Roberto Viano, consigliere di minoranza a Nole, ex sindaco
NOLE. Roberto Viano, classe 1945, è stato sindaco di Nole per due mandati, dal 2004 al 2014. Dopodiché è stato consigliere di minoranza durante lo scorso mandato di Luca Bertino. Continua a mantenere questo ruolo nel mandato in corso. Iscritto al Pd e membro del consiglio direttivo, ha visto cambiare il paese sotto la lente di ingrandimento di diverse prospettive: quella di sindaco, quella di consigliere comunale, quella di militante di partito. Quasi vent’anni di politica locale meritevoli di un’intervista.
Come ha cominciato a fare politica?Ho cominciato facendo il sindaco, anche se mi sono sempre interessato di politica pur senza riuscire a farla attivamente, soprattutto per motivi di lavoro. Nel 2002-2003 però mi chiesero se avessi avuto piacere di candidarmi a sindaco. Io stavo terminando l’attività lavorativa, mi mancavano due o tre anni. Così ho detto: ‘Vabbè, proviamoci!’. Non ero mai stato iscritto a partiti politici, mi sono poi iscritto all’Ulivo solo all’epoca del governo Prodi.
Come è stata la sua prima esperienza da sindaco? Come ha visto cambiare il paese?E’ una domanda complicata. Io da sindaco non sono riuscito a fare quanto avrei voluto. Negli anni, poi, è sicuramente mancata una visione di sviluppo del paese. Relativamente a bar, aziende e ristoranti il paese è fermo da molti anni. Non ho visto grandi cambiamenti. Nel 2004 c’era anche una maggiore partecipazione alla politica e all’attività comunale, che adesso non c’è. In parte questo è stato causato dal covid, che ha disabituato le persone alla politica: di solito ai consigli comunali ci sono due giornalisti e due cittadini.Perché dice di non essere riuscito a fare molto?Due anni dopo l’inizio del mandato è caduto il campanile, dopodiché subimmo le restrizioni dovute al patto di stabilità. Abbiamo avuto grossi pensieri per il campanile, oltre alle cause civili e penali che alla fine hanno dimostrato l’assoluta estraneità del Comune a quei fatti. Ha occupato un mare di tempo anche la ricerca di finanziamenti e la stesura dei progetti per il campanile, e questo ci ha impedito di avere la tranquillità necessaria per pensare ai nostri progetti. Noi volevamo cercare di smuovere questo Comune, era il nostro obiettivo.Secondo lei i Comuni possono incidere nella vita di una comunità?Non credo che il Comune da solo possa fare molto, ma può fare molto l’area in cui è inserito. La mia generazione di sindaci credeva molto all’Unione dei Comuni. Dopodiché,ad oggi, molti sindaci criticano questo strumento, e perciò non so se l’idea dell’Unione dei Comuni andrà avanti o morirà da sola per consunzione. Io penso però che ci sia bisogno di un progetto di area, dal carattere complessivo, che vada da Venaria alle alte Valli di Lanzo.
Quale dovrebbe essere uno dei compiti di un progetto di area?
In questi giorni passavo per le periferie di Leinì e di Favria: le fabbriche sono lì perché nei pressi ci sono le strade che le collegano al resto del territorio. Dalle nostre parti, invece, le fabbriche non verranno più, e anzi bisogna sperare che gli stabilimenti industriali che ancora rimangono reggano. L’Italia non vivrà di solo turismo, ma non so bene se possano esistere altre alternative per questo territorio. Lo sviluppo turistico potrebbe essere aiutanto anche da una ferrovia funzionante. Ci va però una regia unitaria, che potrebbe essere garantita proprio da questo tipo di progetto.Bertino è al secondo mandato: sta ragionando con questa prospettiva di sviluppo di area?
A me pare che sia un punto di mancanza nella visione generale di questa amministrazione.E l’Unione per così comìè oggi potrebbe garantirla?Serve un organismo pubblico, o magari anche con partecipazione privata, che si occupi dello sviluppo dell’intera area, turistico ma non solo. Mi piacerebbe che chi arrivasse nel ciriacese possa trovare luoghi turistici, un po’ come quando si va nel Trentino.L’agricoltura potrebbe essere un’altra via di sviluppo per il ciriacese?Mentre per quanto riguarda il turismo gli strumenti teorici ci sono, sull’agricoltura ce ne sono di meno. Questa non è un’area con terreni di particolare produttività. Non sono un agricoltore, ma gli agricoltori che conosco mi hanno sempre detto che oltre alla scarsa produttività qui c’è anche il problema della frammentazione delle proprietà. Tra San Maurizio e Mathi , in generale, non ci sono molti spazi per l’agricoltura. E’ chiaro, resta comunque importante per la conservazione del territorio e per dare lavoro a un certo numero di famiglie.Va però valorizzata. Ad esempio, bisognerebbe saper implementare il sistema di piste ciclabili in mezzo alle campagne, come succede con quelle che portano agli agriturismi. Se fossimo in cui il treno permettesse di andare dove si vuole e se, magari, ci fosse una connessione internet ottima, allora questa zona potrebbe dare molto.Bertino cominciò con lei nel 2004, quali furono le vicende che oggi vi hanno portato a sedere in due schieramenti diversi?All’interno della mia prima giunta c’erano dei membri che cominciarono a non andare d’accordo su alcuni temi. Da una parte c’era la maggioranza dei consiglieri, dall’altra una minoranza. Bertino seguì quest’ultimo gruppo.Prima ha detto che il primo partito a cui si è iscritto fu L’Ulivo. Perché questa scelta?Io sono sempre stato di sinistra, anzi, qualche volta ho votato anche più a sinistra del Pci, perché mi sembrava che avesse una struttura granitica, con poca elasticità. Una volta votai Psiup, fu un tentativo di superare quel grigiore in cui era sprofondato il partito comunista. Ma sono anche cattolico, e quindi trovavo una certa difficoltà nella scelta tra cattolici della Dc e non cattolici del Pci. Poi ero dirigente in piccole aziende, e probabilmente essere iscritto al Pci non sarebbe stato visto molto bene, nonostante sapessero tutti quanti qual era il mio pensiero. Quando il partito ha cominciato a cambiare, dopo Berlinguer, ha iniziato ad avvicinarsi al mio pensiero. FInché non è stato poi fondato l’Ulivo, a cui mi sono iscritto.
Cosa ha pensato quando nel 2006 cadde il governo Prodi?E’ stata una grande delusione, ho pensato tutto il male possibile degli italiani. Lavorando in piccole aziende ho avuto modo di conoscere il pensiero degli industriali: sapevo bene come la pensavano e come la pensava Berlusconi. Per loro veniva prima il loro interesse che quello della Nazione, e per questo mi è dispiaciuto che molti italiani ci abbiano creduto, al di là degli errori nostri e delle nostre divisioni.Lei è del ‘45, e quindi ha vissuto il biennio di lotte operaie e studentesche del ‘68-’69. Come è stato quel periodo a Nole?Io lavoravo già, e mi ricordo che giovani parteciparono a quella stagione fino a un certo punto, finché si è passati dalle manifestazioni alla pistola.
Gli anni di piombo sono arrivati anche in Canavese?
No, ma un caso che fece discutere fu quello di Walter Alasia, perché la madre era di Nole.Lei oggi è iscritto al PD: quando prese questa decisione?Mi ci sono iscritto subito dopo l’Ulivo, all’epoca di Veltroni. All’epoca l’Italia perse una grossa occasione, perché secondo me il livello politico di Veltroni era di molto superiore alla media dei politici.
Prima si è definito di sinistra: cosa significa per lei esserlo?Semplificando molto, credo che ci sia una differenza tra destra e sinistra. Uno di destra pensa che prima debbano arrivare sviluppo e ricchezza e poi arriverà la giustizia. Uno di sinistra pensa che prima si debba arrivare alla giustizia e all’equità e poi si arriverà al benessere.
Un amministratore locale che segue questi principi cosa può fare?L’amministratore locale è più un amministraore di condominio che un politico, salvo nelle grandi e medie città. Quello che può fare è capire quale può essere uno sviluppo equilibrato del territorio, che tenga d’occhio la salvaguardia della giustizia. Bisogna affrontare i problemi delle persone in difficoltà, con equità.Quindi i macro ideali possono rientrare nell’attività di un amministratore locale.
Certo.Anche se spesso si tende a vedere l’atività dell’amministratore locale come qualcosa di depoliticizzato.Purtroppo è anche così, ci sono mansioni quotidiane da svolgere, come la pulizia delle strade o l’installazione delle telecamere per la videosorveglianza, anche se non sono il massimo dal punto di vista della democrazia.
Eppure tanti amministratori tappezzano i propri paesi di telecamere.Quando ero sindaco eravamocontrari, ma poi abbiamo notato che in certi casi hanno un’utilità, come ad esempio per contrastare fenomeni quali la dispersione illegale di rifiuti.Due episodi che ricorda di più di quando era sindaco?
Nel complesso, l’esperienza di sindaco è stata eccezionale. Mi ricordo che prima di decidermi ad accettare avevo fatto due chiachiere con Luigi Chiappero, con cui ero già amico prima di diventare sindaco. Lui mi aveva detto che fare il sindaco è una grande rottura di scatole che va fatto. Si conoscono tante persone, alcune magari ringraziano anche per quello che si sta facendo. E poi è bello quando si vedono i risultati di quello che fai. Un parcheggio o una piazza, ad esempio, che prima erano solo mucchi di terra. Nello specifico della mia esperienza, quando ci hanno riconosciuto il finanziamento del campanile fu molto importante, significò risolvere quel problema definitivamente.
Purtroppo non sono molti i giovani si interessano alla politica locale.Le chiedo, in maniera un po’ provocatoria: fanno bene o fanno male?
Fanno sicuramente male, nel senso che è importante occuparsi del proprio comune, e cominciare a farlo quando arrivi solo a una certa età ti crea il problema di dover imparare molte cose in breve tempo per riuscire a fare qualcosa. Ovvio, chi non ha un lavoro e avrebbe il tempo ha diverse preoccupazioni, tra cui quella di cercare un impiego, mentre chi ce l’ha spesso non ha tempo per dedicarsi alla politica. I giovani magari si interessano alle dinamiche locali, ma sono pochi e spesso la politica è la loro passione principale. In generale, bisognerebbe far capire alle persone che nella vita di un paese di piccole dimensioni può incidere anche una sola persona. In un paese come il nostro se ci si impegna si può fare davvero tanto.
Nel 2024 ci saranno di nuovo le elezioni: lei sa già cosa vorrà fare?Ad oggi credo che non mi ricandiderò. Avrò settantotto anni, è un’età in cui mi sembra si posa smettere e lasciare il posto ad altri. Certo,al momento questa rimane solo un’idea, non so con certezza cosa farò nei prossimi due anni. Per quanto riguarda questo mandato, è stato importante per noi tre del Partito Democratico essere riusciti a entrarein consiglio comunale con Walter Togni, al di là del risultato elettorale che poteva essere migliore, anche se sapevamo che non avremmo vinto con nessun altro candidato. Il nostro obiettivo era di essere in consiglio comunale con una minoranza unita, che si è fatta sentire senza voler caricare troppo i toni della polemica, ma tenendo fede alle cose in cui credevamo. Nel complesso, quest’ultimo mandato per noi del Pd è un’esperienza formativa e utile per il futuro.
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