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Casalborgone

Là dove c’erano le lucciole ora c’è un parcheggio illuminato come uno stadio...

C’era una volta il ‘Leu con la sua magia...

 Là dove c’erano le lucciole ora c’è un parcheggio illuminato come uno stadio...

Lucciole in un campo (foto d'archivio)

Riceviamo e pubblichiamo.

Caro direttore,

per diversi anni, una decina o forse più, ho scritto su questo giornale di Casalborgone e dei suoi problemi, con particolare riferimento al centro storico, il “Leu”.

Ho criticato duramente prima la breve amministrazione Giardino e poi quella, che sarà quindicennale, guidata da Cavallero. Ho provato a dare voce ai miei dubbi sul loro operato ma soprattutto ai mugugni delle tante persone che però non hanno mai trovato quel minimo di coraggio civile per esprimere apertamente il loro dissenso. Ho ingenuamente coltivato la speranza di aiutare a fomentare una libera discussione pubblica, ma invano. Addirittura, alle ultime elezioni comunali si è presentata una sola lista, per cui la maggioranza senza minoranza è in realtà il tutto, un tutto che rappresenta bene lo stato di torpore civile dei cittadini casalborgonesi, che non sanno o non vogliono andare oltre il mugugno.

Così le cose, ho deciso di non importunare più gli amministratori con le mie osservazioni, ossia di lasciarli lavorare, come pretendeva a suo tempo Silvio Berlusconi. Quest’ultima mia vuole essere un modo per ricordare il Capoluogo così com’era quando ci sono venuto a abitare, nel 1993, e com’è stato nei vent’anni successivi, prima che le amministrazioni comunali decidessero di dedicargli la loro assidua attenzione, la loro prepotente volontà trasformatrice.

Francesco Cavallero, sindaco di Casalborgone

Il luogo impressionava non solo e non tanto per la sua pace e tranquillità quanto per la sua autenticità.

Ti sembrava, passati i due archi posti ai due principali ingressi del Leu, di sprofondare nel passato e in qualche misura di riviverlo, con i suoi ritmi lenti scanditi dalla campana che batteva le ore, le persone che si conoscevano pressoché tutte, la contiguità fra l’umano e il resto del vivente, la relativamente bassa antropizzazione e urbanizzazione – per esempio, poca illuminazione, com’era una volta, quasi dovunque –, la capacità di autoregolazione del borgo che senza bisogno di interventi esterni di una qualche autorità si affidava per lo più alla buona educazione e al rispetto reciproco per risolvere le solite piccole questioni di vicinato.

Quest’atmosfera era il fascino, direi quasi la magia, del posto. Non questo o quell’edificio architettonicamente rilevante, che in effetti non c’è.

La magia del luogo consisteva nell’essere rimasto quasi intatto, nell’aver attraversato pressoché indenne i decenni dello sviluppo forsennato del dopoguerra, in una parola, nel suo essere stato dimenticato, nel suo essersi miracolosamente salvato dai processi che in una società di mercato sempre più spinta non tollerano che qualcosa possa avere una fruizione soltanto estetica.

Tutto, ma proprio tutto, deve essere messo al lavoro, deve diventare una macchina da soldi, grande o piccola che sia. Per fare questo, occorre “infrastrutturarla” sempre un poco di più: illuminazione pervasiva e quasi a giorno, potenziamento dei parcheggi e occupazione di ogni spazio libero con qualche discutibile manufatto, e così via, per accogliere i visitatori che probabilmente desiderano pensare di aver comprato, per così dire, un tuffo nel passato, una parentesi “contro il logorio della vita moderna” come diceva una pubblicità di tanti anni fa, mentre in realtà trovano, forse senza rendersene troppo conto, un contesto sempre più artefatto, sempre meno autentico e speciale.

Una veduta del centro storico di Casalborgone

Quando lo capiranno, chissà se verranno ancora. Se verranno a vedere luoghi resi banali e alla fine tutti uguali proprio dallo sforzo di renderli accessibili e commerciali, di fatto deturpandoli in buona misura, irreversibilmente.

Questo punto di non ritorno trova la sua dimensione simbolica nel nuovo parcheggio costruito nel fu “bosco della Torricella”, illuminato come ci si dovessero giocare partite di calcio in notturna.

Quel prato trasformato in parcheggio era il luogo dove ogni anno, dalla fine di maggio fino a giugno, comparivano a frotte le lucciole offrendo gratuitamente un gioco di luci meraviglioso.

Quello sì che era uno spettacolo affascinante, che lasciava a bocca aperta, raro da vedere, ora perduto per sempre. Le lucciole, che hanno un complesso e delicato sistema di riproduzione, hanno bisogno di un habitat molto specifico, che fra l’altro prevede il buio o almeno la penombra come condizione di sopravvivenza. Probabilmente gli amministratori e la proprietà del Castello neppure lo sapevano. Ma in ogni caso, che volete che siano le lucciole. In fondo, qualsiasi “illuminotecnico” è in grado di riprodurre artificialmente quell’effetto, ovunque e tutti i giorni dell’anno. 

Ermanno Vitale

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