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OGLIANICO. Riabitare la campana grazie al Co-orto

OGLIANICO. Riabitare la campana grazie al Co-orto

Le volontarie al lavoro

OGLIANICO. Il 7 maggio a Oglianico è un sabato uggioso. Il sole fatica a farsi largo tra le nubi. Alle 10 di mattina il paese è ancora tutto vuoto, ma gli addobbi e gli stendardi sono sintomi eloquenti della frenesia che scoppierà di lì a poco per le Idi di Maggio. Le buche di via Montenero, una stradina fangosa che porta a un mucchio di case sparse, sono colme d’acqua piovana caduta tutta la notte. Sulla destra s’imbocca un’altra stradina, e dopo aver svoltato a sinistra si può leggere chiaramente, scavato in un’insegna in legno: “Co-orto”. Poco più in là, due ragazze stanno lavorando la terra, come forse hanno fatto per l’ultima volta i loro nonni. Una di loro si incammina verso l’uscita dell’orto percorrendo i sentieri scavati tra le coltivazioni e oltrepassa l’insegna. Si chiama Chiara Borgaro, ha 23 anni, è oglianicese. E’ tra le volontarie che portano avanti il progetto del co-orto, che attraverso il lavoro della terra riunisce i ragazzi del paese e quelli della comunità “Fermata d’autobus”. A pochi passi dall’orto c’è una struttura in legno che ospita un tavolo e qualche sedia. Ci sediamo lì e cominciamo a discutere del progetto. Chiara fa parte dell’associazione Oglianico 360, ed è proprio quest’associazione che ha pensato di creare qualcosa da quell’orto. “Il progetto nasce nel marzo dello scorso anno - spiega Chiara - con l’intento di creare uno spazio per i giovani in campagna. Così l’associazione Oglianico 360 ha chiesto a Fermata d’autobus di collaborare, e Fermata d’autobus ha dato la disponibilità a fornire il terreno per il progetto”. E il progetto nasceva da una necessità: “In un periodo come quello pandemico, tutti erano abbastanza costretti a stare rinchiusi in casa, e noi invece volevamo uno spazio in cui poterci ritrovare in sicurezza perché all’aperto, e dove quindi il virus non si sarebbe trasmesso”. Ritrovarsi e fare volontariato assieme: questi erano i due imperativi che si prefiggevano i giovani di Oglianico 360. Così, si sono inseriti nel percorso dell’orto, che era già stato avviato cinque anni prima dai ragazzi e dalle ragazze della comunità. Un percorso che ha fatto riscoprire loro il valore della campagna. “Com’è possibile che chi vive in città voglia tornare alla campagna, lontano dallo stress, mentre noi che viviamo qui vogliamo scappare nelle grandi metropoli? Abbiamo un valore inestimabile tra le mani, e dobbiamo trovare dei modi che ci consentano di non fuggire e di tornare all’agricoltura”. Ripensando però il concetto stesso di lavoro nei campi: “Vogliamo creare un distacco dall’idea classica di lavoro agricolo, che è duro e faticoso come quello che facevano i nostri nonni, perché secondo me nella nostra fuga verso la città noi scappiamo proprio da quello”. C’è una parola magica che Chiara nomina per compiere questa operazione: riabitare. “Dobbiamo riabitare i nostri spazi. Andare in città è meraviglioso, ma è ancora più bello tornare arricchiti in campagna e portarvi quello che si è imparato”. E questi ragazzi, effettivamente, riabitano non soltanto un luogo, ma anche un’idea, quella dell’agricoltura: “L’abbiamo trasformata in qualcosa di totalmente differente. Qui si lavora assieme, con calma, con tempi lunghi, e ci sono tante persone che si alternano nel corso delle settimane. Uno può avere la frutta e la verdura venendo qui una volta a settimana, perché siamo in tanti e ci diamo una mano l’un l’altro”. La cooperazione come mezzo per contrastare la fatica e far emergere il valore morale dell’orto, che sta tutto nella condivisione dei frutti del lavoro comune. La formazione teorica di Chiara ha a che fare col mondo agricolo: “Nel mio percorso triennale di studi - racconta - ho approfondito i concetti di economia circolare e rigenerativa. Centrale è stata l’attenzione all’ambiente e all’universo della sostenibilià, concetti che ho declinato in ambito sociale. In più, grazie a un corso a Helsinski ho approfondito la circolarità dei sistemi agroalimentari, e da lì è nato il desiderio e la necessità di creare uno spazio di questo tipo”. Dalla teoria alla prassi, insomma: “Io non avevo esperienza di nessun tipo con l’agricoltura, è un’attività che ho visto fare a mio nonno e a mio papà e che conosco in linea teorica. Qui ho tradotto tutto in pratica”. “Riabitare” l’agricoltura ha anche questa valenza: riposizionarsi in un’attività la cui valenza è stata bruscamente tranciata col passare delle generazioni. Tutto questo è stato possibile anche grazie alla presenza dei ragazzi e delle ragazze di Fermata d’autobus. L’Associazione Fermata d’Autobus offre accoglienza e cure a chi soffre di disagio psicologico o psichico e di dipendenze patologiche, come tossicodipendenza, alcolismo, dipendenza affettiva, da gioco d’azzardo, da internet, disturbi del comportamento alimentare. Quest’associazione, per Chiara, “è davvero un fiore all’occhiello del nostro territorio ed è meraviglioso ciò che fa. I ragazzi della comunità sono spesso in situazioni colme di dolore e di sofferenza, e attraversano momenti di fragilità estrema, ma attraverso la permanenza in comunità e progetti come questo trovano la possibilità di rinascere”. Era dunque importante, perché potessero compiere al meglio il loro percorso terapeutico, “trovare delle modalità per farli uscire”. E quindi, già da prima che nascesse il co-orto, i ragazzi venivano qui tutti i sabati mattina. “Tanti di loro - racconta Chiara - si sono affezionati al progetto e sono riusciti a crearsi una continuità. Questo è un buon segno, significa che stare qui gli fa bene. Chi invece non si affeziona al lavoro nell’orto può semplicemente sedersi e chiacchierare con qualcuno. Non si deve per forza lavorare quando si viene qui”. Un altro sintomo della buona riuscita del progetto è che “finalmente anche queste persone ‘sono state viste’ dagli abitanti del paese. Non hanno più bisogno di dire ‘ehi, ci sono anche io!’ ma grazie al lavoro nell’orto e agli eventi pubblici che vengono organizzati possono integrarsi col territorio”.  Nell’orto c’è ancora qualcuno che lavora. Incontriamo Alfio ed Enrico, due ventenni oglianicesi che fanno parte di Oglianico 360. Alfio ha fatto l’economico sociale a Rivarolo e oggi frequenta un corso di saldatura. Appena ha un po’ di tempo corre qui al co-orto. “Mi sono avvicinato a questa iniziativa tramite Chiara - spiega - e ho aderito volentieri perché a me è sempre piaciuto fare questo tipo di attività. Qui piantiamo un po’ di tutto, è un bel lavoro”. Enrico, invece, è un perito elettrotecnico e oggi studia allo Iad. “Io ho conosciuto il progetto tramite conoscenze in comune - spiega -. Veniamo qui un po’ a turni, e ognuno dà le proprie disponibilità in base a quando può.” Infine, poco distante, c’è Paolo, 69 anni, il coordinatore “pratico” del progetto perché più esperto di tutti in fatto di agricoltura. Nato in Friuli, in provincia di Udine, è emigrato in Piemonte assieme alla famiglia nel ‘62. Prima della pensione lavorava in officina, ma dopo il turno lavorativo l’orto era una priorità irrinunciabile. “Faccio l’orto da sessant’anni” spiega. Praticamente da quando era ancora un bambino. “I ragazzi di Fermata d’autobus sono qui da sei anni - prosegue poi - e prima li aiutavo a fare l’orto. Poi sono arrivati quelli di Oglianico 360. Sono forti e volenterosi, e io cerco di dare loro una mano a preparare i solchi, mettere le piante e seminare. Sono una quindicina e imparano tutti in fretta, insieme facciamo grandi cose, raccogliamo tanta roba. Quando sono qui assieme a loro mi sento trent’anni in meno”. 
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