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VOLPIANO. Arrestati in Brasile due narcotrafficanti, erano latitanti

VOLPIANO. Arrestati in Brasile due narcotrafficanti, erano latitanti

Erano inseriti fra i latitanti di massima pericolosità facenti parte del “programma speciale di ricerca” e nell’elenco dei latitanti pericolosi stilato dal ministero dell’Interno. Nella serata di lunedì li hanno catturati.

Il narcotrafficante Vincenzo Pasquino, ritenuto dagli inquirenti appartenente alla locale di ‘ndrangheta di Volpiano, è stato catturato in Brasile, dove era latitante dal 2019. E’ stato arrestato a Joao Pessoa insieme al superboss di Africo Rocco Morabito, detto “Tamunga”, latitante dal 2017, da quando era evaso scavando un tunnel da un carcere in Uruguay, dove si trovava in attesa di essere estradato. Morabito era al secondo posto della lista dei latitanti più pericolosi dopo il “Capo dei capi” di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro. In Italia dove deve scontare ancora 30 anni di carcere, inflitti dalla Corte d’Appello di Milano, per associazione mafiosa e traffico internazionale di cocaina

L’operazione dei carabinieri del Ros, in collaborazione con i Comandi provinciali di Reggio Calabria e Torino, si è svolta in sinergia con la polizia brasiliana e il supporto di Fbi e Dea statunitense, con il contributo informativo fornito dalle autorità dell’Uruguay. Tutto coordinato dalle procure distrettuali di Torino e di Reggio Calabria.

L’arresto è avvenuto al termine di un pedinamento per le strade della capitale dello stato brasiliano di Paraiba. Nell’abitazione sono stati rinvenuti numerosi telefoni cellulari, schede telefoniche e documenti. Dopo l’operazione Morabito e Pasquino sono stati trasferiti dall’aeroporto di San Paolo verso Brasilia, dove sono stati presi in custodia dalle autorità locali.

Nonostante la latitanza, gli inquirenti hanno scoperto come Tamunga continuasse a gestire il traffico internazionale di sostanze stupefacenti incontrando anche esponenti di spicco della ‘ndrangheta locale. Senza timore delle manette. «Andava in spiaggia, frequentava i locali, non sembrava facesse una vita da latitante - ha spiegato il comandate del Ros, Pasquale Angelosanto -. Le indagini hanno avuto una svolta mercoledì scorso  quando abbiamo avuto la percezione di spostamenti in Sudamerica”.

Il “volpianese” Pasquino, l’erede degli Assisi

Non era l’ultimo dei picciotti, il 30enne Vincenzo Pasquino. Fino ad una settimana fa a fargli compagnia in Sud America era il superboss della ‘ndrangheta Morabito.

Morabito poi, gli Assisi prima.

Secondo gli inquirenti, infatti,  Pasquino era ai vertici della rete di narcotraffico gestita dagli Assisi di San Giusto e attiva tra il Sudamerica, l’Europa, l’Italia, Torino e la Calabria. Di Nicola e Patrick Assisi, arrestati a luglio del 2019 in Brasile, Pasquino sarebbe divenuto l’erede. Solo quattro mesi dopo, a novembre del 2019, sarebbe dovuto finire in carcere. Scattava l’operazione Cerbero della Dda di Torino contro la ‘ndrangheta tra Volpiano, San Giusto e il torinese. Un’operazione che ha colpito i vertici e i gregari di due organizzazioni di narcotraffico internazionale che facevano affari sotto l’egida della criminalità calabrese. Tra questi, Pasquino. Ma lui a casa non c’era più. E non ci è mai tornato: irreperibile. A gennaio di quest’anno il “volpianese” di Torino era stato dichiarato latitante, inserito nell’elenco dei latitanti pericolosi.

Lui che alla luce del sole faceva il venditore all’ingrosso di automobili importate dalla Germania. Lui che è nato e cresciuto «capraro», prima di incontrare la ’ndrangheta e gli ‘ndranghetisti, che gli hanno «insegnato a leggere e scrivere». Alla moglie, intercettato dagli investigatori, diceva: «Non mi piace fare questi discorsi ma sappi che se mi chiedono di scegliere tra loro e te, io caccio te. Queste sono persone che mi hanno cresciuto, io un padre non l’ho mai avuto. Ero un capraro e mi hanno insegnato a leggere e scrivere. Quando puzzavo di fame non c’eri tu a portarmi 5 euro per campare e comprarmi le sigarette».

Da latitante Pasquino era stato rinviato a giudizio nel processo scaturito dall’operazione Cerbero. Lo scorso febbraio aveva fatto pervenire una lettera al suo difensore, l’avvocato Mauro Molinengo, che la consegnò al tribunale, in cui diceva di non volersi sottrarre alle proprie responsabilità (“ho sbagliato tutto e ammetto di avere venduto del ‘fumo’ in molte occasioni”) e di avere “paura delle galere” del posto dove si trovava, forse anche in relazione alla questione Covid. Il dibattimento riprenderà il 5 luglio.

L’inchiesta Cerbero, culminata nel 2019 in una serie di arresti, lo scorso 16 marzo ha già portato a 49 condanne, inflitte al termine di un rito abbreviato, per un totale di oltre 240 anni di carcere. L’avvocato Molinengo ha intanto preso contatti con il consolato italiano competente per quella zona del Brasile in vista dell’iter giudiziario sull’estradizione. 

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