Ri- varolo, perché è importante festeggiare il 2 giugno? Perché il 2 giugno nasce la nuova vita dell’Italia, dopo i vent’anni di inganno e di imbroglio della guerra e della della dittatura fascista. Il 2 giugno, poi, vuol dire anche voto alle donne, ed è quindi un’occasione in più per essere ricordato. Ma deve essere una festa di popolo. Ci fu un contributo militare importante, certo, e per questo vengono fatte le parate militari ai Fori Imperiali, ma è prima di tutto una festa di popolo.
Quindi questa “militarizzazione” delle feste ha i suoi limiti?
Secondo me sì, capisco che in un momento come questo dire di essere pacifista è complicato, ma la giornata delle Forze Armate è già il 4 novembre. L’esercito ha una sua funzione, per carità, che dovrebbe essere solo di difesa, come sancisce la Costituzione. Ma le persone dovrebbero pensare al 2 giugno come un giorno in cui ci si è riappropriati dei diritti e della libertà, un giorno in cui non siamo più stati un organo di una dittatura ma individui che possono e devono camminare da soli per costruire la democrazia. Mio padre [Dante Meaglia, partigiano combattente medaglia d’argento al valor militare] mi ha sempre insegnato che la guerra è un mostro e che la guerra di Resistenza era una guerra contro la guerra, combattuta perché non ce ne fossero più. Mio padre non ci ha mai permesso di giocare coi soldatini o con le armi giocattolo, perché la guerra non è un gioco! Mio padre ha perso la gamba a ventun anni e quindi portava addosso i segni della guerra, ne aveva subito l’ingiustizia in prima persona. Quando andava a parlare nelle scuole chiedeva sempre ai ragazzi di non farsi ingannare dall’idea che la guerra possa risolvere le cose.
Stiamo assistendo all’ascesa di alcune forze politiche, in Italia o, recentemente, in Francia, che si richiamano a idee che non sempre si accordano con gli ideali repubblicani e antifascisti. Forse ricordare l’importanza della Repubblica in questo contesto vale ancora di più.
Assolutamente sì, così come ha ancora più valore il 25 aprile. Non bisogna abbassare la guardia. Il messaggio antifascista va passato in tutti i modi soprattutto ai giovani. Reprimere non si può, bisogna educare ragazzi e bambini ai valori della pace e del rispetto. C’è anche una distinzione da fare: quella tra patriottismo e nazionalismo, che sono due cose molto diverse. Il primo ha a che fare con l’amore per la propria Terra, che non esclude che si possa ammirare o amare la Terra di un altro, mentre il nazionalismo guarda per forza all’altro e al diverso come a qualcuno da cui difendersi. Tutti questi sentimenti, che circolano da un po’, tipo “Prima l’Italia” o “L’Italia agli italiani” sono spaventosi, ci fanno tornare indietro di cent’anni, a quando era normale che esistesse il diritto di prevaricare l’altro. Queste idee, tra l’altro, emergono sempre in momenti di crisi, in cui arriva qualcuno a promettere la soluzione a tutti i mali prendendosela magari con l’immigrato. Quello che bisogna fare, invece, è ripartire dall’educazione civica a scuola e dallo studio della Costituzione.
La responsabilità di una situazione in cui si affermano forze politiche particolarmente indulgenti nei confronti del fascismo è anche delle forze politiche antifasciste che non hanno saputo intercettare la crisi dei valori repubblicani?
Assolutamente sì, c’è una crisi in questo senso. Durante la Prima Repubblica le differenze tra forze politiche erano nette, e uno sapeva cosa andava a votare, c’erano dei sindacati forti e una passione politica importante. Non si pote- vano confondere personaggi così diversi tra loro come Almirante, Moro e Berlinguer. Adesso invece le cose spesso si mischiano in maniera strana. Certo, la sinistra difende ancora la Costituzione, ma spesso manca la capacità di fare presa sulle persone. E’ anche vero che oggi abbiamo dei problemi che durante la Prima Repubblica non c’erano.
Dunque non stiamo facendo abbastanza in Italia per trasmettere i valori dell’antifascismo?
No, dovremmo fare molto di più. Si dovrebbe cominciare dalle elementari se non addirittura dall’asilo, tanto di queste cose si può parlare adeguatamente a ogni età. Nelle scuole ci sono spesso le incombenze del programma che impediscono di spaziare verso l’educazione civica, ma io ai miei alunni ho sempre detto che se vi dimenticate le regole di matematica e di italiano pazienza, mentre le regole di vita e di comportamento vanno mai dimenticate per nessun motivo.
A proposito di educazione, lei che ricordo ha del portato educativo di suo papà, sia come personaggio pubblico che come padre?
Lui ha passato tantissimo tempo nelle scuole, la sua condizione fisica era evidente [Meaglia perse la gamba in guerra mentre era partigiano] e lui ne ha sempre spiegato il motivo, perché spiegare la sua condizione fisica voleva dire raccontare la bruttezza della guerra. Molti sopravvissuti alla guerra o ai campi di sterminio, dopo la guerra hanno preferito non parlare, mentre, per lui, il racconto è sempre stato un motivo per affrontare e superare ciò che aveva dovuto subire. Quando poi è mancato, ho raccolto il testimone e ho continuato io con l’Anpi.
Ecco, l’Anpi. Qual è la salute di questa associazione? I gio- vani si interessano di quella parte di storia?
I giovani ci sono, ma potrebbero essercene di più. Forse il problema è che questa parte di storia non viene molto trattata nelle scuole. Nella mia classe avevo messo su un progetto in cui raccontavo ai miei alunni la storia a partire dalle feste civili, come il 25 aprile, il 1 maggio o il 2 giugno. Di fatto, dunque, o c’è la maestra che si mette lì e lavora sulla storia del novecento o se no questi temi non si affrontano. Eppure, la storia del Novecento è la storia del nostro presente. Ovviamente anche il ruolo della famiglia è fondamentale in questi casi.
Certo è che gli attacchi , spesso ingiustificati, che sono arrivati all’Anpi un po’ da tutte le parti non aiutano.
Sì, questo è un problema grosso. Spesso, soprattutto in occasione del Giorno del Ricordo, gli attacchi arrivano, eppure ci vorrebbe solo un po’ di obiettività nella ricostruzione dei fatti e di rispetto per la verità storica, senza attaccare per forza l’avversario politico. Alcuni, ogni tanto, puntano anche il dito contro le pagine più oscure della Resistenza. E’ innegabile che anche lì ci siano stati momenti oscuri e azioni sbagliate, ma dobbiamo ricordare che furono degli esseri umano a portarla avanti. Pensiamo anche al clima in cui sono cresciuti i ragazzi del ventennio. Erano stati abituati fin da piccoli a vedere il nemico dappertutto. Con questa educazione la mente non potrà mai crescere libera e lucida. Ecco perché, ad oggi, educare alla Costituzione è così importante.