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18 Maggio 2021 - 10:26
Si torna a parlare della “cabina elettrica primaria di trasformazione” di Località Piani a Sparone, balzata agli onori della cronaca all’inizio dello scorso anno, poco prima che scoppiasse l’emergenza Covid. Ovviamente le preoccupazioni degli abitanti non si erano sopite, solo che la questione era finita un po’ in ombra, com’è successo un po’ dovunque e per tanti problemi in questi quindici mesi di pandemia.
Se ne riparla perché l’amministrazione guidata da Laura Nugai, non volendo cedere a decisioni cadute dall’alto sulla testa dei cittadini, ha deciso di affidare un incarico specifico ad una ditta specializzata. Le indagini effettuate dall’ARPA non soddisfano infatti le richieste di chiarezza che provengono dalla popolazione visto che “sono state effettuate solo in alcuni punti della località mentre l’amministrazione desidera avere a disposizione un quadro completo della situazione relativa ai campi elettromagnetici in tutta la zona residenziale compresa nell’area dell’elettrodotto già esistente ed in quella della realizzanda cabina primaria di trasformazione”.
Ai Piani, località situata sulla destra dell’Orco in una zona abbastanza fuorimano poiché servita da una strada a fondo chiuso che si conclude in Località Feilongo, linee ad alta tensione e tralicci non mancano e sono vicini alle case poiché lo spazio disponibile è scarso, stretta com’è la frazione fra montagna e torrente. A queste ingombranti presenze, nel 2018 si era deciso di aggiungerne un’altra: una maxi-cabina elettrica (in termini tecnici una “Cabina Primaria di Trasformazione”) con un corpo di fabbrica di 180 metri quadrati e trasformatori molto grandi, simili a quelli di Bardonetto.
Facile ipotizzare le conseguenze: impatto visivo ed acustico, rischio idrogeologico, rischi per la salute. Meno facile invece immaginare che le compensazioni economiche previste per questo genere di interventi sarebbero andate al comune di Locana.
Perché mai? Perché tutto era nato dalla volontà di una società privata, la “Hydro3 Locana s.r.l.” con sede a Pinerolo, che già possedeva delle centraline in Valle Orco, di realizzarne un’altra nel territorio di Locana. Essendo la linea già satura, sarebbe stato però necessario costruire una cabina di trasformazione. Facile a dirsi più che a farsi in un territorio caratterizzato da notevoli criticità idro-geologiche: in quel Comune non la si poteva realizzare. Come uscire dall’impasse? Facile. Costruendo la centralina dove previsto e la cabina di trasformazione poco più a valle, nel confinante comune di Sparone, peraltro afflitto da problemi analoghi. In un primo momento, infatti, la Regione disse “no”, poi trasformatosi in un “sì” condizionato: l’amministrazione sparonese avrebbe dovuto dichiarare ufficialmente che la cabina non era localizzabile altrove. Cosa che la giunta guidata da Anna Bonino fece attraverso una delibera assunta il 22 novembre 2018, seguita il 20 dicembre da un’altra delibera che approvava delle “compensazioni” in verità poco rilevanti: la R.V.O., proprietaria delle due centraline costruite nell’ex-manifattura ed in Via Ribordone e facente parte dello stesso gruppo imprenditoriale della “Hydrogeos”, avrebbe accelerato i già previsti lavori di risistemazione nella citata ex-manifattura, terminandoli entro il maggio 2019 (cosa poi non avvenuta) anziché entro il 2022. In quello stesso mese di maggio si sarebbero peraltro tenute le elezioni comunali. Il 18 gennaio 2019 il Dirigente della sezione Risorse Idriche della Città Metropolitana rilasciava l’autorizzazione sia per la centralina di Locana che per la cabina di trasformazione dei Piani.
Di tutto questo gli sparonesi non erano stati preventivamente informati e l’allarme creatosi era stato notevole. Il 26 maggio 2019 veniva eletta sindaco Laura Nugai e le posizioni della nuova amministrazione erano opposte rispetto a quelle precedenti, tanto che nel dicembre dello stesso anno la giunta revocava “in autotutela” queste due delibere e nel febbraio 2020 veniva convocata un’assemblea pubblica per discutere le problematiche legate alla cabina di trasformazione, seguita da una raccolta-firme che in poche ore raccoglieva un gran numero di adesioni.
Nell’ottobre 2019, tre differenti richieste di cittadini della Località Piani pervenivano in Comune e venivano protocollate il 19: chiedevano la misurazione del campo elettromagnetico nelle adiacenze delle proprie abitazioni. Il giorno successivo l’amministrazione di Sparone chiedeva all’ARPA di provvedere. La risposta è contenuta nella Relazione Tecnica, datata 19 febbraio e pervenuta il 26: da essa emerge che le emissioni – nel periodo fra il 17 dicembre 2019 ed il 17 dicembre 2020 – hanno superato gli obiettivi di qualità “esclusivamente sotto le linee T916-T216” mentre a ridosso delle abitazioni le risultanze erano state “di molto inferiori”.
Le norme cui si fa riferimento sono quelle contenute nel Decreto del Presidente del Consiglio dell’8 luglio 2003, dal titolo “Fissazione dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità per la protezione della popolazione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici generati a frequenze comprese tra 100 kHz e 300 GHz.” In particolare l’Articolo 4 prevede il raggiungimento degli obiettivi di qualità con un’induzione magnetica massima pari a 3 µT da applicarsi “nella progettazione di nuovi elettrodotti in corrispondenza di aree gioco per l’infanzia, di ambienti abitativi, di ambienti scolastici e di luoghi adibiti a permanenze non inferiori a quattro ore e nella progettazione dei nuovi insediamenti e delle nuove aree di cui sopra in prossimità di linee ed istallazioni elettriche già presenti nel territorio, ai fini della progressiva minimizzazione dell’esposizione ai campi magnetici generati dagli elettrodotti operanti alla frequenza di 50 Hz e da intendersi come mediana dei lavori nell’arco delle 24 ore nelle condizioni di esercizio”. Come si può vedere, non è propriamente un linguaggio divulgativo e, come accade quasi sempre con le nostre leggi, alla complessità della materia si aggiungono la farraginosità della prosa ed il periodare contorto.
Come spesso accade quando si ha a che fare con possibili fonti di inquinamento dell’ambiente e di danni alla salute, le indagini ed i controlli ufficiali tendono a rassicurare: i risultati di una ricerca dipendono infatti anche da quel che si cerca. Non sempre i parametri fissati dalla politica obbediscono a criteri scientifici rigorosi; meno ancora si basano sul Principio di Precauzione, che in una democrazia dovrebbe stare alla base di ogni normativa. La diffidenza dei cittadini è più che motivata.
Nel caso di Località Piani, quelli che l’ARPA ha verificato sono i cosiddetti “obiettivi di qualità” fissati nel luglio 2003 da uno di quei famosi “Decreti del Presidente del Consiglio” di cui la maggior parte degli italiani nemmeno conosceva l’esistenza prima che scoppiasse la pandemia di Covid ma che sono sempre esistiti. Il presidente del consiglio era Silvio Berlusconi ed adottò il decreto su proposta del ministro dell’Ambiente Altero Matteoli e di concerto con il ministro della Salute Girolamo Sirchia. Non si può dire che in quel governo l’attenzione per le tematiche ambientali fosse una priorità…
Una situazione analoga a quella dei Piani si era verificata a Pont fra il 1999 ed i primi Anni Duemila, nel caso dell’inceneritore della LIRI – azienda produttrice di laminati plastici - quando i valori di inquinamento dell’aria, dell’acqua e dei terreni erano stati ritenuti poco preoccupanti sia dall’ARPA che dalle autorità sanitarie ma non dagli esperti delle associazioni ambientaliste e da quelli indipendenti. Aveva ad esempio suscitato molte perplessità il fatto che l’inquinamento dell’aria rilevato nel centro del paese fosse stato attribuito al traffico automobilistico: va bene che nelle gole di fondovalle il ricambio è limitato ma il transito di veicoli a motore, soprattutto nei mesi invernali e nelle ore notturne, non pareva tale da causare conseguenze rilevanti.
La differenza rispetto al caso dei Piani è che l’allora amministrazione pontese si era schierata dalla parte dell’azienda proprietaria dell’impianto; quella di Sparone invece condivide i timori dei cittadini.
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