Con una sentenza del 19 marzo (pubblicata a maggio) la Corte di Cassazione, presieduta dal giudice
Gastone Andreazza ha rigettato il ricorso per ipotetici reati tributari presentato dall’ex Amministratore di Manitalidea
Graziano Cimadom. Con lo stesso provvedimento ha però anche dato ragione a
Giuseppe Incarnato della IGI Investimenti
la sentenza
I due
avevano puntato il dito contro l’ordinanza del 6 novembre 2020 attraverso cui il Tribunale del riesame di Torino aveva confermato il decreto dei 3 luglio 2020 con il quale il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ivrea aveva disposto il sequestro preventivo di beni per l’equivalente del presumibile profitto messo in tasca da
Graziano Cimadon negli anni di imposta
che vanno dal 2016, al 2019 per circa 18 milioni di euro e a seguire da
Giuseppe Incarnato per altri 11 milioni e rotti.
Per
Incarnato i giudici di Cassazione han contestato al Tribunale del riesame la mancata valutazione sugli effettivi poteri dell’indagato nei panni di presidente del consiglio di amministrazione di Manitalidea. Privo di deleghe considerando che i poteri di amministrazione e di rappresentanza erano stati attribuiti agli amministratori delegati
Umberto Inverso (dal 16 settembre 2019 al 4 novembre 2019) e a
Luigi Grosso (dal 4 novembre 2019 al 4 febbraio 2020), data della dichiarazione di insolvenza da parte della sezione fallimentare del Tribunale di Torino.
In sostanza a Torino si sarebbe confusa la figura del presidente del consiglio di amministrazione, privo di deleghe, con l’amministratore delegato. Si aggiunge che i beni sequestrati a
Incarnato non avrebbero dovuto essere inseriti tra i “profitti”, visto che erano già suoi prima dell’ipotetico reato.
“La società - scrivono gli ermellini -
come risulta dalle acquisizioni documentali prodotte al Tribunale del riesame, aveva un deficit di bilancio di circa 80.000.000 di euro e non poteva disporre di alcun bene, a causa delle procedure esecutive sul suo patrimonio e per effetto del sequestro preventivo delle quote della s.p.a. Manitalidea eseguito il 23 dicembre 2019 dalla Procura di Ivrea, con nomina dell’amministratore giudiziario. Anche i conti non presentavano alcun saldo attivo sicchè non vi sarebbe stata alcuna disponibilità finanziaria che avrebbe potuto essere qualificata quale profitto dell’omesso versamento dovuto. Le disponibilità finanziarie esistenti sui conti correnti intestati all’Incarnato non trovavano origine nella disponibilità della società e pertanto non avrebbero potuto essere sottoposti a confisca per equivalente, poiché sarebbe stato necessario provare la sussistenza di un diverso fumus. Analogamente, sarebbe non ipotizzabile il sequestro delle azioni della I.G.I. Investimenti s.r.l. che sarebbero di proprietà del ricorrente già prima del suo ingresso nella s.p.a. Manitalidea…”.
Finita qui?
Manco per idea. E’ infatti seguito un duro comunicato di IGI Investimenti in cui annuncia di voler chiedere i danni allo Stato per i danni subiti, quantificati in 111 milioni e 519 mila lire.
“
Seguiranno - scrive -
altre iniziative tese alla migliore difesa patrimoniale e reputazionale del gruppo….”
Igi ha anche annunciato di non voler più investire in Italia nel settore delle aziende in crisi (“distressed asset”), conciò puntando il dito sui difetti della legge italiana.
“IGI INVESTIMENTI - concludono -
rimarrà direttamente attiva in ITALIA nella sola divisione delle START UP & NEWCO con focus su imprese impegnate nella produzione di brevetti industriali per tecnologia biomedica, smart cities, mobilità elettrica e sistemi di produzione di energia rinnovabile oltre che nello sviluppo di soluzioni software 5G, tecnologia abilitante e base infrastrutturale dell’ internet of things…”.
Per dovere di cronaca va segnalato che sia Incarnato sia Cimadom restano indagati presso la Procura di Ivrea per i reati per i quali si è proceduto al sequestro dei beni.
La vicenda giudiziaria
Tutto è precipitato nel novembre del 2020 con l’operazione “Piazza pulita” del Procuratore capo di Ivrea
Giuseppe Ferrando. Stando agli accertamenti svolti dalla Guardia di Finanza,
Graziano Cimadom e il suo successore, Giuseppe Incarnato, dal 16 ottobre 2019 alla guida della società, avevano commesso una lunga serie di reati tributari ed omesso il versamento di ritenute dovute o certificate con indebita compensazione di imposte tra il 2016 e il 2019 per oltre 29 milioni di euro.
Da qui al sequestro di beni a
Graziano Cimadom per oltre 18 milioni fu un attimo. Nell’elenco una villa di Burolo, 5 moto sportive, un vigneto a Bollengo, fondi, conti correnti, tra cui uno in Francia, presso la Banque Platine di Chamonix individuato attraverso i canali di cooperazione internazionale. Tra i beni sotto sequestro non c’era il castello di Parella di Ivrea, comprato dalla Manital nel 2011.
Il patrimonio, oggi dissequestrato a
Incarnato, invece, ammontava a circa 11 milioni di euro tra cui un’abitazione a Napoli, depositi e quote societarie.
Il provvedimento di sequestro preventivo, richiesto dal Procurato capo
Giuseppe Ferrando e diretto dal Sostituto Alessandro Gallo, era stato firmato dal Gip
Fabio Rabagliati. Si leggeva per il «
rischio concreto che la disponibilità agli indagati di denaro, mobili e immobili, potesse aggravare le conseguenze dei reati contestati e agevolare la commissione di ulteriori reati, in particolare il reinvestimento delle somme evase in nuova attività imprenditoriali».
Nel febbraio dello stesso anno il tribunale civile di Torino, dopo la quantificazione del debito erariale quantificato in 223 milioni,
dichiara
lo stato di insolvenza di Manitalidea affidandola a tre commissari nominati dal Ministero dello Sviluppo Economico. In quell’occasione emerge un quadro sconcertante di mancati pagamenti ai lavoratori, contabilità generale ferma al 30 settembre 2019 e il blocco di tutti i conti correnti bancari oggetto di pignoramento da parte di oltre un centinaio di creditori.
Secondo la Guardia di Finanza erano stati omessi
versamenti
al Fisco per ritenute d’imposta operate dall’impresa sugli stipendi dei dipendenti e sui compensi dei professionisti, per oltre 25 milioni di euro. Dall’altro, per abbattere le somme dovute dall’impresa all’Erario, erano anche stati utilizzati crediti d’imposta (per attività di ricerca e sviluppo nel 2018 e 2019) non spettanti o inesistenti, per oltre 4 milioni di euro.
Infine, erano state effettuate compensazioni d’imposta per oltre 650 mila euro sull’inesistente erogazione degli 80 euro mensili del cosiddetto “Bonus Renzi” nella busta paga dei dipendenti, in mancanza dei relativi pagamenti.
In tal modo, la società aveva illecitamente “recuperato” le integrazioni di stipendio senza che tali somme fossero effettivamente giunte nelle tasche dei lavoratori.
La fine
E se per Incarnato la storia continua, per Graziano Cimadom la Corte di Cassazione ha messo la parola fine. Ed è la fine per un uomo che a Ivrea, per tanti anni, è stato l’imprenditore che s’era creato da solo. Per tutti, l’unico in cui scorresse nelle vene un po’ di quel sangue che fu di Adriano Olivetti. Illuminato quando elargiva banconote alla Fondazione dello Storico Carnevale. Acculturato quando metteva a disposizione il suo castello
di Parella alla Grande invasione di libri. Mecenate e un po’ editore quando pagava pagine intere di pubblicità sui giornali. Olimpionico con le sponsorizzazioni al Basket di serie A. Umano quando tirava fuori il portafoglio con gaudio e tripudio delle tante associazioni cittadine. S’aggiunge che era pure di sinistra, in una città che è di sinistra fino a prova contraria e la prova certo non può essere l’armata brancaleone che in questo momento l’amministra.
Cresciuto a pane e Pci, delegato sindacale della Sip (la vecchia compagnia telefonica di bandiera) la grande intuizione di Cimadom è stata la Manitalidea Spa, leader nella fornitura di servizi di facility management e consulenza gestionale, qualcosa come 10 mila addetti tuttofare specializzati in una marea di servizi, dalle pulizie, al giardinaggio, passando dal facchinaggio, ai trasporti. Non era, a quanto pare, tutto oro quel che luccicava...