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“Mi è rimasta solo una missione: fare il più possibile del bene per onorare la memoria di Massimo”

Giuseppe Garabello racconta la sua vita, i suoi sacrifici, le gioie e le sofferenze. Oggi aiuta i bambini, la Chiesa, i ragazzi che studiano, la ricerca

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Giuseppe Garabello di Cavagnolo

Da dove nascono i sogni? Potrebbe essere la fame il loro terreno fertile nel quale si formano?

La fame, con la sofferenza che ne deriva, è capace di dare all’uomo quel coraggio e quella forza per realizzarli, i sogni?

“Io da bambino ho visto la fame, quella vera, ho visto la povertà, l’ho subita, quella che ti spinge a ripeterti come un ordine perentorio, quando mi metterò a lavorare, a casa mia non dovrà esserci la povertà, nessuno dovrà più soffrire la fame”.

Sono queste le prime parole, vere, crude, pesanti, cariche di forza, di intenzioni, di riscatto, che con occhi lucidi e voce spezzata dall’emozione, ci regala il nostro interlocutore, quasi immolandosi sull’altare di un’esistenza che oggi, non ha più nulla da prendere, dopo che si è ormai presa tutto.

La storia di questa settimana parte dalla sofferenza, quella di chi si ritrova solo due braccia e tanta voglia di riscatto. E non sappiamo se questa sia una sfortuna, perché se poi si è stati capaci di sognare e di realizzare i sogni, forse la fame, è stata una fortuna.

La storia di questa settimana prosegue nella fortuna troncata, monca, dove la sofferenza ritorna prepotente a pretendere il suo tornaconto. Ma questa sofferenza non è riscattabile come l’altra, questa viene raccontata sempre con rispetto, senza rabbia, si percepisce solo un labile filo di rammarico, per una fortuna che era incredibile finché un giorno si sciolse.

Pensavo: ma che fortuna che ho, una splendida famiglia, un buon lavoro, quasi non ci credo. E difatti, sembrava troppo incredibile che potesse essere vero.”

La storia di questa settimana con tutto il suo carico di dolore, termina nella speranza proiettata nel domani, come un seme posato con dolcezza sul terreno, ad aspettare con fiducia che qualcosa di buono possa nascere.

Ma mettiamo ordine a tutta questa sofferenza, partendo da quella che ha dato il via alla vita di un uomo tenace, testardo, con un cuore immenso. Partiamo da quella prima sofferenza, perché le sofferenze non sono mica tutte uguali.

E quella scaturita dall’aver patito la fame, forse è stata una fortuna.

Ma come si può definire fortuna la sofferenza?

“Io da bambino ho visto la fame, quella vera, ho isto la povertà, l’ho subita la povertà.”

Ancora queste parole, cariche di sofferenza, che ci rimbombano nelle orecchie mentre incantati, ascoltiamo Giuseppe parlare con una calma tale da disarmarci. Quelle parole di sofferenza, percepita anche da chi ascolta, le pronuncia senza vergogna alcuna, perché bisogna vergognarsi solo se si fa del male.

Quelle sono le parole di Giuseppe Garabello, uomo tenace, caparbio, che ha fatto della sofferenza la sua vita, utilizzandola ieri, per sognare, sfruttandola oggi, per non mollare.

Giuseppe non ci ha aperto il suo ufficio, ma ci ha spalancato il suo cuore, facendoci entrare e mostrandoci ciò che al suo interno c’è, il disordine dell’anima mischiato all’ordine scaturito dal dolore, quando la sofferenza ammutolisce anche i pensieri, e l’amore, tanto amore, da donare al prossimo, a chi ne ha bisogno, come fosse l’espiazione per una colpa che non si ha.

Ma chi non ha bisogno di un po’ d’amore? 

E noi ci siamo entrati, dentro questo cuore martoriato e fiero, in punta di piedi, in silenzio, con riverenza e profondo rispetto, aggirandoci al suo interno con la stessa attenzione di chi si trova in un negozio di oggetti di cristallo.

Lo sentiamo che qui dentro bisogna muoversi con estrema cautela. 

Giuseppe Garabello è nato nel 1951 a Dogliani. All’epoca le Langhe erano terre piene di povertà, non certo il territorio ricco che conosciamo oggi. 

Il papà lavorava in una fornace, un lavoro duro come pochi, e forse proprio per farci capire la durezza di quel mestiere, Garabello ci spiega, alzandosi in piedi e mimando a gesti le parole: “con la vanga caricava il vagone, l’ho visto io con i miei occhi. Il vagone, appoggiato su due binari, una volta carico, doveva essere spinto a mano fino alla zona di scarico, e mio papà, posata la vanga, spingeva tutto quel carico”.

Giuseppe Garabello alla consegna di una borsa di studio in ricordo di suo figlio Massimo

Dopo questo lavoro, il padre andò a fare il mezzadro, a detta di Giuseppe, forse convinto da qualcuno, che sarebbe andato a stare meglio.

E in questo periodo facemmo la fame più assoluta. Alla fornace qualcosa guadagnava, ma spostarsi a lavorare in campagna è stata una scelta sbagliata. Ma le dico, fame assoluta, lasci che le spieghi, perchè partì tutto da quella situazione, che io non ho mai dimenticato. I sacrifici e il dolore, non vanno dimenticati. Io avevo una sorella e un fratello, e nel piatto c’era un uovo, uno eh. E ognuno di noi intingeva un dito nel tuorlo, mentre affamati ci guardavamo. E io che ero il più piccolo nemmeno mi osavo muovere quel dito verso l’uovo”.

Come si può comprendere la fame, seduto davanti a un frigorifero pieno, immerso nella noia di non sapere cosa mangiare a pranzo? 

Ce lo siamo chiesti, e la risposta è che non serve capire ciò che non si è conosciuto, ma serve solo il rispetto per chi la fame l’ha vissuta e soprattutto per quelle persone sfortunate che oggi soffrono la fame ad esempio vivendo in zone di guerra.

Avevo 7 anni e già lavoravo, perché non avevamo niente, ma sa cosa vuol dire niente?”.

Mentre ci parla, i suoi occhi azzurri e lucidi ci fissano, come a mostrare la verità di quel racconto. E capiamo sin da subito che l’incontro è di quelli importanti, di quelli che non capitano spesso, di quelli capaci di attraversarci da parte a parte, di lasciarci un segno indelebile del suo passaggio.

Questo sarà un incontro istruttivo, perché ci mostrerà come dal niente, si realizzano i sogni. 

Facevo la servitù, non so se sa cosa questo significhi. Lavoravo tutto il giorno per portare a casa, senza scherzo, un tozzo di pane. Le parlo di un bimbo di 7 anni eh, la invito a chiudere gli occhi e provare a immaginarselo questo bambino. 

E quando frequentavo le medie, lavoravo nel Mulino di Moncalvo. E a settembre, durante la vendemmia, andavo a raccogliere l’uva. Siccome chi portava la Brenta, un sacco a tracolla sulla schiena che veniva riempito di grappoli d’uva, veniva pagato di più, io ho voluto svolgere quella mansione”.

E noi li chiudiamo gli occhi e ciò che ci appare è una poetica sofferenza, sudore, riscatto. I bambini dovrebbero giocare e andare a scuola, e forse è proprio grazie ai bimbi di ieri come Giuseppe, che quelli di oggi possono giocare liberi.

Ascoltare Giuseppe Garabello è un continuo sforzo per non far uscire le lacrime, ma siamo solo all’inizio, l’inizio di un qualcosa che solo alla fine capiremo, e forse allora sì, potremmo abbandonarci finalmente a un pianto liberatorio.

A 17 anni Giuseppe salì sopra un camion, per lavorare e ad oggi, ancora non è sceso. Il primo lavoro era autotrasportatore, partenza da Cuneo fino a Genova. Si partiva tutte le mattine alle 2 di notte, 6 giorni su 7. Per qualche anno lavorò sotto padrone e nel 1973 si comperò il suo primo camion e iniziò a lavorare per la ditta di Goia a Brozolo.

E senta questa storia: una volta non c’erano i carrellisti con il muletto che ti caricavano le pedane da consegnare alla partenza, e te le scaricavano a destinazione, ma tutto avveniva a braccia, quelle del camionista. Io mi caricavo e scaricavo il camion, spesso sacchi di juta da 1 quintale. Si, perché più sacchi portavi e più si guadagnava. E sa quante volte mia mamma veniva con me giù a Genova per aiutarmi? Lei da sopra il cassone del TIR mi caricava i sacchi sulla schiena. E quando penso a questo…lasciamo stare.”

Uno degli studenti premiati da Giuseppe Garabello con le borse di studio istituite in memoria del figlio

Giuseppe è visibilmente commosso e fa una pausa, ma è davvero molto difficile non commuoversi anche per noi che ascoltiamo, solo immaginando la scena, perché questa è la lezione di Garabello, un film da immaginare a occhi chiusi, e quando si aprono, li si trova umidi di lacrime.

Giuseppe mette su famiglia, nascono due bei bambini. E lui lavorava sopra il camion per 18, 24, 36 e a volte persino 48 ore consecutive. E quei pochi brevi frangenti di pausa durante i quali riusciva a dormire, li voleva trascorrere sopra il cofano, in modo che si svegliasse dal dolore senza fare ritardo, perché se fosse andato in cabina a riposare, avrebbe dormito per ore.

E mentre lavorava sodo lontano da casa,  pensava alla sua famiglia, ripetendosi che era un uomo tanto fortunato. Riuscì anche a comperare una casa alla mamma. 

Sacrifici, quelli che si fanno per uscire dalla povertà, per migliorarsi, per realizzare sogni, di questo è fatto Giuseppe Garabello: è un uomo che non ha dimenticato la fame, la sofferenza, quel crescere senza una casa, senza nulla se non l’amore della mamma. 

Per questo da ormai tanti anni, grazie alla sua fortuna, cerca di aiutare in diversi modi, facendo beneficienza.

Massimo Garabello, figlio di Giuseppe

Sono convinto che nella vita bisogna dare, non prendere, donare, e condividere un poco del tuo benessere. Ho 14 adozioni a distanza, iniziate non ricordo nemmeno più, 15 o 20 anni fa, alcune attraverso la onlus Save The Children e altre con associazioni meno conosciute.”

Giuseppe Garabello partendo dalla fame, attraverso sacrifici e passione, è riuscito a sollevare la sua famiglia e ad aiutare tante piccole e grandi realtà.

Ero estremamente orgoglioso di essere riuscito a comprare casa a mia mamma. Ricordo il giorno in cui entrò nella proprietà, la sua faccia incredula, lei, noi, che una casa non l’avevamo mai avuta. Baciava la terra sotto i miei piedi.

Dal 1978 abito a Cavagnolo, un paese che ho imparato ad amare. Poi la svolta arrivò quando mio figlio Massimo, finito il militare, si propose come camionista nella mia ditta. Noi trasportiamo principalmente medicinali in camion frigo. Il lavoro non mancava, e la ditta si ingrandiva, assumendo anche altri dipendenti. Ma Massimo, che io non ho mai invogliato a seguire le mie orme, si dedicò anima e corpo, come feci e tuttora faccio io”.

Giuseppe racconta del figlio Massimo, e i suoi occhi si oscurano, come quando d’estate una nuvola improvvisamente si piazza davanti al sole e tutto diventa buio e freddo.

Garabello è un uomo che si dà da fare, fa molto e sbaglia molto, così si descrive, conscio del fatto che senza errori non si potrebbe migliorare.

Sembrava una favola fortunata, la ditta GMG cresceva. Suo figlio Massimo divenne l’intestatario dell’azienda il primo gennaio del 2017, e Giuseppe era soddisfatto che quella sofferenza nata dalla fame che fece da bambino, lo abbia aiutato ad avere tenacia nel mettere in piedi la bella famiglia e la società di autotrasporti. 

E poi, domenica 19 novembre 2017 la fortuna girò le spalle a Giuseppe e alla sua famiglia.

Continua a ripeterlo: “mi ripetevo, ma che fortuna, una bella famiglia, due figli, un lavoro nella mia ditta. Quasi non ci credo. E infatti…” 

Massimo Garabello a soli 37 anni, morì, lasciando lo sgomento nei cuori di tutti quelli che l’hanno conosciuto. Massimo era un ragazzo, come si suol dire senza retorica, bravo e gran lavoratore, proprio come il papà. Aveva due bambini e sulle spalle si era preso la ditta del padre. Un figlio modello, una persona buona.

E la filantropia di Giuseppe, da quel drammatico episodio, ha preso il sopravvento. Ormai a 72 anni, nonostante lavori per 15 ore al giorno, continuando a guidare uno dei suoi camion, ha una missione soltanto, quella di cercare di fare quanto più bene possibile, in nome di quel figlio Massimo, affinché continui a vivere nelle opere di beneficienza.

E così, iniziò facendo una donazione per  restaurare dell’abside dell’Altare Maggiore della chiesa parrocchiale di Cavagnolo, dove vi è una targa commemorativa per ricordare Massimo.

Volevo fortemente lasciare qualcosa a Cavagnolo. Ma in tutta questa parte che riguarda le donazioni, mi dà una mano l’ex sindaco di Cavagnolo, mio amico fraterno Mario Corsato”.

Giuseppe ha comprato una Panda ibrida e l’ha donata alla onlus Samco che si occupa di cure palliative, una di quelle cose fondamentali quando la malattia toglie anche la speranza.

Ha istituito due borse di studio che dureranno 10 anni per gli allievi tra i più meritevoli, una destinata all’Istituto Comprensivo di Brusasco e l’altra all’Istituto Istruzione Superiore Carlo Ubertini di Chivasso.

Con enormi sforzi è riuscito a fare una cospicua donazione al IRCC di Candiolo, l’Istituto per la Ricerca sul Cancro.

E la ditta GMG, Giuseppe la tiene aperta e operativa, possiamo dirlo, solo per continuare a donare, a dare, in nome di Massimo.

Io sono rimasto solo al mondo, non ho più nessuno. Lavoro 365 giorni all’anno, so che sembra difficile crederci. Tutto ciò che faccio e farò, se il Signore mi darà ancora la forza, lo farò per mantenere viva la memoria di Massimo. I figli di Massimo, crescendo, andranno a sbattere contro le innumerevoli donazioni che io sto facendo e continuerò a fare, così sapranno chi era il loro padre Massimo Garabello.”

I figli di Massimo oggi sono ancora minorenni, all’epoca erano troppo piccoli per ricordarsi del padre, e il nonno, questo nonno caparbio, sparge sul territorio tanti piccoli semi, che un giorno sbocceranno nel cuore dei suoi nipoti.

Giuseppe dona gli utili della sua azienda, trattiene i soldi per le spese, per mantenere in piedi la ditta ed è sempre pronto a nuove forme di donazione, di aiuti. E di occasioni per fare del bene, il mondo ne è davvero pieno.

Adesso vorrei donare un macchinario ospedaliero per i bambini, e stiamo vedendo con il commercialista come poterlo fare. La vita è dare, non ricevere.

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