NOLE. “Mio padre parlava pochissimo del campo di sterminio, al massimo lanciava qualche suggestione. Ad esempio, se da piccola mi rifiutavo di mangiare qualcosa, mi diceva: ‘Guarda che chi è stato a Mauthausen non spreca il pane’”.
Il papà di Maria Luisa Baima non si è mai profuso in lunghi e dettagliati racconti sulla sua esperienza di detenuto a Mauthausen. Piuttosto, quella fetta di passato risaliva la china dei ricordi occasionalmente, per trasformarsi in massime e in frasi di una decina di parole.
“Talvolta - racconta Maria Luisa - diceva anche ‘Eh… quante bucce di patate ho mangiato’, oppure si guardava la mano e ricordava che quel medico polacco in servizio al campo di concentramento ‘me l’aveva cucita proprio bene”.
La sua giacca a righe da detenuto a Mauthausen la teneva nascosta in soffitta, ma amava partecipare agli incontri con l’associazione dei deportati, ci teneva molto. Ciononostante non era mai voluto tornare lì, in Austria, dove aveva trascorso quattordici mesi. Non se la sentiva, anche perché era riuscito a ritrovare un equilibrio che non voleva perdere.
Si chiamava Paolo Baima. Era nato il 6 marzo del 1923. Il papà faceva il calzolaio, la mamma era casalinga. Della sua esperienza attraverso la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza partigiana e il campo di sterminio di Mauthausen si sa qualcosa da un’intervista.
“L’aveva rilasciata nell’82 a una giornalista - racconta Maria Luisa -. Non ci fece assistere, si chiuse in camera e iniziò a parlare con l’intervistatrice. La trascrizione di quel dialogo è una fonte certa, una testimonianza in prima persona della sua vita. Se non l’avessi, le potrei dire poco”.
L’armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943 colse Paolo mentre faceva il militare a Pinerolo assieme al cugino Pietro. Aveva vent’anni, tutti trascorsi sotto il regime fascista. Ciononostante non aveva sviluppato né una convinta adesione alle idee mussoliniane né una fede antifascista di rilievo.
“Era spaesato - racconta MariaLuisa - e assieme al cugino non sapeva cosa fare. La prima decisione che presero fu di fuggire a Martassina. Erano entrambi nolesi, ma a Nole i nazifascisti passavano spesso, e loro avevano maturato la decisione di non arruolarsi coi repubblichini”.
A Martassina c’era la nonna. Forse, pensavano i due, lì sarebbero stati più al sicuro. Avrebbero avuto il tempo per respirare e pensare al da farsi.
“Quello che sappiamo è che due mesi dopo Paolo era già un partigiano dell’undicesima brigata Garibaldi”. Non vi entrò perché comunista, ma probabilmente perché quella brigata era tra le più radicate sul territorio delle Valli di Lanzo. Fece, ad ogni modo, una scelta antifascista.“Il 7 marzo del 1944 fu catturato proprio a Martassina durante una retata dei tedeschi. Aveva ventun’anni e un giorno. I tedeschi cominciarono a sparare, e tra la morte e la cattura Paolo e Pietro preferirono la cattura”.
I tedeschi li tennero per un giorno con le mani alzate a Martassina. Poi li portarono alle Nuove di Torino. Lì vissero in trenta in una stanzetta. Era il trattamento riservato ai “traditori”, come li chiamavano i nazisti.
E proprio perché traditori, la loro destinazione naturale era il campo di concentramento. Da Torino vennero così portati a Bergamo, dove, stipati come bestie, avrebbero raggiunto Mauthausen.“Durante l’appello al momento della partenza per Bergamo, i due sentirono il nome di Carlo Noveri. Nolese anche lui, comunista, di vent’anni più grande, la metà spesi a fare opposizione al regime fascista”.
A Carlo Noveri, Pietro Baima e Paolo Baima verranno dedicate tre pietre di inciampo a Nole, grazie al lavoro straordinario della sezione nolese dell’Anpi. Sono tre storie di vita diverse, ma tutte, a vario titolo, rappresentano episodi di contrapposizione e di Resistenza alla barbarie del regime fascista.
I tre partirono dunque per Bergamo, e da lì per Mauthausen. “Mio padre pensava che sarebbe andato semplicemente in un campo di lavoro a lavorare. Ma sul treno c’era un repubblichino che li avvertiva di continuo: ‘Non provate a scappare, perché qui di piombo ce n’è per tutti voi’”.
Arrivarono a Mauthausen il 20 marzo. Lì vennero divisi. “Mio padre fu mandato a costruire il sottocampo di Gusen II. Lì svolgeva un lavoro molto pesante, che lo portò a farsi male a una mano. Le ferite vennero curate da un medico polacco - quello di cui Paolo parlava dopo la guerra - e nel giro di qualche giorno si riprese. Fu una fortuna, perché se non si fosse ripreso sarebbe stato con tutte le probabilità portato in camera a gas”.
Intanto era diventato la matricola 58681, un numero tra tanti, vittima di quel progetto diabolico di disidentificazione messo in atto dai nazisti come prodromo all’eliminazione fisica.
Dopo l’infortunio fu trasferito a Gusen I, dove svolse lavori meno pesanti. “Trasportava i morti o portava i viveri in cucina” racconta Maria Luisa. Tra i viveri c’erano anche le patate. Qualche buccia riusciva perfino a mangiarla. Anche questo, Paolo, lo ricorderà più volte dopo la guerra.
“Tra le mansioni che svolgeva a Gusen I c’erano anche le pulizie nella cosiddetta ‘Casa delle bambole’. Era il luogo in cui venivano portate alcune detenute che venivano fatte prostituire dai nazisti. Nell’intervista c’è un dettaglio molto umano: mio padre racconta che queste ragazze, di nascosto, riuscivano ogni tanto a passargli mezza cicca”.
A Gusen I incontrò nuovamente Carlo Noveri. Era malato, e stava tutto il giorno in infermeria. “Nell’intervista racconta che Carlo aveva una caviglia grossa come la coscia. Probabilmente si trattava di un edema”.
Tanto bastava, nei campi di concentramento, a diventare un rifiuto, uno che non serviva più a nulla. “Un giorno - racconta MariaLuisa - passò dall’infermeria e la trovò vuota. Carlo non c’era più, e con tutta probabilità l’avevano portato in camera a gas”.
Anche Pietro, il cugino, non sopravvisse alla deportazione. “Forse morì di tifo. C’erano tantissimi pidocchi nel campo, tanti detenuti li prendevano, si ammalavano di tifo e morivano”.
Dopo quattordici mesi di permanenza, il 5 maggio 1945 gli americani liberarono il campo. “Nell’intervista mio padre racconta che già da qualche tempo si capiva che qualcosa era cambiato. Si sentivano degli spari più frequenti del solito e le SS più importanti se ne erano già andate via”.
Le jeep degli statunitensi furono una liberazione, in tutti i sensi. Paolo fu tra gli ultimi detenuti a lasciare quel campo, in cui non volle più ritornare, per evitare di rivivere quei maledetti quattordici mesi. “I giorni immediatamente successivi alla Liberazione li trascorse a Bolzano, in ospedale. Di quel periodo lui racconta la fame e l’ossessione che aveva sviluppato per il cibo”.
Era il risultato di un trauma che Paolo aveva ereditato da Mauthausen: “Non gli sembrava vero che ogni giorno le crocerossine gli portassero da mangiare. Aveva paura che l’indomani non sarebbero più tornate”.
Così, di notte, assieme ad altre persone, si alzava e andava a prendere qualcosa da mangiare nelle dispense. Nascondeva tutto sotto al letto, e accumulava quelle provviste nel caso (improbabile) in cui l’indomani il pranzo non ci fosse stato più.
“A luglio arrivò a Torino, e poco dopo a Nole, anche se non conosciamo la data precisa. Su quel giro di settimane c’è un aneddoto da raccontare. La radio trasmetteva i nomi dei soldati feriti negli ospedali di tutta Italia. Un giorno, alla radio del paese venne letto il nome di mio padre. Corsero subito a dirlo ai miei nonni, che non avevano più notizie di Paolo da tempo”.
Nell’Italia repubblicana Paolo fece l’operaio in Fiat e alla Bertoldo, e poi la guardia comunale a Nole. Dal racconto della figlia MariaLuisa si evince che visse la stagione di lotte operaie degli anni ’60 e ‘70 col distacco di chi ricercava la tranquillità ed evitava lo scontro.
“Forse era così di carattere - racconta Maria Luisa - o forse quell’attitudine fu un’eredità di Mauthausen, perché lì quando qualcuno si ribellava veniva letteralmente ammazzato di botte. Per questo amava l’idea di andare d’accordo con tutti”.
La politica, che non aveva mai assunto nella sua vita quella centralità che poteva aver assunto nel percorso esistenziale di una figura come Carlo Noveri, diventava però fondamentale quando si trattava di andare a votare: “Ci teneva molto - racconta la figlia - e diceva che finché ce lo lasciano fare dobbiamo andarci. Da questo punto di vista credeva nella democrazia”.
In cabina elettorale “non abbiamo mai capito cosa votasse, ma probabilmente si orientava nell’area socialista. Condannò però fin dal primo momento la deriva autoritaria in Unione Sovietica e fu inorridito da episodi quali l’invasione della Cecoslovacchia”.
Un rapporto forte ma semplice, che Paolo conservò nonostante l’esperienza di Mauthausen, fu quello con la fede: “Non fu mai tra quelli che si ‘offesero’ con Dio, non voleva che gli ‘chiedesse scusa’ per ciò che era successo. Conservava la sua fede, che era molto tradizionale e molto semplice”.
E il suo rapporto con la fede fu solo un esempio di un approccio all’esistenza più generale, che Paolo sviluppò gradualmente. “Negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra era tormentato dagli incubi, urlava di notte e sviluppò una paura viscerale per i cani-lupo, usati largamente dai tedeschi nei campi. Ciononostante, pian piano imparò a riprendersi la sua vita senza odio e senza rabbia, e questo ci tengo molto a dirlo”.
Mauthausen rimase nella discrezione silenziosa del suo cuore, e vestì i panni dell’esperienza-limite che talvolta usciva prendendo la forma di quelle frasi laconiche e significative che ogni tanto pronunciava. Un altro tratto della personalità di Paolo emerge dalle eloquenti e ammirate parole della figlia di Maria Luisa, Stella. Stella ebbe un rapporto speciale col nonno, soprattutto quando venne a mancare suo papà, il marito di Maria Luisa.
In una lettera che scrisse per ricordarlo si possono leggere dei racconti di una commovente quotidianità, che parlano delle sue abitudini alimentari così come della sua passione per i film di Bud Spencer e Terence Hill.
Quelle parole dipingono un uomo che ha saputo ritrovare nella pace della casa e della famiglia “il suo premio e il suo riposo”, per prendere in prestito le parole di Stella. “Un uomo - continua la nipote - che dopo la guerra ha lavorato con impegno per costruire la sua casa e per ricostruire assieme alla moglie Margherita la sua stessa vita”.
E quel riposo era tutto meritato, perché era quello “dei giusti, di chi ha fatto quello che doveva, quello che poteva, e l’ha fatto sempre al meglio ma con umiltà”.
Paolo è morto nel 1995, ma la sua storia continuerà ancora a vivere per tanto tempo nella voce di chi la racconta e nel cuore di chi la vorrà ascoltare.
Si ringraziano Maria Luisa Baima e tutto l’Anpi di Nole.
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