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16 Luglio 2014 - 10:56
Riuniti in un cortile in una sera di giugno a parlare di fontane: sono stati questi lo scenario e l’argomento dell’ultimo “Incontro con l’Autore” organizzato dall’associazione “Tellanda” di Pont. Il cortile è quello della casa appartenuta a Pietro Rastel Bogin, che pur vivendo per buona parte della sua vita a Torino (dov’era Primario di Ortopedia all’Ospedale “Maria Adelaide”), rimase sempre molto legato al suo paese natale e fu uno degli animatori delle iniziative culturali nate a Pont negli Anni Novanta. Il vasto cortile su cui si affacciano edifici di epoche e caratteri differenti in un insieme variegato ma interessante, ospita pozzo e fontane. Un luogo adatto dunque per presentare anche a Pont il libro “Un Filo d’Acqua di Memoria – Fontane e Lavatoi a Pont ed Alto Canavese” curato da Giacomo Antoniono e pubblicato a cura della “Tellanda”. Il volume è il frutto del lavoro compiuto dal Gruppo fotografico dell’UNITRE che per oltre un anno, con pazienza e meticolosità, li ha censiti e fotografati. “L’iniziativa - ha spiegato l’architetto Antoniono - era partita un po’ in sordina, poi si è allargata: abbiamo cercato notizie negli Archivi dei Comuni e coinvolto associazioni come la “Tellanda” e “Pietra su Pietra”. Alla fine i paesi visitati (situati lungo le rive dell’Orco) sono stati 22 da Montanaro a Ceresole e 401 le loro “località” per un totale di 902 fontane! “A Pont ne abbiamo fotografate 129 in 64 tra frazioni e borgate: nel libro non ci sono tutte ma nel CD allegato sì ed altre che avessimo dimenticato potranno essere aggiunte”. Molto interessanti sono le motivazioni di questa ricerca, che Antoniono ha spiegato con chiarezza. “Le fontane sono parte della storia locale e consentono di “leggere” un luogo e la sua vita sociale: lì intorno c’era gente, erano posti di ritrovo e di chiacchiere. Poi c’erano i lavatoi, il “salotto” di una volta per le donne, e gli abbeveratoi, sempre collocati in punti strategici dove gli animali potevano passare con facilità. Di pozzi invece ne abbiamo trovati pochi: dopo la realizzazione degli acquedotti erano caduti in disuso e la maggior parte sono stati chiusi perché inquinati”. La ricerca è stata stimolante ma nello stesso tempo ha evidenziato “abbandoni e brutture. Lungo l’Orco abbiamo incontrato paesaggi deturpati ed abbandonati”. L’indignazione di Antoniono è profonda: “Distruggere le fontane è come bruciare un libro!” . Identico l’atteggiamento dell’architetto Daniele Buffo, responsabile della Fotografia per l’UNITRE, che tiene questo corso da 10 anni ed agli allievi insegna che “l’importante è Saper Vedere”. Anch’egli è adirato per gli scempi diffusi un po’ dovunque: “Ci sanguina il cuore quando vediamo una bella fontana circondata da elementi deturpanti. Il Paesaggio è tutto. Torniamo a scoprire i valori elementari legati alla Natura: devono essere portati avanti e tutelati. Se continuiamo a stravolgere gli equilibri è inutile poi innalzare lamenti quando accadono i disastri”. Entrambi esortano i cittadini ad intervenire in modo attivo, facendosi portavoce di queste esigenze presso le Pubbliche Amministrazioni. Buffo lancia una proposta specifica: “Se riuscissimo a raccogliere adesioni per chiedere l’eliminazione di alcune delle cose peggiori sarebbe già un successo!”
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