Èun flusso continuo e affascinante quello che arriva dall’altro capo del telefono mentre parla il parroco della chiesa ortodossa romena di Venaria, Valeriu Draganescu, 34enne.
C’è tanta fede, tanta volontà di aiutare gli altri ma anche una ricostruzione storica lucida, accurata, che parte dalle radici della Romania, “il nostro nome deriva da Roma, siamo occidentali”, per arrivare fino al comunismo e ai timori che hanno portato il blocco est del continente europeo ad aderire all’Unione Europea e anche alla Nato.
Alla fine, poi, si arriva alla fratellanza: “Nella nostra parrocchia ci sono ucraini, romeni, russi che stanno tutti insieme”.Cosa pensa della guerra in Ucraina? Voi ve l’aspettavate? In Romania e trai fedeli che idea c’è su questo?La Romania è sempre stata un territorio occidentale, le più grandi élite, nel corso della nostra storia, hanno frequentato le scuole di Parigi, di Palermo. I nostri collegamenti sono stati tutti con l’occidente, anche Napoleone III ci aiutò a conquistare la nostra indipendenza. Detto ciò abbiamo sempre avuto un pericolo russo. C’è stata, per esempio, l’occupazione russa dopo la seconda guerra mondiale. Abbiamo sempre avvertito una tensione sulla politica russa come c’è anche oggi.Anche quando in Romania c’era il comunismo?Si, anche Nicolae Ceausescu non sempre andava d’accordo con la Russia. Quando ci fu la guerra con la Cecoslovacchia fu l’unico a dire che non si doveva occupare uno stato comunista. In Romania, poi, a lungo si è detto i tedeschi, durante la seconda guerra mondiale, si erano comportati meglio dei russi. Abbiamo sofferto, tutti noi, anche i miei parenti sono finiti in galera. I romeni, nel 900’, sono stati anche deportati nei gulag in Siberia.E quindi la decisione di entrare in Europa...Quando abbiamo avuto la possibilità di entrare nell’Unione Europea siamo entrati.Avete contatti con il fronte di guerra, il confine tra Ucraina e Romania?Si, mio fratello, anche lui sacerdote, si trova ad un punto di frontiera, a Palanca, in Moldavia. Lui mi diceva che officiando la messa ha sentito le bombe che cadevano, vicino a Odessa.Anche in Moldavia dunque c’è preoccupazione per la guerra?Certo. In ogni caso noi non giudichiamo i fatti politici, noi aiutiamo tutti. La nostra missione è l’agape che significa essere vicino, comportarsi come se il mio vicino fosse un fratello e mettere la gente al tavolo, mangiare insieme. Nella nostra parrocchia ci sono persone che arrivano dalla Russia, dall’Ucraina.In Romania le persone sono preoccupate per la guerra?Si, c’erano code lunghissime ai benzinai per fare rifornimento. Sul territorio romeno, però, ci sono le forze della Nato.Da voi non si parla russo come in tanti altri paesi dell’est, giusto? Non c’è una minoranza russofona?Il russo si faceva a scuola una volta, noi però parliamo una lingua latina, il nostro nome viene da Roma.Cosa state facendo per aiutare gli ucraini?Solo ieri sono partite 30 tonnellate di generi alimentari da parte della chiesa Ortodossa romena d’Italia. Poi abbiamo un’associazione, San Lorenzo dei romeni, che fa tantissime azioni di volontariato che aiuta tutte le persone in difficoltà. Noi ci occupiamo non solo di attività sociali ma anche di integrazione, liturgia. Anche in pandemia solo noi come Parrocchia abbiamo dato 6 tonnellate di cibo, tantissima attività sociale l’abbiamo fatta anche qui. Due settimane fa,per esempio, abbiamo mandato in Romania del cibo.Vi state attivando per ospitare dei profughi?Collaboriamo con le diocesi romenee che sono al confine con l’Ucraina e gestiscono direttamente i trasporti per aiutare le persone in difficoltà. Così riusciamo ad inviare al confine alimenti e farmaci. Qui invece ci sono delle famiglie che si sono dette pronte ad accogliere i profughi a casa, famiglie italiane o romene. Ci sono, poi, altri preti ortodossi a Palanca, in Moldavia. I nostri sacerdoti salgono sul camion con l’autista e vanno lì. Noi stiamo gestendo tutto direttamente.D’altronde siamo abituati ad aiutare le persone che hanno bisogno, lo facciamo anche qui, le andiamo a cercare e diamo una mano, siano italiani, romeni o di qualsiasi altra nazionalità. Questo nelle aree dove non c’è la guerra. Abbiamo anche un programma per seguire i bambini malati che arrivano da altri paesi, anche dall’Ucraina e dalla Russia come sta accadendo in questo periodo.Non sono mancate, poi, le donazioni, raccolte anche durante la manifestazione per la pace del 6 marzo a Venaria...In tutte le chiese sul territorio italiano quando è cominciata la guerra in Ucraina abbiamo ricevuto un messaggio e ci siamo attivati per una raccolta fondi a favore dei rifugiati. Qui abbiamo raccolto fondi per 965 euro che sono stati mandati ai profughi. I rifugiati, comunque, non sono il risultato di una guerra solo con le armi ma ci sono anche questioni economiche.Ha sentito cosa ha detto il patriarca di Mosca, si è schierato a favore della guerra, condivide la sua presa di posizione?Un ortodosso non ha nazionalità, per noi una mamma non ha nazionalità, una mamma russa che piange i suoi figli è come una ucraina che piange i suoi figli. La guerra non ha mai portato bene, porta solo guerra e non pace. In ogni caso la chiesa ortodossa della Russia è molto legata a quanto succede in Russia. Noi non capiamo molto bene l’atteggiamento della chiesa ortodossa russa.Da quanto tempo è in Italia lei?Da 12 anni. Inizialmente, nel mio paese, mi sono laureato in giornalismo, poi ho lavorato, in Romania, come capo scalo in aviazione. Ero in aeroporto e avevo la responsabilità di 5 boeing. La strada del sacerdozio non l’ho voluta fare subito, avevo paura, perché rappresenta una grandissima responsabilità. Per 6 anni sono “fuggito” da questo impegno ma quando Dio vuole che una persona faccia una cosa alla fine ci arriva. Sono sposato, ho 3 figli e tra poco è in arrivo il 4. Questo ci aiuta a dare consigli alle famiglie perché sappiamo cos’è la vita famigliare. È una cosa che vale per tutti i giorni ma che con l’arrivo delle famiglie ucraine è ancora più importante, possiamo aiutarle.Quanti sono i fedeli della comunità ortodossa a Venaria?La nostra parrocchia non ha una giurisdizione ben limitata, si chiama “di Venaria” perché è qui ma tutte le persone che ne vogliono fare parte sono libere di venire. Ci sono persone da Borgaro, da Pianezza, da Caselle, da Torino.
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