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08 Marzo 2021 - 18:39
La messa in suffragio del pilota settimese sarà celebrata sabato 13 marzo alle 19,15 alla parrocchia Santa Maria di via d. Gnocchi
Stefano Bianco aveva messo la sua vita in sella ad una moto. Non aveva paura di sfrecciare, di mordere in curva e mica per niente l’avevano soprannominato lo “Squalo Bianco”. Lui era White Shark. Quando girava sulle piste più importanti del mondo, era caduto anche ai 250 all’ora, finendo lungo disteso sull’asfalto nel tentativo di bruciare il cronometro. Eppure, si rialzava dalla sabbia, si dava una spolverata, scuoteva la testa e ritornava ai box per ripartire più forte di prima. Lui, il più giovane centauro a correre una gara del Motomondiale a soli 15 anni, si era a malincuore allontanato da quel mondo per avviare un’impresa, un’azienda da terzista per riprendere le orme di famiglia. Aveva rifiutato ingaggi nelle gare americane, troppo rischiose. Finché non è arrivato quel maledetto giorno dell’11 marzo, all’alba di una pandemia che ancora oggi ammorba il mondo. “Stè, gli avevo detto, guardandolo negli occhi - ricorda Nicola Bianco, suo papà - . Non mi fece nemmeno finire la più normale delle raccomandazioni, quella che fanno tutti i genitori, che mi interruppe: “Tranquillo Pà, la faccio solo girare un po’, è ferma da troppo tempo”. Era la sua Honda CBR 600, aveva riattivato l’assicurazione il giorno prima, stava arrivando la bella stagione e nessuno immaginava ciò che avrebbe vissuto l’intera nazione. Stava rientrando a casa, quando uno schianto fatale contro un camioncino ha messo fine a tutto: morire così, a 34 anni, è inaccettabile.
I rilievi della Polizia municipale hanno sciolto ogni dubbio: Stefano Bianco viaggiava entro i limiti sulla strada provinciale che collega Leini a Mappano. Un rettilineo in cui è facile immaginare che un motociclista possa anche lasciarsi prendere. Invece, carta canta: la moto dell’ex pilota non superava i 50 km all’ora. E’ stato un camioncino a chiudergli la strada, con una svolta improvvisa: nessuno sarebbe riuscito ad evitarlo, nemmeno un campione come Stefano, lui che aveva messo a segno una pole position con un’Aprilia 125 senza tecnologie speciali, solo con il suo polso fatato per dare gas. Ha provato ad evitare quel mezzo, ma non ci è riuscito. E invece di scivolare sotto le ruote di quell’ostacolo mortale, la frenata lo ha sbalzato contro il mezzo. E non c’è stato più nulla da fare.
La vita di una famiglia cambia così, in un lampo, sprofondando in un vortice di domande senza risposta. Il conducente del camioncino dovrà rispondere davanti al giudice per l’accusa di omicidio stradale. La famiglia non è coinvolta nel procedimento penale e non ha voluto costituirsi come parte civile. “Per noi, quel giorno è finito tutto - continua - Siamo distrutti dal dolore. Non riusciamo ancora a crederci. Ci hanno dato tutte le foto scattate sul posto dell’incidente, con la salma di mio figlio sull’asfalto. Quando le ho viste avrebbero potuto anche pugnalarmi, non sarebbe uscita una goccia di sangue. La moto era intatta, appena appoggiata sulla Fiat Panda sull’altra corsia, a pochi metri da lui. Cosa che, se uno fosse arrivato ad alta velocità, la moto sarebbe carambolata sull’asfalto e si sarebbe distrutta in mille pezzi. Invece è appena graffiata su un fianco. Un incidente così stupido, lui che è caduto un sacco di volte in gara…”. I piloti, quando si allineano sulla griglia di partenza, sanno cosa rischiano. Quando morì Simoncelli, Stefano Bianco rilasciò dichiarazioni di profondo cordoglio per colui che era un suo amico, un avversario con cui era cresciuto dalle minimoto fino al motomondiale.
La storia sportiva di Stefano Bianco cominciò a 10 anni, fuori da un circuito di minimoto. Suo papà Nicola, dopo aver conquistato le finali nazionali con una squadra di calcio a cinque, la Rsg, aveva voluto esaudire il desiderio del piccolo Stefano. “Voglio provare pà” gli disse. E fu subito un successo dietro l’altro, titoli italiani conquistati tra immensi sacrifici della sua famiglia per sostenere la sua carriera in un mondo che non ti regala niente. Il talento, purtroppo, non basta: serve la tecnologia, la moto che costa parecchio e sponsor che invece sostengono i soliti noti. Ma Stefano aveva in sé quella luce inspiegabile, quella forza che distingue i campioni, e riuscì ad entrare nell’Olimpo dei centauri, il Motomondiale. A raccontare in tv quella prima gara ufficiale di Stefano Bianco in sella ad un Aprilia 125, nel 2002 c’era il cronista di Mediaset Guido Meda., uno dei primi a lasciare sui social un messaggio di cordoglio dopo il tragico incidente: “Ti volevo bene Stefano Bianco. Non ho mai smesso di volertene. È stato bello raccontare di te pilota, era sempre un piacere rivederti, è un grande dolore sapere che non ti rivedremo più. Salutaci il Sic (Marco Simoncelli, ndr)” e, ancora: “Ecco perché ho un ricordo importante che mi lega a lui: la prima gara di moto che ho commentato in vita mia. Suzuka 2002, classe 125. Lui fortissimo in qualifica, lui fortissimo in gara. Fu la vera sorpresa. Andare forte a Suzuka non è mai stato facile, mai da normali…”. Stefano era talento puro, animato da quell’ardente incoscienza che prospera nei motociclisti più brillanti. Sagace in pista ma restìo ad usare la moto fuori. “Lui me lo diceva sempre - continua Nicola Bianco - . Papà, io ho paura degli altri”.
Amava il mare, ma per Settimo aveva un posto unico nel cuore. Avrebbe voluto fare una pista, voleva diventare un testimonial per la sicurezza stradale, avrebbe voluto insegnare ai giovani a guidare con attenzione. “Suo fratello Michele non riesce a rassegnarsi, sua mamma non ne parliamo neanche... - conclude papà Nicola - . Io, anche quando provo a distrarmi, ogni cosa mi parla di lui. Siamo sprofondati in uno stato di tristezza senza fine. I nostri giorni sono senza una vita”.
La messa in onore di Stefano Bianco era stata celebrata alla parrocchia Santa Maria un mese dopo la sepoltura a cui avevavo comunque partecipato un buon gruppo di suoi fan, sfidando il lockdown a causa dell’emergenza sanitaria in atto. Si sono presentati gli amici di sempre, pronti a salutarlo con poderosi colpi di acceleratore che per Stefano erano musica.
Il prossimo sabato 13 marzo, alle 19,15, sarà celebrata una messa in suffragio alla chiesa Santa Maria di via don Gnocchi. Sulla sua lapide, al cimitero di Settimo, compaiono fiori freschi e non sono soltanto dei suoi familiari: sono i suoi tifosi settimesi, quelli che esultavano guardando a notte fonda le sue corse in giro per il mondo. Ricordi così fulgidi che rendono ancora più incolmabile il vuoto lasciato da Stefano Bianco, un ragazzo che era diventato uomo realizzando il sogno di essere tra i migliori motociclisti del mondo.
La storia sportiva di Stefano Bianco cominciò all’età 10 anni nelle minimoto e furono subito successi a raffica conquistati nel campionato nazionale. Il sogno Motomondiale divenne realtà nel 2000, nel GP di Australia, con una Honda classe 125 del team Benetton Playlife: fu il più giovane pilota ad aver partecipato ad una gara del motomondiale con i suoi 15 anni compiuti il 27 ottobre. L’anno successivo, si classifica quarto nella classifica generale del campionato europeo velocità e nel 2002 torna nel circuito del motomondiale nella categoria 125, in sella ad una Aprilia del team Bossini Sterilgarda Racing, ottenendo come miglior risultato due settimi posti e 24 punti complessivi. Nel 2003 approda alla Metis Gilera Racing, nel 2004, corre il campionato europeo Superstock con una Suzuki Gsx-R 1000 del team MNR Racing, mentre l’anno successivo arriva terzo nel campionato spagnolo 125 velocità.
Dal 2007 torna nel motomondiale, sempre in 125, con una Aprilia del team Wtr, diventando compagno di squadra di Andrea Iannone. Nel 2008 prende parte alle prime nove gare in 125 con lo stesso team per poi passare in 250 con una Gilera del team Campetella per il GP di Indianapolis: pur qualificandosi, la gara venne annullata per maltempo. A fine stagione venne ingaggiato dal team Toth per sostituire Hector Barberá in sella ad una Aprilia SRV per il Gp d’Australia, dove tutto aveva avuto inizio: questa volta, però, non era riuscito a qualificarsi per la gara.La sua carriera nel motomondiale si conclude con 53 gare disputate, 46 punti conquistati e un giro veloce ottenuto e, come miglior risultato finale, un 19esimo posto in classifica generale.
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