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09 Gennaio 2026 - 18:31
Il primo miele nato nei boschi certificati è della Valle Sacra. In foto Jacopo Tosco dell'azienda agricola Nettare
In Canavese nasce il primo miele prodotto in foreste certificate, tracciato dalla catena di custodia PEFC.
È un vasetto diverso dagli altri quello che arriva dalle montagne del Canavese. Non è solo miele: è miele certificato da foreste certificate, un concetto che pesa più di una parola d’ordine ambientalista e che prova a portare valore reale alle produzioni dell’area alpina torinese.
Il miele di Colleretto Castelnuovo, in Valle Sacra, non è solo “prodotto in natura”. Le arnie sono sistemate all’interno di boschi gestiti secondo standard internazionali di sostenibilità forestale e l’intera filiera – dalla foresta al barattolo – è tracciata fino al consumatore grazie alla certificazione di Catena di Custodia PEFC.
La sigla PEFC sta per Programme for the Endorsement of Forest Certification schemes, un sistema internazionale di certificazione che attesta la gestione sostenibile delle foreste e la tracciabilità dei prodotti che ne derivano. In pratica, chi appone il marchio PEFC può dimostrare che il prodotto proviene da foreste gestite nel rispetto di criteri ambientali e sociali condivisi e verificati da organismi indipendenti.
La certificazione di Catena di Custodia, poi, è ciò che trasforma una materia prima sostenibile in un prodotto riconosciuto come tale dal mercato: garantisce che ogni fase – dalla raccolta al confezionamento – mantenga la separazione e la rintracciabilità del materiale certificato, impedendo che materie non controllate si mescolino a quelle certificate.
A firmare questa novità è l’Azienda Agricola Nettare di Jacopo Tosco, con sede a Castellamonte, realtà apistica ben radicata nel territorio e certificata per la catena di custodia PEFC. Tosco non è uno che si limita a produrre miele: coltiva una rete di relazioni con il bosco e con gli attori della filiera responsabile, mettendo in connessione la cura delle montagne con quella del prodotto. La sua azienda lavora varietà come acacia, tarassaco, ciliegio, millefiori, castagno e rododendro, oltre a un polline di castagno deumidificato a freddo che ha già raccolto riconoscimenti nazionali.

I premi conquistati negli anni parlano da soli: tre gocce d’oro per il miele di castagno nel 2016 e altre due gocce d’oro per acacia e castagno nel 2018 nei “Grandi Mieli d’Italia”. Qui il valore non è teorico, è riconosciuto da chi giudica qualità e carattere dei mieli italiani.
La dichiarazione è chiara: la gestione forestale sostenibile non è un costo, ma un’opportunità concreta per le produzioni apistiche e per la tutela degli ecosistemi montani. L’Uncem l’ha sottolineato nel comunicato diffuso oggi, ricordando che un semplice barattolo di miele può diventare un simbolo di tracciabilità, responsabilità e cura del territorio.
Non è un pezzo di marketing. È una risposta alle pressioni crescenti sul paesaggio alpino e sulle pratiche produttive. È un passo verso un Canavese dove la montagna non è solo evocazione, ma un valore misurabile, certificabile e vendibile, dentro e fuori i confini del territorio.
Se questa strada continuerà a essere percorsa, il prossimo passo non sarà solo ottenere altri riconoscimenti o vendere più miele: sarà costruire modelli di economia alpina che premiano chi tutela davvero la risorsa da cui dipende.
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