Alì ha 53 anni. Nella sua terra natia, l’Afghanistan, faceva l’agricoltore. La moglie Shamsya di anni ne ha 50 e la figlia Sahar, l’unica della famiglia a parlare l’inglese, ne ha 17.
Sono arrivati a Ivrea lunedì scorso ospiti in un alloggio messo a disposizione dall’Osservatorio Migranti nell’ambito del progetto “Corridoi umanitari per profughi” della Comunità di Sant’Egidio, organizzati in collaborazione con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e la Cei-Caritas, completamente autofinanziato.
Un viaggio, il loro, durato quattro anni. Quattro anni di sacrifici, di speranze, di pianti, di angoscia, attraverso l’Iran e poi la Turchia, quindi il campo profughi di Lesbo, in Grecia. Insieme ad altri 8 mila, ammucchiati come bestie, in centinaia di tende allestite in riva al mare. D’estate a spegnere gli incendi, d’inverno a lavarsi con l’acqua fredda, senza coperte, senza servizi igienici, senza doccia. Il niente tutt’intorno a innumerevoli di tentativi di suicidio aggravati dall’isolamento del lockdown.
Il progetto dei “Corridoi” ha come principali obiettivi di evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini. Ma anche di impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre. Un modo sicuro di entrare in Italia, considerando che è previsto il rilascio di visti umanitari con tutti i necessari controlli da parte delle autorità italiane.
“I profughi vengono accolti a Ivrea a spese nostre - ci racconta Armando Michelizza - Noi a questo progetto ci crediamo e ci siamo autotassati.Sarebbero bastati 50 finanziatori da 30 euro al mese l’uno ma quando è cominciata a circolare la voce ne sono arrivati più di 70. Il problema in ogni caso non sono i soldi, ma il tempo da dedicare a queste persone. Insegniamo loro l’italiano e iscriviamo a scuola i loro bambini per favorire l’integrazione nel nostro paese e aiutarli a cercare un lavoro... Tra qualche giorno, quando finirà l’isolamento da quarantena, li porteremo a visitare la città ”.
Un’esperienza analoga era già stata portata avanti al Borghetto con una famiglia siriana e a Cascinette con un’altra famiglia proveniente dall’Eritrea.
Da febbraio 2016 a oggi, con i “corridoi” in Italia, sono già arrivate più di 3500 persone, principalmente siriani, in fuga dalla guerra, e dal Corno d’Africa. Il numero lo stabiliscono di volta in volta il Ministero degli Esteri e dell’interno.
Alla base di tutto c’è una disposizione dell’Unione europea che consente agli Stati l’accoglienza di persone ritenute fragili e vulnerabili, oltre a vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità). Un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo.
Gli italiani, da questo punto di vista, sono la popolazione che ha mostrato più sensibilità, ma non sono stati da meno i francesi, gli spagnoli e i belgi. Qualche extracomunitario è stato accolto anche nel Principato di Andorra.
l.l.m.
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