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IVREA. Patrimonio culturale: il Canavese ne è ricco, ma non lo usiamo...

IVREA. Patrimonio culturale: il Canavese ne è ricco, ma non lo usiamo...

VIA JERVIS

Il 24 novembre scorso l’Agenzia di sviluppo del Canavese ha organizzato un convegno presso ICO Academy. Titolo del convegno: “Turismo industriale – Architetture e siti industriali riconvertiti, fabbriche della memoria e musei d’impresa”. L’occasione era quella di presentare il libro “Guida al turismo industriale – Morellini Editore”, presente l’autore Jacopo Ibello. Un viaggio in tutta l’Italia industriale e mineraria, circa 300 siti, per scoprire quanto ancora rimane, magari raccolto in piccoli musei, e quanto invece è preda dell’incuria e dell’oblio. La presidente dell’Agenzia Luisa Marchelli ha rimarcato che proprio sulla cultura d’impresa si fonda il nostro riconoscimento UNESCO, ottima leva su cui puntare per promuovere il nostro territorio anche dal punto di vista turistico. Renato Lavarini, capo Gabinetto del Comune di Ivrea e coordinatore del Sito Unesco ha sottolineato l’alto valore culturale e sociale del nostro patrimonio architettonico. Cristina Natoli, dirigente della Sovraintendenza ai Beni culturali, ha parlato dell’eccezionalità di Ivrea, che presenta un complesso articolato di edifici progettati tutti da famosi architetti del secolo scorso. Sono intervenuto nel dibattito per raccontare le mie esperienze con gli amici turisti invitati a visitare Ivrea: lo Stadio della canoa e i Cinque laghi sono esempi interessanti di turismo sportivo e del tempo libero, indubbiamente. Ma gli edifici Unesco, pur pregevolissimi dal punto di vista architettonico, ma oggi perlopiù vuoti, privi delle funzioni e del lavoro per cui sono stati creati, non riescono a suscitare, solo con le loro facciate, memorie e quindi curiosità e interessi a chi non vi ha trascorso parte della vita. Possono interessare gli architetti, l’esperienza del MAAM - Museo Aperto Architettura Moderna - di oltre 20 anni fa, ce lo ha dimostrato. Nei primi mesi si sono notate visite degli allievi architetti. Poi più nulla. Se vogliamo generare un flusso turistico industriale, diciamo meglio turismo culturale, occorre creare un museo che illustri la nostra cultura materiale: che porti il visitatore a vedere e a capire i prodotti, i processi di fabbricazione che sono state qui creati, e ne racconti la loro storia e i cambiamenti che hanno provocato nella nostra cultura e nella società. Per costruire questo museo abbiamo in vari depositi cittadini e del circondario ampissimo materiale da esporre e illustrare, quale nessun’altra città. E questo genererebbe non solo turismo culturale, ma ben altro: rinascita culturale. Perché siamo fortunati, abbiamo due grandi esempi di lungimiranza e innovazione da mostrare e, speriamo, da perseguire, l’Olivetti e l’Informatica: • l’Olivetti come modello di impresa che dedica ingenti risorse alla formazione permanente e diffonde i benefici di istruzione e progresso a tutta la comunità • l’Informatica come scienza su cui si basano le innovazioni più importanti degli ultimi decenni e probabilmente anche dei prossimi. E di essa dobbiamo anche fare sperimentare ai visitatori le applicazioni più recenti. Questo fanno i musei moderni: ricerca, istruzione e generazione di nuova cultura. Se diffidate della parola museo perché vi ricorda solo cose legate al passato, sentite le parole del recentissimo libro LE MEMORIE DEL FUTURO, autori Evelina Christillin e Christian Greco, rispettivamente presidente e direttore del Museo Egizio di Torino: “I musei sono spesso percepiti come entità statiche, nascoste nei magazzini o intrappolate in vetrine chiuse. In realtà generano nel tempo una complessa rete di relazioni e una forte influenza sulla società civile. Ricordo e speranza sono alla base del concetto stesso di museo”. Ancora: “Il museo deve innanzi tutto trarre forza da ciò che lo contraddistingue: gli oggetti che possiede, disposti secondo percorsi prestabiliti. Essi consentono di intraprendere un viaggio in quella che potremmo definire una vera e propria realtà virtuale. Quando si entra in una sala espositiva si compie un tragitto nello spazio e nel tempo, si stabilisce un viaggio con culture vicine e lontane. La nuova museologia non può che partire da qui. Il museo non è dunque una mera raccolta materiale, ma costituisce una significativa rete sociale dedicata ad osservare e comprendere i cambiamenti della cultura materiale trascorsi e gettare uno sguardo su quelli probabilmente futuri: è “la memoria del futuro”. Ma, dice Christian Greco: “Sono le popolazioni che oggi vivono a Luxor e a Tebe, che custodiscono le città, le rovine archeologiche, che accolgono i turisti. Comunità a cui spetta il compito di conoscere e tutelare il patrimonio che hanno ricevuto in eredità perché solo in questo modo potranno conservarlo per le generazioni future….Se il patrimonio viene percepito dalla comunità come una risorsa, anche economica oltre che culturale, avrà vita lunghissima, viceversa diventerà solo un ostacolo“. Questo ci manca: la percezione del patrimonio culturale come una risorsa. Riuscirà la Comunità canavesana a sfruttarla mostrando e partecipando a un largo pubblico le sue Memorie del futuro per rinascere culturalmente ed economicamente? E’ certamente un progetto che richiede risorse e collaborazioni pubbliche e private. E solo un’istituzione attiva e autorevole può fare da capofila per convergere e guidarle verso l’obiettivo. Chi si pone in testa al gruppo? L’alternativa: continuare nel declino culturale ed economico in atto sul territorio da ormai un quarto di secolo. Lino Naj Fovino
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