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SETTIMO. Del Vago: “Perdonate la rabbia, penso alle famiglie disperate”

SETTIMO. Del Vago: “Perdonate la rabbia, penso alle famiglie disperate”

In foto, Massimo Del Vago, commerciante storico di Settimo

Massimo Del Vago, ex consigliere comunale e candidato a sindaco per il Movimento 5Stelle, ha scritto un lungo post sul suo profilo social, raccogliendo tanti messaggi di approvazione, ai quali ha risposto con cordialità. Di seguito, il contenuto integrale del post su Facebook.

Buongiorno,

Mi permetto di analizzare il difficile contesto economico e da cittadino e imprenditore nel settore del commercio, ormai sconfortato dal persistere di questa situazione, provo a condividere con voi in modo costruttivo questo sfogo terapeutico.

Credo come molti di voi che la tutela della salute pubblica sia  fondamentale e primaria sopra ogni cosa, ed ho condiviso e applicato fino ad oggi  tutte le disposizioni  per il contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica che sono state emanate in questo anno di pandemia.

Comprendo la grande difficoltà del periodo e delle scelte da intraprendere, ma è ormai più di un anno che questa situazione persiste con questo infame virus che continua a procurare morti e dolore nel nostro bellissimo paese e nel mondo intero. Una situazione che, nel massimo rispetto per tutti, dopo un anno, continua ad essere gestita a discapito di alcune categorie di lavoratori che ormai sono in una situazione quasi irreversibile a rischio di fallire per aver ottemperato ai decreti.

Perdonate la rabbia che cerco di contenere ma penso alla disperazione di tante famiglie e vi invito cortesemente a guardare dentro ognuno di voi e chiedervi “Ma se le mie entrate mensili personali o aziendali venissero all’improvviso a mancare per  un lungo periodo, per quanto tempo riuscirei a resistere e come condizionerebbero le mie scelte ed opinioni su questo particolare argomento?”.

Siamo un popolo che nonostante i tanti difetti, abbiamo grandi capacità e un grande cuore, ma qualcuno forse crede che tutte queste categorie in difficoltà lavoravano per hobby? 

Vi invito inoltre a non commettere l’errore di pensare che la perdita di un corrispettivo possa avere un’influenza diversa per una partita iva piuttosto che un’altra, poiché dipende da diversi fattori  per ognuno importanti.

Oggi, dobbiamo avere la consapevolezza che purtroppo i cittadini sono divisi in tre categorie:

- quelli che, fortunatamente per loro, hanno continuato a percepire regolarmente un corrispettivo mensile, personale o aziendale che sia, e in alcuni casi, sono riusciti anche ad incrementarlo.

- quelli che hanno percepito dei corrispettivi saltuari o addirittura nulla o delle diminuzioni di entrate tali da pregiudicare la propria stabilità economica.

- quelli ancora più sfortunati che indipendentemente dalla pandemia, purtroppo sono da tempo senza lavoro e in condizioni precarie.

Forse, per chi non fa impresa, sfugge lo stato di salute ante covid, della maggioranza delle partite Iva italiane,  piccole e medie aziende, artigiani, liberi professionisti, persone che con i propri collaboratori combattono da oltre dieci anni per far quadrare i conti a fine anno.  Uno stato di salute economico del nostro paese  già in difficoltà a gennaio del 2019, basta leggere la relazione della commissione europea nel periodo ante covid, per comprendere come il nostro bellissimo paese, era già posizionato all’ultimo posto nelle stime di crescita tra quelli dell’Unione Europea, con un incremento del Pil pari allo  0.3 %.

Credo, che tale comprensione sfugga anche alle commissioni tecniche di valutazione economica e sanitaria  del governo, quelle che decidono, una, le cosiddette misure di ristoro e  l’altra le restrizioni alla circolazione e le chiusure delle attività economiche.

Vedete, il primo lockdown del 2020 durato dall’11 marzo al 18 maggio, era giustificato da diversi fattori,  in primis la straordinarietà dell’evento e la paura di dover affrontare un virus ancora sconosciuto in strutture  sanitarie  impreparate, nonostante l’encomiabile lavoro svolto dai  medici e dagli  infermieri,  e poi, la necessità di definire e organizzare le misure di  contenimento e di reperire i dispositivi di protezione allora quasi introvabili come le mascherine, guanti,  disinfettanti ecc.

Però, era un vero lockdown, “tutti a casa” con l’apertura  solo delle farmacie, del comparto alimentari e di alcuni servizi strategici, un sacrificio che gli italiani hanno saputo accettare con grande spirito di appartenenza  osservando le restrizioni diligentemente. Questo, comportò da subito per molte categoria  la perdita di corrispettivi importanti e la necessità di far ricorso al credito bancario per riuscire a onorare i propri debiti.

Tutte queste persone, che con il primo prolungato periodo di chiusura  sono entrate in una situazione di difficoltà economica, comprese quelle costrette ad indebitarsi ulteriormente per pagare i propri debiti, nonostante le agevolazioni contenute nei famosi DPCM  sui tassi e sui piani di ammortamento, auspicavano solamente di poter tornare a lavorare in sicurezza.

Tutti, ad eccezione di pochissimi, hanno ottemperato  ad introdurre le misure di prevenzione richieste ed alcuni le hanno anche implementate,  incrementando paradossalmente i costi. Eppure, per alcuni  non è servito, mentre per altri solo in via transitoria, poiché costretti nuovamente a chiudere più volte.

Gli aiuti, i ristori, chiamateli come volete, erano e sono insufficienti a dare quelle risorse necessarie, certo, poco è meglio di niente ma in sostanza questi corrispettivi si aggirano tra il 5% e il 10% al massimo rispetto alla perdita di fatturato. Questo, nonostante le dichiarazioni anche degli ultimi giorni che menzionano percentuali pari al 60%, numeri poi drasticamente dimezzati in applicazione di  calcoli artificiosi che riducono tali percentuali  al  5, 6, 7%.

Mi sono più volte chiesto il perché di comunicazioni che poi non corrispondono al vero, forse si vuole far credere ai cittadini non coinvolti che i destinatari degli aiuti riceveranno esosi corrispettivi dallo stato e pertanto non devono lamentarsi ?

Da imprenditore mi sono anche chiesto come si può concepire un criterio basato solo sulla perdita di fatturato oltre il 30%, senza tenere in considerazione il conto economico e lo stato patrimoniale di un’azienda, per non parlare della data di inizio attività, costata cara a tutte quelle partite iva che avevano appena iniziato e che sono state doppiamente penalizzate.

Credo sicuramente sbagliando che la persistenza della chiusura di alcune categorie, come il ripetersi dell’inconcepibile attuale lockdown, uguale a quello di novembre, sia il risultato di una irrazionale decisione senza avere una reale strategia, se non quella, peraltro condivisibile e attualmente in corso, di vaccinare il maggior numero possibile della popolazione.

Provo a spiegarmi meglio, il governo ha deciso di attuare un lockdown, iniziato il 14 marzo con termine inizialmente il 6 aprile che dalle ultime dichiarazioni dovrebbe essere prolungato fino al 30 aprile.

L’obiettivo: tutti a casa per contestualmente vaccinare il maggior numero di persone.

Benissimo, le vaccinazioni sono iniziate ma mancano i vaccini che comunque stanno arrivando per carità, analizziamo invece il lockdown, prendendo ad esempio la mia città Settimo Torinese.

Sabato 27 marzo 2021, ore 17 circa, un tratto dell’isola pedonale dove quello che avviene è tutto lecito, ci mancherebbe: a destra un bar che fa asporto, a sinistra la pasticceria aperta, a destra abbigliamento articoli sportivi aperto, a sinistra intimo aperto, a destra intimo e calze aperto, a sinistra articoli regalo e oreficeria chiuso, a destra gelateria aperta, a sinistra giornalaio aperto, a destra tabaccaio aperto, a sinistra bar asporto, a destra oreficeria chiusa, a sinistra abbigliamento sportivo aperto,  a destra due negozi abbigliamento normale chiusi, a sinistra ottico aperto, a destra abbigliamento chiuso e potrei proseguire così fino in fondo alla via con la stessa alternanza, inserendo nelle attività chiuse i parrucchieri , gli estetisti , i ristoratori  e poche altre categorie, più tutte le persone a passeggio con bimbi a seguito. Poi non il sabato perché le fabbriche sono prevalentemente chiuse ma in settimana aggiungiamo anche tutte quelle attività che giustamente possono lavorare.

In questo anno, abbiamo spesso visto per televisione immagini di grandi assembramenti prima nelle spiagge, poi nelle vie strategiche delle città ed anche in alcune particolari attività. Tutti commentavano indignati questi fatti, con interminabili discussioni che proponevano spesso una chiusura generale, facendo ricadere le inadempienze di pochi sull’intera collettività attraverso soluzioni  che non tenevano conto delle peculiarità dei luoghi. 

Ora, si potrebbero confrontare tante situazioni diverse tra loro e tutte difficili, ma come vi ho evidenziato nell’esempio sulla mia città, comprenderete che rispetto al primo lockdown, non vi sono paragoni che tengono ed è incomprensibile la discriminazione di alcune attività rispetto ad altre. Non è mia intenzione  mettere in contrapposizione i lavoratori e le partite iva, perché sono contento per quelli che possono lavorare consapevole che molti sono comunque in crisi.

Credo invece, dopo oltre un anno, e dopo aver speso soldi in consulenti e commissioni, che  sia venuto il momento di comprendere che c’è una dignità che deve essere rispettata: quella di avere il diritto di poter lavorare tutti, specialmente quando si rispettano le stesse regole di prevenzione epidemiologica  di altre categorie che stanno lavorando.

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