RIVARA. Roberto Gasparro presenterà nelle sale il suo ultimo film, intitolato “Stessi battiti”, a partire dall’8 giugno. Sul nostro territorio le proiezioni saranno quattro: venerdì 10 e sabato 11 giugno a Rivara, domenica 12 e lunedì 13 a Ozegna.
I due Comuni non sono stati scelti a caso: nel fim di Gasparro, infatti, hanno prestato i loro paesaggi agli attori e al regista. Oltre ad aver creduto nel progetto patrocinandolo. Abbiamo voluto fare due chiacchiere col regista per capire meglio come è nata l’idea e di cosa parlerà il suo lavoro cinematografico.
Gasparro non è di certo un esordiente nel mondo cinematografico. Classe 1975, di Moncalieri, ha già fatto uscire tre film, tutti seguendo un percorso di regia indipendente. Si chiamano, in ordine cronologico, “Il cielo guarda sotto”, “Qui non si muore” e “Lui è mio padre”.
Qual è il tuo percorso?
“Stessi battiti” è il mio quarto film. Ho iniziato a fare regia quattro anni fa ma scrivo da quando ho 14 anni. scrivevo canzoni, sono sempre stato nell'ambito artistico e ho scritto per tanti artisti, ma poi hocominciato a scrivere per me. Era il mio sogno fare un film, e quindi l'ho realizzato quattro volte. In questi anni ho vinto un premio per la miglior regia e uno per la migliore sceneggiatura. Ho presentato il mio ultimo film anche a New York. Per un produttore indipendente che fa questo mestiere da quattro anni sono arrivato oltre le più rosee previsioni.
Di cosa parlavano i tuoi lavori precedenti?
Il primo, "Il cielo guarda sotto", di diritto allo sport. Racconta di un bambino autistico, che ha un padre che tiene al fatto che suo figlio giochi con altri ragazzi, visto che fino a quel momento aveva giocato sempre da solo. Lo sport, in questo film, emerge come esperienza di comunità. Il secondo film, "Qui non si muore", parla di diritto alla felicità, un diritto non sancito dalla costituzione, e questo perché tra il ’46 e il ’48 non c’era la possibilità di pensare alla felicità. Invece il film vuole proprio fare una riflessione sulla felicità e sul diritto di tutti a ricercarla. Il terzo, "Lui è mio padre", riguarda l’ambiente e racconta la storia di un umile calzolaio di Agropoli che la mattina prima di aprire il suo negozio si dedica a raccogliere la plastica dove altri l'hanno buttata. E’ possibile vederli tutti su Vimeo e su Chili.
E Stessi battiti?
E’ un film rivolto ai ragazzi, racconta la storia di un adolescente che vuole diventare ciclista professionista. Ma fare questo sport costa molto, e chi vive in una situazione di disagio economico non può accedervi. Molti sport sono inaccessibili: qui sta il messaggio di denuncia del film. Al contempo, con questa pellicola voglio dire: cercate, se avete un sogno, di realizzarlo, come fa Federico che va a lavorare in un supermercato per racimolare dei soldi, perché vuole andare dritto per la sua strada.
Certo, la volontà è importante per superare le difficoltà, ma non ci sono anche delle ragioni strutturali della diseguaglianza?
Certo. In questi anni ci sono stati bonus di qualsiasi tipo, ma non ci sono stati mai bonus sullo sport. In più, credo che dovrebbero essere aumentati i finanziamenti alle federazioni.
Perché lo sport è importante?
Perché insegna le regole e il gioco di squadra. E’ una metafora della vita, perché spesso davanti a noi troviamo delle regole da rispettare. Lo sport è anche democrazia, dove per democrazia si intende la capacità di stabilire delle regole e di rispettarle.
Che rapporto hai avuto con le amministrazioni durante la realizzazione del film?
Roberto Andriollo mi aveva ospitato per la proiezione di un altro mio film, e per l'occasione mi aveva fatto vedere Rivara. In quel momento avevo notato che era davvero innamorato del suo paese, e così abbiamo discusso della possibilità di un sostegno da parte del Comune per "Stessi battiti". Noi realizziamo i nostri film con i contributi delle amministrazioni e degli sponsor, anche perché i bandi ministeriali non riusciamo a vincerli. Andriollo, invece, si è speso moltissimo e ha attivato diversi imprenditori della zona per realizzare questo film. Vorrei ringraziare soprattutto Fiorenzo Borello, il nostro main sponsor, e il caseificio Longo, che hanno contribuito in maniera decisiva al film.A proposito di finanziamenti e di sponsor. Che ostacoli deve superare un regista indipendente?
Le difficoltà, per chi è all’inizio, stanno nel trovare un imprenditore disposto a credere in quello che fai. Io ho fatto la mia opera prima senza soldi, solo con una bella storia. Ci abbiamo messo sei mesi, abbiamo fatto un miracolo. Mi ricordo ancora Patrizio, proprietario del Cityplex di piazza Massaua, quando andai da lui con la mia locandina. Gli avevo raccontato, con estrema sincerità, come nessuno volesse proiettare il film. Cercavo un’opportunità. Così ci siamo accordati: se avessi fatto sold out mi avrebbe tenuto altre serate. L'ho fatto, e così ho proiettato il film per un altro po' di serate. In generale, l'insegnamento che voglio dare ai giovani è questo: dovete "resistere in modo ottuso", come dice Sorrentino. Un consiglio pratico, invece, che mi sento di dare, è questo: un errore che spesso fanno i registi indipendenti è di cercare un distributore, che però ti mettono al cinema qualche giorno e poi ti tolgono. Il consiglio che do ai miei coleghi è quindi di fare come ho fatto io: andate in giro col vostro computer e le vostre casse a portare il vostro film.
Un regista a cui ti ispiri?
Sono due: Giuseppe Tornatore e Martin Scorsese. Il cinema di Tornatore, soprattutto, è tra i più onesti e veri, riesce ad emozionarti e ad arrivarti dentro, inquadratura dopo inquadratura. E’ discreto, elegate, non mette prepotentemente la mano del regista; fa, ma senza farsi vedere.
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