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Da Walter Biot alla Mata Hari di Ivrea. Correva il 1990

Da Walter Biot alla Mata Hari di Ivrea. Correva il 1990

L'unità

Walter Biot ufficiale della marina militare è stato arrestato, martedì 30 marzo, dai carabinieri del Ros, dopo essere stato fermato assieme ad un ufficiale delle forze armate russe. L’accusa è di spionaggio. Non è la prima volta è non sarà neanche l’ultima. Una vicenda più  o meno analoga portò, circa 30 anni fa, Ivrea e l’Olivetti agli onori della cronaca di tutto il mondo. E’ l’arresto, l’8 luglio del 1990 di Maria Antonietta Valente preziosa segretaria dell’ufficio “relazioni economiche con i paesi dell’est” all’Olivetti. Donna modello, sposata con Giacomo Poggio, anche lui impiegato all’Olivetti, settore amministrativo, e madre di due figli. In seguito ad una soffiata e grazie agli uomini del Sismi, le manette ai polsi scattarono a Torino, mentre stava per impadronirsi di un documento top secret, giudicato importantissimo da alcuni funzionari della Nato. Lo avrebbe consegnato quattro giorni dopo (ma non c’è riuscita) a Victor Dimitrev, funzionario del Ministero del Commercio Estero dell’Urss, una spia venuta dall’est. Maria Antonietta Valente soprannominata “Mata Hari” dai giornali dell’epoca, venne accusata di procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato e spionaggio. Un reato per cui era prevista una pena non inferiore ai 15 anni di carcere. Victor Dimitrev, oltre che di spionaggio, venne invece accusato di aver violato l’ articolo 246 del codice penale (corruzione del cittadino da parte dello straniero).  Secondo gli investigatori Valente si era impegnata a consegnare un documento sul funzionamento di un codice in grado di potenziare la funzione di un computer. Una scheda così sofisticata che poteva essere venduta solo a enti governativi e militari. Il fatto che la donna arrestata lavorasse all’Olivetti - si disse - era un particolare irrilevante.  In realtà i russi stavano cercando di “fregarci” e di fregare alla Olivetti, NAXIM 5100 A, cioè l’insieme dei dati relativi alle prove di laboratorio del Protocollo Tempest, sistema di protezione dei computer dalle intrusioni a distanza senza collegamento fisico, un lavoro “classificato riservatissimo”. Nel grande gioco dello spionaggio la donna ci era entrata circa un anno prima, quando delusa dalla prospettiva di lasciare l’azienda e trasformarsi in una tranquilla pensionata aveva accettato le proposte fattele da Roberto Mariotti, direttore della Olivetti di Mosca, che viveva nella capitale russa e che le aveva fatto conoscere il misterioso Victor Dimitrev, probabilmente un agente del G.R.U., il servizio segreto dell’ Armata Rossa, che contrariamente al KGB (favorevole alla perestrojka gorbaciaviana), preferiva ancora i metodi della guerra fredda.  La signora Valente cominciò così a ricevere misteriose telefonate nel suo appartamento di Banchette, in via Galluzia 3, a poche centinaia di metri dalla sede dell’Olivetti.  Pare che in un primo tempo i sovietici le avessero proposto di impadronirsi dei disegni di particolari spolette esplosive ma l’impiegata, che dopo sedici anni all’ufficio commerciale con l’ est aveva deciso di sfruttare le conoscenze messe insieme nel tempo, di armi non ne sapeva nulla.  Per il suo tradimento pretese 250mila dollari, in lire italiane quasi 300 milioni e la promessa di ricche commesse per la societa di import-export che qualche anno prima aveva costituito in Liechtenstein. Dal canto suo si impegnò a consegnare il materiale direttamente a Mosca, ad attendere che ne fosse valutata l’autenticità e infine ad incassare il denaro.  “Pensavo che non avrei avuto problemi - raccontò al momento dell’arresto - Potevo imbarcarmi con una delle tante delegazioni che accompagnavo in Russia su un aereo dell’ Aeroflot e arrivare a Mosca tranquillamente....”  E poi ancora, pensando ad un semplice rimprovero: “Va bene, mi avete scoperto. Vi racconto tutto basta che non diciate nulla alla mia azienda sennò perderò il posto...” Negli uffici dei carabinieri sfilarono, nei giorni successivi agli arresti, alti funzionari del consolato sovietico. In lacrime il marito della donna: “Siamo una famiglia rovinata da queste accuse assurde...”. E Davide, il figlio maggiore: “Mia madre una 007? Ma se non sa nemmeno il russo ...”. Il finale? Il 9 maggio 1991, la Prima Corte d’Assise di Torino presieduta dal dott. Romano Pettenati, dopo quattro ore e mezza di Camera di Consiglio, accogliendo sostanzialmente le richieste del PM dott. Ugo De Crescienzo, emette il verdetto di condanna: 4 anni di carcere per la non più giovanissima spia con il beneficio degli arresti domiciliari nella sua residenza di Banchette e a tale Roberto Mariotti, Direttore della Olivetti di Mosca (Azz... la Olivetti aveva degli uffici a Mosca!), sei anni. Ma il Mariotti era già latitante.  Dimitriev, invece, non solo non si fa trovare ma ottiene dopo la sentenza definitiva in appello a quattro anni anche per lui, udite-udite, la grazia, in una trattativa diretta tra il Presidente Francesco Cossiga e il compagno a tempo determinato, Michail Gorbaciov.  Ma chi cavolo era questo Victor Dimitriev per ricevere un tale trattamento di qualità? Tutti latitanti o graziati e l’unica che la paga (senza essere neanche stata pagata) fu la Valente che il 19 gennaio 1993, ritorna in carcere per scontare il resto della pena e si salva per un pelo  dall’accusa di aver offeso il Presidente della Repubblica Italiana.  Il caso fu seguito, con la massima attenzione, come perito del Tribunale e dei Carabinieri/Servizi Segreti, dall’ing. Giuseppe Muratori che sapeva benissimo quale fosse il valore “strategico” del MAXIM 5100 A. Che tempi, che storie, che Italia, che Ivrea, che Partito Comunista Italiano in dismissione! Perché, non lo dimenticate, tutto questo avveniva mentre era caduto da poco il Muro di Berlino, l’URSS si stava disfacendo, e l’intelligence economica sarebbe esplosa di lì a poco. Così come la super guerra cibernetica che non si è più fermata. Oggi a Ivrea rimangono la giunta Sertoli e le liti con Trenitalia per il Movicentro, poi c’è la Ico-Valley della senatrice Virginia Tiraboschi, altre litigate per l’ospedale “dove lo metto” e l’infinita litania delle manutenzioni. Insomma c’è solo più da mettersi a piangere e, infatti, cresce il muschio nella fontana dedicata a Camillo Olivetti.  La verità è che non ci sono più i segreti di una volta. Ecco, sì, questa è l’unica amara verità. 
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